Conversazione tra Iluís Miñarro e Fabrizio Ferraro sul film I morti non rimangono con la bocca aperta (2022)

Dichiarazioni del cineasta Fabrizio Ferraro sul suo film I morti non rimangono con la bocca aperta (2022) presentato a Rff17
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Sinossi

Appennino centrale. Il paesaggio innevato è testimone della fuga di quattro partigiani braccati. Mentre vagano nella tormenta in cerca di un riparo, incontrano una giovane ragazza.

Intervista

Dichiarazioni tratte dal materiale stampa del film della Rff17

Il cineasta Fabrizio Ferraro risponde alle domande del giornalista Iluís Miñarro

La velocità con la quale riesci a trasformare in film le tue idee è sorprendente. Come ci riesci?

Prendo il cinema come un processo, mi serve per pormi nuove domande sulla vita e anche sulla mia vita: come mi muovo, come guardo e vivo, cosa vuol dire in realtà vedere il mondo da sé cercando di vedersi dal di fuori il più possibile… E poi siamo un gruppo stupendo che lavora da anni insieme, studia insieme, si alimenta insieme. Questa forza coordinata permette di superare molte difficoltà, come lavorare a -15 gradi sotto forti tempeste di neve.

Qual è il punto di partenza alla base di questo film?

Sono tanti… Innanzitutto mettersi alla ricerca delle tracce, tracce per noi ancora centrali in relazione al vuoto chiacchiericcio della parola odierna. Cosa ne facciamo di questo venir meno e come accordarsi con il canto incessante dei resti, anche dinanzi alla situazione drammatica che stiamo vivendo? Il cinema è uno strumento potente per intercettare questo movimento.

Qual è il rapporto tra questo film e i precedenti lavori della serie “Les Unwanted”?

È un rapporto strettissimo, di dialogo continuo, come tutti i film inseriti in questa serie dal titolo UNWANTED. Ci manca solo un capitolo per mettere un punto a questa riflessione infinita.

Qual è la connessione tra “I morti…” E l’attuale situazione europea?

Tutti i film di questa serie UNWANTED riflettono anche sulla situazione di questa
nostra povera Europa.

Che cosa ti ha spinto a fare un film durante il periodo della pandemia? Quanto grande era la troupe? Quali sono state le difficoltà di filmare durante una tempesta di neve?

Mi ha spinto, e ci ha spinto tutti, la voglia di vivere, di prendere in mano la situazione da molteplici punti di vista. Se ci si difende troppo dalla vita alla fine ci si accorge, sempre troppo tardi, di non essere più in contatto con le ragioni di vita. Siamo partiti in pochi, è necessario per un lavoro così particolare in cui l’aspetto più importante è mettersi in accordo anche con le variabili meteorologiche. Abbiamo atteso molto una certa tempesta di neve e un certo bianco sospeso, come questa condizione che stiamo affrontando in questi giorni. Ma nessuna metafora, è un elemento concreto che pratichiamo tutti i giorni.

Fotogramma del film i morti rimangono con la bocca aperta
Fotogramma del film i morti rimangono con la bocca aperta

Che cosa hai imparato nel fare un film in condizioni tanto complicate?

Dal processo del film si impara sempre tanto, proprio perché non esiste una ricetta a priori che valga per ogni film. Bisogna sapersi mettere in ascolto delle cose e dei mutamenti, adattarsi alle bellezze e alle sfide che si attraversano ogni volta, anche se può significare minor presenza delle proprie certezze. Non voglio avere certezze. In questo caso specifico, la tempesta di neve e il freddo hanno inevitabilmente composto il film… l’unica cosa importante era prepararsi prima all’intero processo, per poterlo vivere liberamente e senza troppi ostacoli.

Come credi che questo film si collochi nel panorama cinematografico italiano?

Nel cinema attuale è difficile da dire. Qui non si cerca di fare della sociologia o di farsi riconoscere come italiani da cliché e luoghi comuni che altri vogliono vedere, trattiamo di sfide che riguardano l’Europa intera, l’Italia come la Spagna, l’Olanda come la Germania o la Francia etc; cerchiamo di rintracciare cosa c’è sullo sfondo dei nostri problemi quotidiani, qual è la matrice di una certa posizione verso la vita, assoggettata ora solo al nichilismo e alla distruzione di ogni legame complesso con le molteplici voci del mondo. E poi a questa domanda non so rispondere, vivo il cinema come un luogo senza confini e senza identità… di pura dispersione.

Il tuo modo di rapportarti al cinema è legato ad altri registi?

Non lo so, sicuramente… ne amo tantissimi e molto differenti tra loro, con alcuni ho avuto anche rapporti frequenti, di condivisione e di crescita… su tutti Straub, mi ha insegnato tanto, soprattutto a cercare di non cadere nei luoghi comuni e a non chiudersi nella superiorità malefica individuale, nel sentirsi più importanti della Natura e del processo stesso del film in quanto autori.

Hai un nuovo film in preparazione? Sarà di nuovo una coproduzione Italia-Spagna?

Sì, sto lavorando a due film… uno è l’inizio di una nuova serie speculare a questa UNWANTED e poi, l’ultimo capitolo di questa serie, tutta realizzata grazie anche a te. E quindi con gioia, se vorrai, sarà sempre una coproduzione italo-spagnola.

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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 924

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