Asghar Farhadi: “Non faccio parte di nessun sistema. Io faccio solo film.” Arriva a Roma “Un eroe”, il rappresentante dell’Iran agli Oscar 2022

Se si parla di autori molto riconoscibili a livello narrativo non si può non nominare l’iraniano Asghar Farhadi, un regista che padroneggia con raffinata intelligenza l’arte di costruire storie drammatiche che aprono chiari dibattiti morali e sociali. Il suo nuovo film Un eroe, presentato a Roma, riporta in alto il marchio indelebile di Farhadi dopo la sua produzione spagnola Tutti lo sanno (2018) che ha lasciato più delusioni che buone sensazioni.

Scelto per rappresentare l’Iran agli Oscar 2022 e vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria (ex aequo) al Festival di Cannes 2021, Un eroe prende vita da una curiosità del suo autore sul come nascono gli “eroi” contemporanei: basta la più semplice delle buone azioni, i media (compresi i social) assettati di sensazionalismo e istituzioni bisognose di meriti altrui per costruirsi una reputazione. Un sistema sociale contestualizzato nella realtà attuale dell’Iran, ma che indubbiamente rispecchia ciò che accade nel mondo in generale.

Ma così come Rahim, il protagonista del film, viene facilmente elevato a “eroe”, il regista mette anche in risalto quanto si è comunque fragili a diventare il contrario dalla mattina alla sera grazie alla “cultura del sospetto” e la “deformazione della verità” dettata sempre dagli stessi “tribunali” mediatici.

Paradossalmente, Un eroe sembra un po’ il percorso di Farhadi che da anni si vede coinvolto in polemiche per accuse che lo etichettano come “parte del governo iraniano” e anche come “parte dell’opposizione”. La più recente riguarda proprio questo film che è in corsa per una candidatura agli Academy Awards in cui l’autore ha già vinto due statuette per Una separazione (2011) e Il cliente (2016), entrambi come “Miglior Film Internazionale”. Dinanzi alle polemiche che si creano sui social intorno alla sua figura, Farhadi ha ribadito la sua indipendenza come cineasta sia attraverso una lettera pubblica che durante la conferenza stampa a Roma. “Siete liberi di non mandare il film ai premi se questo dovesse significare che poi me lo dovete far pesare. Io non sento di dovervi nulla perché il mio film rappresenterà l’Iran agli Oscar.”

Un eroe, candidato anche ai Golden Globes 2022 come “Miglior Film Straniero”, arriverà nelle sale italiane il 3 gennaio 2022 distribuito da Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment.

Di seguito, il video della conferenza stampa del film realizzata a Roma con il regista iraniano Asghar Farhadi:

Conferenza stampa del film Un eroe. (Video: Adelina Dragotta)

Conferenza Stampa Integrale del film Un Eroe (A Hero)

La ragazza (Sarina Farhadi) che interpreta la figlia del creditore, è sua figlia? Ha questa scelta un valore simbolico?

Asghar Farhadi: Abbiamo due personaggi che hanno una contestazione in corso: Rahim, il personaggio principale del film, e poi Bahram, il creditore. Ho cercato di creare dei rapporti umani per tutti e due. Rahim e il figlio, e Bahram e la figlia, perché ci sia un bilanciamento affettivo per ciascuno di questi due personaggi, in modo che lo spettatore possa comprendere e sentirsi vicino a tutti e due.

Non volevo che chi vede il film avesse un’impressione negativa nei confronti di Bahram, che pensasse che lui dice cose o si comporta in modo da fare del male al protagonista. Non era questo il mio obiettivo.

Non necessariamente doveva essere mia figlia a interpretare il ruolo di Nazanin. È un ruolo breve, ma è importante l’influenza che questo personaggio ha in tutta questa storia. Ho pensato che Sarina fosse l’attrice giusta perché è sempre stata vicino a me nel corso della scrittura della sceneggiatura e aveva la consapevolezza dell’importanza di questo personaggio. Lei non sapeva che l’avevo scelta per questo ruolo e gli ho detto che doveva interpretare un personaggio che fa cose che non piacciono e che perciò lo spettatore non avrà un sentimento positivo nei confronti di Nazanin.

All’inizio, mia figlia non voleva nemmeno partecipare a questo film. Non voleva recitare, ma quando gli ho detto che questo ruolo aveva questa caratteristica, ha cambiato idea e ha deciso di accettare.

