Assassinio sul Nilo (2022): il nuovo film del “Christieverse” di Kenneth Branagh, tra fascino e artificiosità

Trailer italiano del film Assassinio sul Nilo

Il successo mondiale di Assassinio sull’Orient Express ha dato carta bianca al visionario regista nordirlandese Kenneth Branagh (Belfast, Hamlet, Enrico V) per adattare un altro racconto di Agatha Christie, una scrittrice a lui cara, tanto quanto il suo famoso detective Hercule Poirot che torna a interpretare. Si tratta del film Assassinio sul Nilo, basato sul romanzo omonimo del 1937, che in chiave mystery -thriller racconta una storia dove l’amore ossessivo e l’avidità sono il movente di un caos emotivo omicida.

Per questo standalone sequel, Branagh si affida di nuovo a molti dei collaboratori con cui ha lavorato nel suo primo film tratto dall’universo letterario di Christie, iniziando da Michael Green (Jungle Cruise, Blade Runner 2049, Logan – The Wolverine) che firma la sceneggiatura, Haris Zambarloukos (Belfast, Cinderella, Thor) a carico della fotografia e Jim Clay (Belfast, Children of Men, Match Point) dietro l’ideazione e costruzione della scenografia e Patrick Doyle (Belfast, Harry Potter and the Goblet of Fire, Frankenstein) per la composizione della musica.

Questo viaggio con un cast stellare e pieno di sensualità, tradimenti, glamour, mistero e morte nel cuore dell’Egitto potrà essere vissuto nelle sale italiane dal 10 gennaio 2022, distribuito da The Walt Disney Company Italia. Dal 13 Aprile 2022, invece, è disponibile in Home Video.

“L’amore… Non ci si può fidare.”

Hercule Poirot (Kenneth Branagh) Cit. Assassinio sul Nilo

Trama di Assassinio sul Nilo

La vacanza in Egitto dell’investigatore belga Hercule Poirot (Kenneth Branagh) a bordo di un elegante battello a vapore si trasforma in una terrificante ricerca di un assassino quando l’idilliaca luna di miele della giovane più ricca dell’Inghilterra, Linnet Ridgeway (Gal Gadot), e l’incantevole Simon Doyle (Armie Hammer) viene tragicamente interrotta.

“Il cinema non è mai stato così attraente, il cinema non è mai stato così vitale e il cinema non è mai stato più eccitante di quanto abbia la possibilità di essere, uscendo dal lockdown ed entrando in storie come Assassinio sul Nilo.”

Kenneth Branagh, regista, produttore e protagonista di Assassinio sul Nilo

Recensione di Assassinio sul Nilo

Dopo più di cento anni dalla pubblicazione del primo romanzo di Agatha Christie, i gialli che l’hanno resa famosa sono più vissuti che mai grazie a cineasti come il nordirlandese Kenneth Branagh, che pian piano sta costruendo il suo Christieverse, un suo personale universo cinematografico sulle storie di Christie destinato a diventare un franchise a tutti gli effetti per un pubblico mainstream di adulti fanatici dei thriller e dei crime.

Più di trecento milioni di dollari di incassi su un budget di 55 milioni ha raggiunto la visione del regista nordirlandese con il primo film tratto da un altro romanzo della scrittrice britannica, Assassinio sull’Orient Express. Era solo questione di tempo perché Branagh portasse sul grande schermo, con più libertà creativa, una delle storie più affascinanti quanto instabili di Christie, Assassinio sul Nilo, un progetto di cui già parlava con lo sceneggiatore Michael Green mentre giravano il primo film.

