Cinema e Società italiana: la seconda metà degli anni ’60

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Il mancato affronto con la modernità del cinema italiano

L’Italia della seconda metà degli anni ’60 ha attraversato uno dei periodi di maggior cambiamento. A livello sociale si comincia a instaurare un nuovo tipo di linguaggio, meno borghese, più grezzo; a livello economico, nel giro di cinque anni raddoppia la percentuale delle famiglie che possiedono un apparecchio televisivo, una lavatrice, una lavastoviglie. Assistiamo a rinnovamenti continui, a partire dai trasporti con la costruzione, ad esempio, della linea metropolitana M1 e M2 a Milano; il movimento nello spazio si rinnova ulteriormente con l’arrivo dell’autostrada Bologna-Firenze, la diffusione a macchia d’olio del motociclo ‘Ciao’, giungendo all’inaugurazione della prima stazione satellitare. Uno sviluppo a 360 gradi, sotto gli occhi di tutti, che tuttavia il cinema italiano non ha il coraggio di affrontare. L’industria cinematografica italiana infatti non esalta, né tantomeno contrasta questa modernizzazione, si limita a mostrarla (talvolta nemmeno). Non c’è quella spinta nell’affrontarla, nel trovare la soluzione all’enigma, nel prendere parte dinanzi allo sviluppo, anzi, registi e sceneggiatori rimangono spesso impressionati e folgorati da questo improvviso sviluppo linguistico e oggettuale, tant’è che tendono a rifugiarsi nelle loro sicurezze. Per essere però più concreto, affermo che le vie di fuga percorse sono principalmente tre: la fuga nel passato, l’utilizzo delle maschere, la trasformazione in comico delle questioni che in realtà spaventano.

Le tre vie di fuga dalla modernità

Per ciò che concerne il rifugio nel passato, la prima precisazione importante è che questa tecnica è stata spesso utilizzata dai grandi maestri. Visconti veste in abiti finto-moderni il mito classico; Fellini così come tanti altri autori rifiutava l’evoluzione del presente; Francesco Rosi in “C’era una volta” (1967) narra la Napoli del ‘600; Pasolini immerge il proprio cinema alla riscoperta ‘antagonista’ del mito classico. Antonioni è il caso: il suo Blowup (1966) non si fa problemi a indagare la modernità e la società contemporanea, l’ambientazione della narrazione tuttavia è a Londra, luogo in cui la modernità è indiscutibilmente senza veli e non in uno spazio contraddittorio e premoderno come l’Italia.

L’utilizzo della maschera è la tecnica introdotta nei film di genere fra cui soprattutto i western. In special modo quest’ultimo genere dal 1964 al 1969 rimarrà in cima alle classifiche d’incassi, segno che i personaggi in scena (desperados) vanno incontro a bisogni della gente e in un qual modo generano fantasia e soddisfazione. Negli anni dell’incubazione della contestazione studentesca e operaia infatti, molti spettatori leggono gli spaghetti-western come una sorta di messaggio anarchico e liberatorio, fortemente critico nei confronti delle autorità. Questa lettura avviene non solo nei film più strettamente politici come “Faccia a faccia” (1967) di Sergio Sollima, ma anche in quelli che si esprimono in una retorica più codificata del genere. Nell’ansia di giustizia che avvolge i personaggi, nella celebrazione romantica dell’eroe disposto a tutto, anche a morire pur di difendere le sue convinzioni e proprio essendo sradicato e privo di specifici riferimenti al contesto storico, sociale e culturale dell’Italia del tempo, lo spaghetti-western offre un terreno finzionale in cui lo spettatore può sognare a occhi aperti.

L’irrisione parodistica è l’escamotage artistico utilizzato nei generi di profondità come musicarelli o ‘spy story all’italiana’. Lo stratagemma diversivo utilizzato dal cinema italiano, in questo caso, cerca di aggirare e rimuovere il proprio disagio causato dalla modernità, parodizzando ciò che in realtà ammira e desidera, ma sa di non poter realizzare. Il gesto parodico, in sintesi, condannato a produrre un ghigno, testimonia un’inconfessata dichiarazione di sconfitta: implica di per sé l’accettazione di una inadeguatezza che rinuncia a priori a confrontarsi con le tecniche, tattiche e linguaggi che al contrario il cinema internazionale sta studiando e affrontando. Forse dopo anni di gloria e successo mondiale, il cinema italiano perde valore proprio in questi anni. Un mancato rinnovamento sotto l’aspetto registico dettato da un negato ricambio generazionale, pigrizia e paura nella scoperta dell’ignoto, saranno la principale causa della decrescita della nostra industria cinematografica.

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Matteo Giavazzoli
Matteo Giavazzoli

Nato e cresciuto nelle campagne del parmense, a sei anni il mio film preferito era ‘Casino Royale’. A 15 anni
ho aperto un canale YouTube sul quale caricavo riflessioni sul cinema e cortometraggi, a 18 ho iniziato a
frequentare l’università IULM di Milano, grazie alla quale sto incrementando le mie conoscenze sul cinema
e sulla sua storia. Oltre allo studio sono un video maker per la Scimmiachepensa.com e scrivo per
L'Occhio del cineasta.

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