Visto che il film è ispirato a un fatto vero, volevo sapere perché ha scelto proprio questa storia per rappresentare quale aspetto sociale del suo paese?

Asghar Farhadi: In realtà, quest’idea l’avevo in mente da molti anni. Spesso ci pensavo al fatto che come mai nella società c’è questa necessità di creare degli eroi quando una persona commette un’azione ammirevole, come mai la società decide di elevarlo al livello di un eroe.

Insieme ai suoi motivi di ispirazione, al suo senso di appartenenza, alla società che Lei ci descrive e che ci fa scoprire, ci sono anche altre cose o film a cui si è ispirato, come ad esempio “Quel pomeriggio di un giorno da cani” di Sidney Lumet? La variazione dal suo ultimo film a Teheran a questo girato a Shiraz, una città dove forse c’è più umanità specialmente nel finale, gli ha permesso di aggiungere alla sua geografia emozionale qualche sfumatura in più?

Asghar Farhadi: Mi piace Sidney Lumet. Ho visto Quel pomeriggio di un giorno da cani, ma sul mio film Un eroe non penso abbia avuto nessuna influenza e se l’ha avuto, non me ne sono accorto.

Il motivo per cui ho scelto Shiraz per girare il film è che questa storia tratta su persone umili e ordinarie che si trovano davanti a una situazione straordinaria e complicata. Quando devono affrontare una situazione del genere, molte persone si offrono per risolvere il problema, cosa che nelle grandi città come Teheran ormai non succede quasi più. Nella capitale la vita è talmente frenetica che a volte nemmeno i vicini si conoscono tra di loro. Ecco perché questa storia in questa città poteva avere più rilevanza.

Per Lei questa città (Shiraz) è un orgoglio nazionale?

Asghar Farhadi: Infatti, stavo per dire questo. La nostalgia che Shiraz ci evoca nei confronti del nostro passato si collegava bene con la storia perché moltissimi personaggi che fanno parte del nostro orgoglio nazionale hanno a che fare con questa città.

Ci può parlare dell’aspetto dei mass media e della televisione, della tv del dolore? Vorrei sapere se è cresciuta e se si è sviluppata in questo ultimo periodo in Iran e in che modo influenza i rapporti nella società?

Asghar Farhadi: Questo tipo di trasmissioni in cui i sentimenti delle persone vengono messi in mostra hanno l’intenzione di far scendere le lacrime agli spettatori. In Iran, stanno cominciando a crescere molto. Infatti, la scena del film in cui uno dei responsabili del carcere vuole assolutamente girare un video con il figlio di Rahim che deve creare empatia, deve far piangere le persone, fa riferimento a questo tipo di programmazione.

Oltre alla televisione, anche i social sono importanti nel film. Quali social media usate in Iran? Sono gli stessi nostri o avete dei vostri come accade ad esempio in Cina?

Asghar Farhadi: In Iran, usiamo gli stessi social che usate voi, come Facebook e tanti altri. La maggior parte sono filtrati, ma le persone sanno come aggirare il blocco.

Il film inizia con il protagonista che va alla Tomba di Serse che rappresenta un vecchio sistema persiano. Di contrasto, Rahim, il protagonista, è apparentemente remissivo, molto mite mentre la società in cui vive è completamente asservita al lucro. Volevo sapere: la cultura persiana che fine ha fatto con la rivoluzione islamica e se lei ha voluto pronunciare questo aspetto nel film?

Asghar Farhadi: Non amo spiegare quello che succede nel film, cosa significa. Non amo dire che ogni cosa significa qualcos’altro. Lascio lo spettatore dedurre. Non voglio forzare chi vede il film a prendere come un segno tutto quello che vede. Ma sicuramente quella scena iniziale ha un significato.

Voglio dire un’altra cosa che non c’entra niente con la domanda, ma la voglio dire. Quelle tombe si stanno restaurando grazie agli aiuti italiani. Gli italiani sono ancora presenti lì e se questo sta andando avanti è merito loro e quindi voglio ringraziarli.

Qualche tempo fa era venuto fuori che Lei avrebbe ritirato questo film dagli Oscar per una polemica che era nata appunto sui social. Si diceva che il suo rapporto con il governo iraniano era piuttosto accondiscendente. Che è successo esattamente sui social e perché Lei, se l’ha detto davvero, voleva ritirare il film dagli Oscar?

