Conferenza stampa di Io Capitano – Venezia 80

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Matteo Garrone è nato a Roma nel 1968. Nel 1998, ha realizzato il suo primo lungometraggio con la sua casa di produzione, Archimede, chiamato “Terra di mezzo“. In seguito, ha diretto “Ospiti” e nel 2000 ha presentato “Estate romana“. Il film “L’imbalsamatore” del 2002 ha ricevuto numerosi premi, tra cui il David di Donatello per la migliore sceneggiatura e il migliore attore non protagonista, oltre al Nastro d’Argento per il miglior montaggio. Nel 2005, il suo film “Primo Amore” è stato selezionato in concorso alla Berlinale e ha ottenuto l’Orso d’argento per la migliore colonna sonora. Nel 2008, Garrone ha diretto “Gomorra“, che ha vinto il Grand Prix al Festival di Cannes e ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui 5 Premi EFA, 7 David di Donatello e 2 Nastri d’Argento. Il film è stato candidato come Miglior Film Straniero agli Oscar ed è stato incluso nella cinquina dei Golden Globes, oltre a ricevere una candidatura ai BAFTA e ai César. Il suo film “Reality” del 2012 ha nuovamente vinto il Grand Prix al Festival di Cannes, oltre a ottenere 3 David di Donatello e 3 Nastri d’Argento. Nel 2015, è tornato a Cannes con “Il Racconto dei Racconti“, che ha vinto 7 David di Donatello e 3 Nastri d’Argento. Nel 2018, il suo film “Dogman” è stato premiato con la Palma d’Oro per il Migliore Attore e ha vinto 9 David di Donatello e 8 Nastri d’Argento. Nel 2019, Garrone ha portato in sala “Pinocchio“, che ha ottenuto 5 David di Donatello e 4 Nastri d’Argento, oltre a ricevere due candidature agli Oscar per Miglior Trucco e Miglior Costume. Il suo film, “Io Capitano“, è in concorso all’80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e sarà nelle sale cinematografiche a partire dal 7 settembre 2023.

Di seguito alcune dichiarazioni di Garrone e dello sceneggiatore Mamadou Kouassi sul lungometraggio:

Matteo Garrone

L’idea di base è quella di raccontare un controcampo rispetto a ciò a cui siamo abituati a vedere da anni, diciamo persino decenni. Vediamo spesso barchette che si dirigono verso il Mediterraneo, porte che si aprono e a volte no, in un rituale che conta i morti. Ci si abitua a immaginare queste persone come numeri, ma si perde di vista il fatto che dietro ci sia un mondo, una famiglia, dei sogni, e anche dei soldi. L’idea, appunto, è quella di spostare la prospettiva e puntare la macchina dall’altro lato, dall’Africa verso l’Europa, per raccontare il viaggio di questi migranti e viverlo insieme a loro. Si cerca di dare una forma visiva a questa parte del viaggio, che alcuni conoscono e altri no, ma che di solito in Occidente non ha una rappresentazione visiva. Si pensa al deserto, ai campi di detenzione in Libia, alla prima parte del viaggio via mare.

Il film che ho realizzato racconta una forma di migrazione composta da giovani. Credo sia importante sottolineare che esistono molte forme di migrazione: ci sono persone che migrano a causa di conflitti, guerre, cambiamenti climatici o disperazione assoluta. Inoltre, c’è una forma di migrazione di cui si parla meno, legata ai giovani. Sappiamo che il 70% della popolazione africana è costituito da giovani, e tra questi milioni di giovani ci sono coloro che desiderano, cercano e sono disposti a rischiare la propria vita per cercare un futuro migliore. Non stanno fuggendo da una povertà assoluta, ma a volte da una povertà dignitosa, alla ricerca del coronamento di un sogno. Vogliono magari arrivare in un paese come l’Europa, realizzarsi professionalmente e aiutare le loro famiglie in Africa. Questo, secondo me, è un tema che mette in luce una profonda ingiustizia su un piano etico più elevato. Riguarda il fatto che molti di questi ragazzi non sanno rispondere al perché i loro coetanei possano andare in vacanza nei loro paesi, spesso parlando la stessa lingua. Invece, loro, per poter raggiungere l’Europa o l’Occidente, sono costretti ad affrontare pericoli spesso mortali e a intraprendere viaggi che possono portare alla morte. Questa è una questione centrale che il film affronta, e consiste proprio nel raccontare il loro viaggio epico. È uno dei rari casi in cui si può usare l’aggettivo “epico”. Questi ragazzi sono gli unici portatori di un’epica contemporanea, e attraverso questo viaggio avventuroso, questa odissea omerica, vengono narrati tutti gli stati d’animo che i nostri protagonisti vivono, dai momenti di euforia, quando hanno la sensazione di essere a un passo dalla meta, ai momenti di disperazione. Questa avventura è ciò che mi ha spinto a creare “Io, Capitano”, il desiderio di raccontare tutta quella parte del viaggio che noi non conosciamo. Il film si conclude, come vedrete, nel momento in cui loro avvistano l’Italia. Dopo di ciò, si aprirebbe un altro dibattito, un altro film che non so se avrò mai intenzione di realizzare. Comunque, potrebbe rappresentare un materiale molto interessante per il lavoro di qualche altro mio collega.