Branagh torna così dietro la macchina da presa, ma anche come produttore e interprete del miglior detective belga, Hercule Poirot, per risolvere un crimine commesso in pieno Nilo e il cui movente, a differenza del primo che era la vendetta, è l’amore, quello ossessivo, quello avido. Al centro della vicenda niente meno che un triangolo amoroso: Linnet Ridgeway (Gal Gadot: Red Notice, Zack Snyder’s Justice League, Wonder Woman 1984), la bella e ricca ereditiera inglese ha appena sposato Simon Doyle (Armie Hammer: Call me by your name, J. Edgar, The Social Network), l’ex fidanzato della sua migliore amica e anche lei bellissima, Jacqueline de Bellefort (Emma Mackey: Sex Education). Linnet e Simon Doyle decidono di festeggiare il loro matrimonio e luna di miele in Egitto insieme a un gruppo cosmopolita di amici e parenti, tra cui il celebre investigatore Hercule Poirot che si trova in vacanza e si unisce a loro dopo l’invito del suo amico e ormai braccio destro, Bouc (Tom Bateman: Dietro i suoi occhi, Assassinio sull’Orient Express, Da Vinci’s Demons).

Visto che Jacqueline sembra di non aver preso bene la rottura del fidanzamento, insegue gli sposi ovunque loro vanno, compreso il loro viaggio di nozze. È questo il motivo per cui poi Linnet e Simon scelgono d’imbarcarsi insieme agli altri passeggeri in un viaggio sul Nilo su un lussuoso battello, il SS Karnak, per continuare (o al meno fare il tentativo) a festeggiare tenendo lontana (o quasi) la signorina de Bellefort. Tra i paesaggi esotici e le meraviglie egiziane, l’idillico viaggio sul Nilo viene interrotto da non uno, ma da una serie di omicidi che Poirot indagherà e di cui ben presto scoprirà che ciascuno sulla nave aveva una buona ragione per commetterli.

Gli ampi ed epici panorami desertici, le maestose Piramidi di Giza e Abu Simbel sono testimoni e, allo stesso tempo, simboli metaforici di un drammatico thriller che si nutre da una sfrenata bramosia sessuale, tradimenti, glamour, sensualità, persone che dicono di essere “amiche” e soldi, tanti soldi, creando un mix letale e perfetto per una storia da brividi. Un intorno selvaggio e misterioso come quello dell’Egitto, pieno di vicende storiche segnate dalla passione, i tradimenti e gli omicidi mossi dall’amore e dall’ambizione di potere, è stato quello scelto in primis e non a caso da Agatha Christie per il romanzo di cui prende vita Assassinio sul Nilo e che aveva iniziato a scrivere proprio durante il suo soggiorno all’Aswan Cataract Hotel sulle rive del Nilo nel 1937.

La scrittrice ha trattato diverse tematiche all’interno della storia come l’amore, la gelosia, il materialismo, l’avidità, l’invidia, il matrimonio, l’ambizione e l’appropriazione delle cose a qualsiasi prezzo, arrivando anche a parlare e a riflettere pure sul dibattito capitalismo vs. comunismo e i cambiamenti sociopolitici dell’epoca. Per il film, Kenneth Branagh e Michael Green si sono concentrati su quella principale, l’amore, e l’hanno fatto lavorando molto sui diversi punti di vista e le sue rispettive conseguenze: quello ossessivo senza giudizi né ragionamento morale, quello possessivo, quello protettivo, quello materialista, rappresentati dai diversi personaggi coinvolti nella trama. Per nominare alcuni, c’è Jacqueline de Bellefort, un cuore infranto che non accetta che Simon abbia sposato Linnet; dall’altro Euphemia Bouc (Annette Bening: Captain Marvel, The kids are all right, American Beauty), la mamma di Bouc, che anche se è un personaggio nuovo creato per il film, racchiude molte delle caratteristiche delle figure materne presenti nel romanzo, infatti, lei per “amore e protezione” avverte e addirittura ricatta Bouc per tenerlo lontado da Rosalie Otterbourne (Letitia Wright: Avengers: Endgame, Ready Player One, Black Panther) non solo per la sua classe sociale, ma soprattutto perché è scettica e convinta che l’amore “fa male”.