Asghar Farhadi: Tutto quello che volevo dire al riguardo è nella lettera aperta che ho pubblicato. Non so se avete avuto modo di leggere tutta la lettera che è praticamente una reazione, una risposta alle persone che per anni mi accusano di essere di una certa parte. Io avevo sempre scelto di non rispondere. Questa volta, invece, ho deciso di rispondere per chiarire. Bisogna sapere tutto il background di questo discorso per capire come mai ho scelto di rispondere. Perciò se leggete tutta la lettera, ho spiegato tutto lì.

Per dirla in maniera molto breve, ho detto: “Voi avete il compito di presentare il mio film agli Oscar. Siete liberi di non farlo se questo dovesse significare che poi me lo dovete far pesare. Io non sento di dovervi nulla perché il mio film rappresenterà l’Iran agli Oscar.”

Lei ha detto che questa sua lettera nasce dal fatto che le persone l’accusano di essere da una certa parte. Vorrei capire qual è questa parte.

Asghar Farhadi: C’è una parte radicale del sistema che sostiene che Asghar Farhadi fa parte del sistema. Attraverso questa lettera, volevo prendere delle distanze dal sistema governativo in Iran. Volevo chiarire che io non faccio parte di nessun sistema, io faccio solo film. Se mandare il film agli Oscar significa che posso essere accusato di questo, preferisco ritirarlo.

Questo tipo di accuse vengono mosse da due parti, sia dalla parte che sostiene che sono del governo perché non mi hanno mai censurato, sia dalla parte opposta. Perciò le accuse ci sono sempre, ma è la prima volta che in una lettera vengono spiegate. Ciò che accade è che entrambe le parti vogliono sostenere che io sono con loro. Non è la prima volta. Questo tipo di appropriazione di una persona che ha avuto successo è accaduto anche in passato con altri cineasti.

Conferenza stampa del film Un eroe con il regista Asghar Farhadi. (Foto: Adelina Dragotta)
Conferenza stampa del film Un eroe con il regista Asghar Farhadi. (Foto: Adelina Dragotta)

Abbiamo visto anche adesso dal vivo quanto i social possano mobilitare la realtà e dividerla in fazioni. Lo vediamo nel suo film che si bagna appunto di social perché i suoi personaggi devono ad un punto decidere se condividere o meno quello che si dice e la loro scelta sarà importante. Nell’industria cinematografica ci sono altre due fazioni, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione che sono le sale e le piattaforme. Queste ultime, purtroppo, stanno prendendo molto mercato. Da regista, da cineasta, come vede questi nuovi linguaggi?

Asghar Farhadi: Ovviamente, io sono della generazione in cui abbiamo visto i film nelle sale, insieme, in gruppo. Ho ancora nostalgia di quel mondo lì. Non posso immaginare che le piattaforme possano vincere sulla sale cinematografiche.

A volte, mi capita di vedere un film dopo tanti anni sul computer e mi rendo conto che non è lo stesso film che avevo visto anni fa. È come se fosse un altro film. Mi rendo conto che forse è perché l’avevo visto insieme ad altre centinaia di persone, respirando l’aria del cinema e questa è un’esperienza completamente diversa a vederlo da solo davanti a un computer. Ecco perché io preferisco che questa tradizione di andare al cinema a vedere sul grande schermo i film non sparisca.

Ma quando parlo con mia figlia, che è un’altra generazione, lei mi dice che preferisce vedere i film come gli viene più comodo, che non vuole che gli altri gli impongano come vedere un film e io la capisco. In fondo, il mio approccio è del tutto sentimentale. Amo vedere il cinema con gli altri, in gruppo, però mi rendo conto che non è una cosa che piace a tutti.

Nel finale del film, vediamo uno scambio di dolci all’entrata del carcere. Da questa scena mi viene da chiedere quali sono le qualità e le cose che terranno ancora saldi i legami del popolo iraniano soprattutto in una fase di grande cambiamento dopo le proteste degli ultimi anni, ecc? Che cosa tiene insieme le persone? Quella scena ci fa sperare e capire che sono i rapporti umani quelli che contano.

Asghar Farhadi: Penso che c’è una grande empatia tra gli iraniani, soprattutto nei momenti critici di fronte alle difficoltà. Ogni volta che ci sono dei problemi da affrontare, c’è unità e le persone riescono ad avere questi legami che li portano a stare insieme e lottare per superare le circostanze.

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