I giovani del Senegal oggi vogliono partire, anche sapendo che possono morire, come nel caso del nostro film, mentre a volte non credono completamente a quello che loro viene detto.

Il lavoro di sceneggiatura è un processo che inizia con una vasta fase di documentazione. Successivamente, abbiamo avuto l’opportunità di lavorare con ragazzi che hanno vissuto in prima persona quell’esperienza di viaggio. Abbiamo selezionato circa tre o quattro storie. Uno dei principali autori che ci ha aiutato molto nella prima parte del film, nella dinamica tra i due cugini, nella richiesta del consenso agli antenati nel cimitero e nella partenza, è stato M. Kouassi. Abbiamo cercato di rimanere il più fedeli possibile a questi racconti e in certi momenti abbiamo cercato anche di andare oltre la semplice narrazione del viaggio in Africa. Abbiamo cercato di intraprendere un viaggio di formazione in cui potessimo raccontare questo percorso parlando dell’anima dei personaggi, di questi ragazzi. Sicuramente i due sogni che abbiamo inserito ci aiutano a esplorare le loro emozioni e la parte interiore del nostro protagonista, come i suoi sensi di colpa. I sogni servono a conferire una maggiore profondità al nostro protagonista. Il film si sviluppa su due piani: uno di realismo, che mi fa pensare a “Gomorra”, e uno di astrazione fantastica, che richiama a “Pinocchio”. Questo perché in questa storia abbiamo trovato molte similitudini con “Pinocchio”, soprattutto a livello tematico. Il racconto di Collodi inizia con un burattino puro e ingenuo che, tradendo il padre e inseguendo il paese dei balocchi, si ritrova a contatto con un mondo estremamente violento e pericoloso. Nel caso di “Io, Capitano”, Seydou e il cugino partono conoscendo i pericoli, ma in realtà con un’ingenuità e una purezza che spesso mi ricordano il candore di Pinocchio.
PRESS CONFERENCE - IO CAPITANO (ME CAPTAIN) - M. Garrone, M. Kouassi, M. Gaudioso (Credits G. Zucchiatti La Biennale di Venezia - Foto ASAC)
PRESS CONFERENCE – IO CAPITANO (ME CAPTAIN) – M. Garrone, M. Kouassi, M. Gaudioso (Credits G. Zucchiatti La Biennale di Venezia – Foto ASAC)

Mamadou Kouassi

“Io, Capitano” racconta una realtà che ho vissuto in prima persona, come il viaggio, insieme a mio cugino. Naturalmente, avevamo la voglia di scoprire l’Europa, di esplorare una realtà che ci veniva raccontata e che vedevamo in televisione come un luogo bellissimo, con diritti e accesso gratuito all’istruzione. Io e mio cugino eravamo consapevoli dei rischi, la gente ne parlava, e la televisione ci mostrava persone che morivano nel deserto. Così decidemmo di parlare con un reduce che ci preparò psicologicamente, cercando di farci perdere la paura di affrontare questo viaggio. Compimmo sacrifici significativi, come recarci al cimitero per comunicare con i nostri antenati, e così raccogliemmo il coraggio folle di intraprendere questo viaggio. Quindi, si tratta di un viaggio che ho compiuto quindici anni fa; ora ho quarant’anni, e all’epoca avevo circa vent’anni insieme a mio cugino. Insieme, ci imbarcammo in un viaggio di scoperta verso l’Europa, a qualunque costo. Durante il viaggio, incontrammo persone che ci avvertirono: “Ragazzi, non è un gioco per bambini. Non vi consigliamo di farlo, abbiamo visto persone morire.” Ma trascorremmo giornate a riflettere e alla fine decidemmo di intraprendere comunque questo viaggio. Quindi, questo viaggio che viene narrato è un’esperienza che ho vissuto in prima persona. Ho percorso tutto il tragitto fino alla Libia.

Questo film dovrebbe essere visto da tutti, da entrambe le parti, sia dagli europei che dagli africani. Questi ultimi devono comprendere che l’Europa non è come la immaginiamo. Dovrebbe essere per noi più importante rimanere nei nostri paesi, amare la nostra terra. Allo stesso tempo, è necessario che in Europa ci sia una profonda riflessione, non solo in Italia. In questo lungometraggio, chiunque passi attraverso la Libia, la Tunisia capirà che qui non ci saranno mai i diritti umani. Questo film mette in luce la sofferenza che abbiamo vissuto e che noi africani migrati continuiamo a subire. Garrone è stato coraggioso nel denunciare tutto ciò che abbiamo vissuto e che oggi viviamo. Quindi, è un film che invita alla riflessione sia per il nostro continente africano che per quello europeo. È un appello a non finanziare la Libia o la Tunisia, perché non saranno mai paesi sicuri. Dovremmo considerare l’opportunità di contrastare il traffico di esseri umani e di concedere ai migranti la possibilità di ottenere visti per viaggiare liberamente, come gli europei possono viaggiare in Africa senza problemi. Dovremmo sperare che il nostro governo ci dia questa possibilità.
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