Poi ci sono la madrina di Linnet, Marie Van Schuyler (Jennifer Saunders: Isn’t It Romantic, Patrick, In the Bleak Midwinter) e la sua infermiera Bowers (Dawn French: Absolutely Fabulous: The Movie, Harry Potter and the Prisoner of Azkaban, The Adventures of Pinocchio) che nascondono un rapporto che va oltre l’amicizia e le concezioni dell’epoca; la cantante di jazz e zia di Rosalie, Salome Otterbourne (Sophie Okonedo: Hellboy, After Earth, Hotel Rwanda) che ha avuto molti rapporti finiti male nella sua vita e comunque è aperta a nuove opportunità in amore e non poteva mancare l’apparentemente freddo e perfettino detective Poirot, qui mostrato come un ex soldato della Prima Guerra Mondiale di cui esce ferito non solo fisicamente, ma anche a livello emotivo. Poirot è un altro cuore spezzato, rifugiato nella sua spiccata abilità di risolvere i più incredibili crimini, ma incapace di far fronte al passato dopo aver perso la sua amata Katherine.

Sicuramente, l’esercizio di esplorazione di diverse sfumature dell’amore è uno degli aspetti più belli e ben riusciti di questo adattamento di Assassinio sul Nilo, ma soprattutto, il fatto di dargli in un certo senso pure al personaggio di Poirot un’occasione per trovare una via d’uscita alle sue insicurezze e ferite d’amore, rendendolo più umano e meno stereotipato da “il solito investigatore giusto, preciso e distaccato senza delle fragilità”. In questo film, quindi, lui non solo trova all’assassino e risolve con successo un altro crimine, ma trova anche se stesso facendo i conti con il passato e iniziando a guardare verso il futuro.

“Quando hai molti soldi, nessuno ti è mai veramente amico.”

Linnet Ridgeway (Gal Gadot) Cit. Assassinio sul Nilo

Una rivisitazione raffinata ed essenziale

L’Assassinio sul Nilo di Kenneth Branagh non è la prima (e forse neanche l’ultima) trasposizione del romanzo di Agatha Christie. Già nel 1978, il regista inglese John Guillermin aveva portato questa storia sul grande schermo con un cast ugualmente stellare, tra cui Peter Ustinov (Hercule Poirot), Mia Farrow (Jacqueline de Bellefort), Lois Chiles (Linnet Ridgeway), Angela Lansbury (Salome Otterbourne) e Maggie Smith (Miss Bowers). Nel 2004, invece, il libro è stato adattato per la ITV – Independent Television in un episodio della nona stagione della serie tv Poirot, con protagonisti David Suchet (Hercule Poirot), Emily Blunt (Linnet Ridgeway) e JJ Felid (Simon Doyle).

A differenza degli altri adattamenti, questo di Branagh è sicuramente quello meno “fedele”, ma il più conciso e funzionale di tutti. Il regista nordirlandese fa una rivisitazione con tocchi moderni, senza forzature, mantenendo il periodo storico del romanzo (per essere precisi, quello del 1937). Nell’Assassinio sul Nilo del 2022 si percepisce più sensualità, passione e pericolo in mezzo al triangolo amoroso protagonista, è visivamente più accattivante e sa giocare di più con la tensione e la suspense (una grande mancanza anche in Assassinio sull’Orient Express). Inoltre, offre un approfondimento mai visto sul personaggio centrale di almeno trentatré romanzi e cinquanta racconti brevi della scrittrice, il detective Poirot.

Non è per niente facile trasporre sul grande schermo una storia whodunit come questo giallo di Christie, ricca di complessità e molti personaggi e, invece, Michael Green insieme a Branagh sono riusciti a raccogliere l’essenza del conflitto e dei suoi snodi narrativi, nonché la funzione di certi personaggi nella trama, togliendo e aggiungendo dei nuovi per dare anche una continuità più palpabile con il primo film (come sarebbe il caso del ritorno di Bouc e la creazione del personaggio della mamma Euphemia) e modificando il tipo di legame e delle caratteristiche di altri personaggi già esistenti sia per distinguersi che per “rinnovare” un racconto molto legato all’epoca senza mai, però, sorpassare il limite della credibilità visto che il contesto rimane sempre anni ’30.

