Beau Ha Paura (2023): La psicologia infantile e dell’età evolutiva secondo Ari Aster.

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Beau Ha Paura locandina

Beau Ha Paura

Titolo originale: Beau Is Afraid

Anno: 2023

Nazione: Stati Uniti d’AmericaCanadaFinlandia

Genere: Horror

Casa di Produzione: A24, Access Industries, IPR.VC, Square Peg

Distribuzione italiana: I Wonder Pictures

Durata: 179 min

Regia: Ari Aster

Sceneggiatura: Ari Aster

Fotografia: Paweł Pogorzelski

Montaggio: Lucian Johnston

Musica: The Haxan Cloak

Attori: Joaquin Phoenix, Armen Nahapetian, James Cvetkovski, Patti LuPone, Zoe Lister-Jones, Amy Ryan, Nathan Lane, Kylie Rogers

Beau Ha Paura (2023) – Trailer ufficiale italiano

Arriva il 27 Aprile 2023 nei cinema italiani, distribuito da I Wonder Pictures in oltre 270 sale, l’attesissimo film di Ari Aster, il visionario autore di culto recentemente definito da Martin Scorsese “una delle più straordinarie nuove voci del mondo del cinema”. Definito da Rolling Stone US “la commedia più terrificante o il film horror più divertente del 2023”, Beau ha paura arriva oggi in Italia, mentre negli USA entra nella terza settimana di programmazione, con un numero maggiore di schermi a partire da questo week end, e continua a far parlare e ad accendere dibattiti e discussioni. In Beau ha paura, il premio Oscar® Joaquin Phoenix (Lei, Joker, Joker: Folie à deux) è protagonista di una strabiliante odissea in un racconto cinematografico audace e adrenalinico. Un film suggestivo e straniante, che coinvolge il pubblico con il suo implacabile umorismo nero. Scritto, diretto e prodotto da Ari Aster, Beau ha paura presenta un cast che include Nathan Lane (vincitore di un Emmy per “Only Murders in the Building” Tv, “The Producers – Una gaia commedia neonazista”), la candidata all’Oscar e al Golden Globe Amy Ryan (“Il ponte delle spie”, “Birdman”,“Gone Baby Gone”), con l’attrice nominata al Golden Globe Parker Posey (la serie tv “The Staircase – Una morte sospetta”, “Café Society”, “Scream 3”, “Superman Returns”, “BladeTrinity”) e la vincitrice di Grammy Patti LuPone(“American Horror Story” Tv, “L’accademia del bene e del male”).

Trama di Beau Ha Paura

Beau (Joaquin Phoenix) è un uomo di mezza età ipocondriaco e disoccupato che vive all’interno di un appartamento umile ed essenziale nel quartiere più malfamato della città. Le sue giornate insignificanti sono scandite dai farmaci che assume e dalle sedute di psicanalisi pagate dalla madre, che evita regolarmente trovando di volta in volta ragioni diverse per non affrontare. La sua ordinarietà viene sconvolta dalla morte di quest’ultima, costringendolo a compiere un viaggio critico ed incerto per prendere parte alla veglia funebre. Sul tragitto incontrerà individui bizzarri che lo porteranno a scandagliare la propria interiorità e il rapporto con la defunta madre.   

Recensione di Beau Ha Paura

L’esperienza visiva ha origine nella semioscurità di una parete uterina, le riprese in soggettiva tracciano l’avvio del lungometraggio e della vita stessa, attribuendo al prologo e all’epilogo ruoli intradiegetici. L’esordio in prima persona avverte riguardoso la platea che assisterà a qualcosa di parziale ed arbitrario, filtrato dallo sguardo abbagliato del protagonista, unico querelante nel processo portato a schermo. Allora si comprendono le iperboli surrealiste ipotizzate dalla vittima, apparentemente rinchiusa nella versione parodistica di una distopia Carpenteriana, straripante e piacevolmente spiritosa. Nella frenesia del parto possono distinguersi le sintomatiche pronunciazioni della puerpera angosciata: Il neonato ha battuto la testa, non sembra respirare, è troppo silenzioso ecc.

Un balzo temporale di svariate decadi proietta all’interno di un’abitazione squallida e disadorna, la fotocamera grandangolare ne amplifica le dimensioni tanto da suggerire uno stato di estremo isolamento; a testimoniare la presenza di un inquilino solo una fotografia di famiglia posta sul comò. È qui che abita Beau, un uomo in apparenza adulto che vive confinato nel suo appartamento; l’unico ponte con l’esterno è rappresentato da un televisore scadente costantemente sintonizzato sui fatti di cronaca nera. Le fughe sporadiche e temerarie che architetta con prudenza lo conducono da uno psicoanalista eticamente scorretto, che appunta ogni singola affermazione sospetta scatenando in lui un senso di umiliazione.    L’universo alternativo che imprigiona il nostro eroe assomiglia ad una ripetizione perpetua di dinamiche affettivo-relazionali apprese in gioventù: chiede sempre perdono, i suoi intenti vengono travisati e il suo ruolo di vittima continuamente sovvertito; persino un poliziotto, dalla funzione simbolicamente affine a quella genitoriale, ignora le istanze d’aiuto e arresta il povero Beau. Le panoramiche semi circolari che il regista utilizza con frequenza rendono la surrealtà plausibile ed immersiva, impreziosendo la nobile messa in scena di un’opera audace, sperimentale ed ostile all’esclusivismo.

