Corpo

Corpo (Leib) – 2020: il bisogno di amore e accettazione in chiave mystery (Trieste Film Festival)

Corpo

I contenuti dell'articolo

Corpo

Titolo originale: Leib (Body)

Anno: 2020

Paese: Germania

Genere: Drammatico, Mistero

Produzione: Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin (DFFB)

Distribuzione: Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin (DFFB)

Durata: 18 min

Regia: Marijana Verhoef

Sceneggiatura: Marijana Verhoef

Fotografia: Leyla Hoppe

Montaggio: Marijana Verhoef, Marina Palma

Musica: Benedikt Schiefer

Suono: Inge Olmheim, Mladjan Matavulj

Scenografia e Costumi: Zoë Agathos

Attori: Dustin Schanz, Susanne Bredehöft

Trailer del cortometraggio Corpo

In anteprima in Italia, Corpo è stato in concorso per il “Miglior Cortometraggio” alla 32° edizione del Trieste Film Festival che si realizza tra il 21 e il 30 gennaio 2021.

Il cortometraggio è stato presentato in anteprima all’ultima edizione del Festival Internazionale di Sitges.

Trama de Corpo

Una misteriosa creatura, con il corpo di un contadino bruciato dal sole, si materializza nella vita di un’anziana vedova per aiutarla nella fattoria in cui vive.

Recensione de Corpo

Tra i cortometraggi in concorso del Trieste Film Festival 2021 troviamo Corpo della cineasta serba Marijana Verhoef (Common Sound, Poet, Aliens), prodotto dalla Deutsche Film- und Fernsehakademie di Berlino dove lei studia attualmente regia.

Verhoef propone una storia che trascorre tra dramma e mistero e che racconta il bisogno e la costante ricerca di amore e accettazione in cui ci troviamo tutti gli esseri viventi, nonostante la nostra natura.

Corpo mostra un uomo muto (Dustin Schanz), senza nome, che prima era una creatura sconosciuta. Dopo una trasformazione eseguita da una donna, lui appare in una fattoria. Vediamo poi che la fattoria è di un’anziana vedova (Susanne Bredehöft) e supponiamo che è stata lei a materializzarlo con i suoi pensieri. Sembra che lei l’abbia creato semplicemente per avere un aiuto nei lavori da fare nel posto. Con il tempo e soprattutto dopo che la donna parla con suo figlio Domi, si intensifica nell’uomo misterioso il desiderio di essere amato e di far parte della famiglia. Quando il figlio sta per arrivare alla fattoria, l’anziana decide di nascondere l’aiutante nel bosco per non farlo vedere.

Rendendosi conto delle intenzioni della donna e pieno d’impotenza, l’uomo cerca di soffocarla tra le sue braccia, ma pochi secondi dopo accade qualcosa in lui che gli impedisce di continuare a farlo. È così come poi la donna lo lega al tronco di un albero, tronco di cui lui riesce a slegarsi poco dopo. Quando l’uomo da lontano vede la casa e sente parlare l’anziana con il figlio mentre cenano, lui invece di avvicinarsi, decide di tornare alle profondità del bosco, come una sorta di rassegnazione e accettazione della sua realtà per niente voluta.

Il conflitto del corto risulta poco chiaro su alcuni aspetti. Ci sono due incognite fondamentali: innanzitutto, cosa era l’aiutante prima di diventare un uomo? Noi come spettatori sappiamo che si tratta di una creatura strana, ma non abbiamo una risposta certa, solo intuizione. Possiamo pensare che forse era un animale visto che l’uomo dorme nel fienile, ma non abbiamo altri indizi per farci un’idea più chiara.

La seconda incognita riguarda l’anziana: è lei una sorta di strega? Anche questo viene lasciato alla nostra interpretazione. Possiamo pensare di sì visto che la voce in off che sentiamo all’inizio ci fa capire che sta accadendo la “creazione” dell’uomo, una voce che recita una sorta d’incantesimo. Dopo di questo, vediamo l’uomo in mezzo al campo della fattoria. Soltanto questo episodio ci fa intuire che c’è qualcosa di “magico” dietro tutto ciò, ma non riceviamo poi nessuna conferma.

Sono veramente necessarie queste risposte? Sicuramente, sarebbe stato interessante averle, ma forse lo scopo essenziale di Verhoef è farci concentrare sul trattamento e interpretazione del messaggio di fondo e ha usato questi elementi per mettere alla prova la nostra attenzione. La regista serba si focalizza pure sull’lavoro dell’uomo-creatura, la cui interpretazione stupenda di Dustin Schanz dipende assolutamente dai gesti, espressioni del corpo e le azioni.

Nonostante, il grande raggiungimento di Verhoef sia a livello di regia sia a livello della sceneggiatura è l’ottima gestione di due generi narrativi diversi. Il cortometraggio viene trattato come un racconto di mistero con essenza drammatica fino alla fine del secondo atto per poi definirsi completamente come un dramma. È così come Verhoef gioca continuamente su questi due versanti attirando la nostra curiosità. Al riguardo c’è da dire però che il finale non fa abbastanza giustizia al ritmo e alle aspettative che noi come spettatori ci possiamo fare. Il finale del corto ha una sua bellezza poetica e riflessiva, certamente, ma risulta allo stesso tempo non molto potente e sembra più che altro come se la chiusura narrativa fosse in sospeso, ossia come se la storia non fosse veramente finita e stessimo aspettando che accada qualcos’altro.

Con la musica suggestiva a carico di Benedikt Schiefer e la fotografia bella e ben riuscita di Leyla Hoppe, Corpo è un cortometraggio con una dinamica narrativa interessante, ma soprattutto con un contenuto di fondo che viene trattato in maniera creativa e che risulta anche una riflessione innovativa sull’accettazione, concezione e coinvolgimento di chi viene considerato “diverso”.

Con il corpo di un lavoratore bruciato dal sole, seguiamo questa creatura mentre diventa sempre più umana e disperata da mettere in gioco tutti i suoi desideri per ottenere quell’unico momento di vera accettazione.

Marijana Verhoef, regista e sceneggiatrice di Corpo

NOTE POSITIVE

● Buona regia.

● Ottima fotografia.

● Musica suggestiva.

● Trattamento creativo del tema della ricerca di amore e accettazione combinando il dramma con il thriller e dando molto peso al racconto visivo.

NOTE NEGATIVE

● Finale poco convincente a livello narrativo.

Rispondi