I cambiamenti rispetto alla storia originale, quindi, non sono mai forzati e, indubbiamente, evitano un film con scene e momenti sicuramente non necessari (come succede, con il riconoscimento che merita, in quello del ’78) che lo renderebbero lento ed eterno. Nonostante, si evidenzia una lavorazione scarsa per quanto riguarda alcuni personaggi, il che fa “sprecare” in un certo senso il talento di alcuni attori come è il caso, ad esempio, della coppia SaundersFrench (Marie Van Schuyler e Bowers rispettivamente), scelte con l’intenzione di donare al film dei momenti di comicità genuina e divertente (cosa che non accade perché sono poche le battute nel film che fanno ridere e neanche riguardano loro), visto che per molti anni hanno fatto commedia insieme e sono note soprattutto per la serie tv di sketch comedy French and Saunders.

Questa volta, la sceneggiatura di Green ha anche il pregio di creare un’effettiva tensione durante lo sviluppo della trama, dotando il film di momenti di vera suspense (anche se sarebbe stato ancora meglio aggiungere più azione o lavorare su alcune scene per renderle più dinamiche), che vengono rafforzati da un sound design e una colonna sonora originale firmata da Patrick Doyle indubbiamente superiore alle altre versioni della storia. Da sottolineare, inoltre, che in questo adattamento non risulta scontato chi è effettivamente l’assassino grazie a una buona gestione degli indizi e alla curata direzione degli attori e le loro espressioni nei momenti chiavi. Per tanto, per chi non ha mai visto il lungometraggio del 1978 né letto il romanzo di Agatha Christie, questo film avrà una risoluzione inaspettata e abbastanza soddisfacente.

L’aspetto più originale e rilevante in questa versione è la costruzione di un background per l’investigatore Poirot, tramite dei flashback e confessioni dello stesso personaggio, che “umanizza” un ruolo molto stereotipato e che permette di conoscere e capire la sua personalità e il suo modo di agire. Questo approfondimento permette anche la creazione di un arco narrativo vero e proprio per un personaggio che serve di filo conduttore di quello che si spera continui a essere un contemporaneo e solido universo di Christie, oltre che gli dona al film una sottotrama (come altre che vengono trattate con maggior attenzione in questa versione) che possa svegliare più interesse in una storia comunque già rivista. Su questo personaggio, però, è quasi un delitto il fatto di non aver indagato di più sulla sua amicizia con Bouc, restando un rapporto superficiale nonostante venga mostrato come un legame forte e cruciale in questo film.

Certamente, i meriti di questo Poirot non sono soltanto di Green, ma specialmente di un Branagh ormai inseparabile all’anima (e ai baffi) di questo personaggio. Non si può negare che il suo detective è uno dei migliori, anzi, si potrebbe dire che è un po’ sopra quello di Peter Ustinov per la caratterizzazione sia fisica che recitativa che solo lui gli conferisce. Ma non solo resta chiaro che Branagh è un fantastico attore, si riafferma come un talentuoso artista integrale. La sua versatilità, dai live action della Disney fino a lungometraggi d’autore come il suo recente Belfast, vincitore dell’Oscar per la “Miglior Sceneggiatura”, e la sua bravura dietro la macchina da presa si confermano anche in blockbuster come Assassinio sul Nilo, sebbene la raffinata regia di questo film sia molto più semplice e propone di meno che nell’adattamento precedente in cui lui ha fatto un lavoro eccezionale. Con piani sequenza, angolazioni dal basso e riprese fatte con steadycam ben riuscite, Branagh insieme al suo direttore della fotografia di fiducia Zambarloukos nutrono effettivamente l’instabilità e l’atmosfera misteriosa e di pericolo imminente.