Il padre di Beau è morto concependolo, nell’istante dell’eiaculazione, per via di un soffio sistolico ereditario; quasi certamente è solo l’ingenua lettura delle stitiche testimonianze materne udite in giovinezza dal nostro, cresciuto tra colpa e mistificazione del sesso. Verosimilmente, l’enorme fallo rinchiuso in soffitta insieme all’esuberanza e all’insolenza investigativa del bimbo, è un rapporto sessuale fugace ed estemporaneo consumato in passato dalla madre e presto dimenticato.

Dunque, chi è questa donna? Chiaramente un genitore paranoico ed ossessivo, che ha rivolto al primogenito attenzioni spasmodiche, svalutanti e prevaricatrici, erigendogli intorno cinte murarie a presunta tutela di un mondo fittizio, ponendovi a sostegno comuni incidenti. Un’altolocata in carriera dalla personalità narcisistica che ha soggiogato l’infante attraverso un’affettuosità morbosa e ricattatoria, inscenando persino la morte pur di riacquisire centralità nella vita del figlio. Allo stesso modo quest’ultimo è un incapace, egocentrico, egoriferito e ipocondriaco fatalmente al centro di qualsiasi sventura nonché preda favorita da ogni molestatore; l’autocommiserazione è alla base dell’accudimento nelle strutture psichiche di Beau, l’aggressione in strada lo conduce appunto al pigiama ricamato e alla compagnia intesi come rinforzi positivi del comportamento.  

Beau nel letto di una bambina - Beau Ha Paura (2023)
Beau nel letto di una bambina – Beau Ha Paura (2023)

Durante il secondo atto assistiamo al tragicomico tentativo di Beau di raggiungere l’abitazione materna, un’autentica traversata all’interno di una dimensione paradossale immune alle consuetudini narratologiche. Malgrado l’impronta stilistica sbalorditiva, alcune scelte risultano pretestuose e supponenti, scarsamente funzionali al testo e frutto di onanismo intellettualoide; le cervellotiche alterazioni della struttura lineare di rado riflettono le esigenze contenutistiche, ben più modeste.   Giunti nella principesca dimora, attraverso uno stratagemma visivo ed allegorico, comprendiamo, insieme al protagonista, che ogni volto amico incontrato fin lì sia in realtà un impiegato dell’impresa famigliare. Ebbene, anche Beau può attingere da quel substrato emotivo di macchinazione e plagio ordito in buona fede dal burattinaio, che torna come furto dell’esperienza individuale e della personalità.

Infine, lo spettatore riacquista neutralità abbandonando il soggettivismo estetico narrativo per ascoltare la controparte passiva, genuinamente convinta d’aver fatto il meglio per l’erede. La mamma restituisce un vissuto necessariamente diverso, altrettanto tangibile e sincero, intriso di abnegazione e zelo; l’arringa difensiva e consolatoria assume tuttavia le sembianze di un’accusa efferata ai danni di Beau, colpevolizzato e tacciato di ingratitudine. Coerentemente, ogni sforzo emancipatorio conferma le avvertenze sopraffattorie genitoriali in maniera avvilente, fatidica e umoristica; quel primo e irripetuto amplesso omicida inscena l’impossibilità di imporsi sul pensiero materno, inconfutabile e assoluto.        

Ari Aster assume una posizione ideologica categorica e manifesta, escludendo margini di affrancamento o conciliazione; la mannaia parentale cade sul corpo incriminato prima che il senso di colpa possa disciogliersi per intero. Nel tribunale circolare che lo avvolge, Beau partecipa inerme alla criminalizzazione dei suoi gesti, osservando, dal Basso, una Madre boia che agita per la condanna a morte; in netta contrapposizione con l’esordio, si assiste all’esecuzione da spettatori, distaccati e imparziali, ma lieti degli spazi interpretativi offerti dalla simbologia del naufragio.  

Fotogramma di Beau ha paura
Fotogramma di Beau ha paura

In Conclusione

Un prodotto autentico, ardito e provocatorio scevro da elitarismi, che traspone con semplicità ed entusiasmo una fattispecie contemporanea curiosa e ricorrente, accede al realismo attraverso la visionarietà, non si limita a fotografare la realtà appiattendosi su di essa ma produce mondo. Il regista dimostra attitudini tecniche eccezionali che tuttavia assomigliano, in certi frangenti, ad esercizi di stile vani ed improduttivi, responsabili di lungaggini e disarmonie. Si ha come l’impressione di aver preso parte ad un’avventura sincopata, ad un viaggio conservatore alla volta di un vicolo cieco, ad una dissertazione stimolante e fine a sé stessa in cui sfugge il bandolo della matassa.

Note positive

  • Regia
  • Sceneggiatura
  • Interpretazioni
  • Dialoghi
  • Montaggio

Note negative

  • Parte centrale sottotono
  • Durata eccessiva
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Nicolò Cuccomino
Nicolò Cuccomino

- One for me, one for them.

Arrogante come un Cinefilo e piacevole quanto un Critico rampante,
Di Genere nello spirito e sacro protettore dell’Industria Audiovisiva.
Fedele al cinema imperialista, che unisce, che lucra e che conquista,
che specula e che porta in sala Tutti, per primi i disinteressati.
Compagno della Massa incolta, derisa e disprezzata dallo spettatore tronfio.
Nemico per natura dell’insicuro bramoso di visioni elitarie.
Dal temperamento Landisiano,
offro a chi rigetta gerarchie,
Inutilissime riflessioni.

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