Il regista, inoltre, riunisce di nuovo un cast all-star, anche se imparagonabile al budget speso nel cast di Assassino sull’Orient Express, ma non per questo meno funzionale. Infatti, Branagh, consapevole dei punti di forza di questi attori, li ha scelti e guidati bene per i ruoli giusti. Il problema resta sempre lo sviluppo dei personaggi dentro la sceneggiatura che limita la possibilità di far emergere a pieno ciò che hanno da offrire. Come è stato detto prima, un esempio di questo sono i personaggi di Jennifer Saunders e Dawn French, ma anche quello di Armie Hammer, notevolmente ridotto rispetto alla storia originale e all’altro adattamento cinematografico (Forse per le attuali accuse di cannibalismo?).

Un altro aspetto che gioca contro Assassinio sul Nilo, e sicuramente quello che più pregiudica il film e crea dispiacere, è l’artificiosità di buona parte dell’ambientazione. Anche se il piano iniziale era girare il film proprio in Egitto con un budget di circa 90 milioni di dollari (quasi il doppio del primo), come è stato fatto per quello del 1978 e anche per la serie tv, qui praticamente tutto è stato ricreato al Longcross Studios (Surrey, Inghilterra), compreso il lussuoso battello Karnak (su cui non si può non dire che lo scenografo Jim Clay ha fatto un lavoro elegante e impeccabile). Solo alcune parti sono state girate fuori il Regno Unito, specificamente in Marrocco.

Nonostante lo scouting che la squadra di Clay ha fatto direttamente nei posti pensati per il film in Egitto, con lo scopo di rendere la scenografia il più realistica possibile soprattutto per quanto riguarda la replica in misura reale del tempio di Abu Simbel, a tratti l’ambientazione sembra abbastanza finta. Se a questo si aggiunge l’uso smisurato di green screen assieme a dei VFX e CGI ancora più lontani dal rappresentare un qualcosa di reale, il risultato è un film con un fascino che si svanisce per una mancanza di attenzione a dei dettagli vitali in una storia in cui l’ambientazione è importante quanto i personaggi e il conflitto. Tutto questo poi, a livello visivo, distrae dall’ottimo lavoro nei costumi realizzati da Paco Delgado e dalla stessa fotografia predominantemente luminosa e calda di Zambarloukos, e non passano per niente inosservati perché tra l’altro il film è stato girato con cinepresa 65mm Panavision con l’intenzione di renderlo un’esperienza più immersiva nelle sale cinematografiche.

È così come Assassinio sul Nilo, sulla scia del primo film del Christieverse di Kenneth Branagh, lascia una sensazione di incompletezza e di certa impotenza (anche se per diversi motivi), perché pur avendo tutti gli elementi per essere un film migliore (e lo è comunque in generale dinanzi agli altri adattamenti), rimane invece un altro “blockbuster hollywoodiano” godibile, ma purtroppo un’occasione sprecata e, probabilmente, non indimenticabile.

“Quello che ci piace di ‘Orient Express’, e ora di ‘Death on the Nile’, è che la trama e la storia, e soprattutto l’atmosfera della vera Agatha Christie vengono ricreate sullo schermo […] Per il pubblico è estremamente importante sentire di aver visto non solo un film meravigliosamente moderno ed estremamente cinematografico, ma anche di aver vissuto una serata di Agatha Christie.”

Matthew Prichard, produttore esecutivo di Assassinio sul Nilo

NOTE POSITIVE

● Regia.

● Cambiamenti e/o cose e personaggi aggiuntivi rispetto il romanzo, che sono funzionali e donano alla storia un tocco di modernità senza risultare forzati dentro il periodo storico degli anni ’30. La costruzione di un background solido per il detective Hercule Poirot.

● Atmosfera creata di cui si percepisce più suspense e tensione che in altri adattamenti del romanzo.

● Musica.

● Scenografia e costumi.

NOTE NEGATIVE

● Mancanza di più momenti movimentati e di azione che potessero aumentare il ritmo narrativo.

● VFX e CGI a tratti troppo artificiosi.

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