Drive My Car (2021): la trasposizione di Murakami più fedele finora

locandina di Drive My Car

Drive My Car

Titolo originale: Doraibu mai kâ

Anno:  2021

Paese: Giappone

Genere: Drammatico

Produzione: C&I Entertainment, Culture Entertainment, Bitters End

Distribuzione: Tucker Film, Far East Film Festival

Durata: 179 min

Regia: Ryūsuke Hamaguchi

Sceneggiatura: Takamasa Oe, Ryūsuke Hamaguchi

Fotografia: Hidetoshi Shinomiya

Montaggio: Azusa Yamazaki

Musica: Eiko Ishibashi

Attori:  Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Masaki Okada, Perry Dizon

Trailer di Drive My Car

Vincitore dei Golden Globe 2022 nella categoria miglior film straniero, Drive My Car si ispira all’omonimo racconto di Haruki Murakami, facente parte della raccolta Uomini senza donne (2014). La pellicola, presentata alla 74ª edizione del Festival di Cannes, è stata distribuita in Italia a partire dal 23 settembre 2021.

Trama di Drive My Car

Yûsuke Kafuku, un attore e regista che ha da poco perso la moglie per un’emorragia cerebrale, accetta di trasferirsi a Hiroshima per gestire un laboratorio teatrale. Qui, insieme a una compagnia di attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua (giapponese, cinese, filippino, anche il linguaggio dei segni), lavora all’allestimento dello Zio Vanja di Cechov. Abituato a memorizzare il testo durante lunghi viaggi in auto, Kafuku è costretto a condividere l’abitacolo con una giovane autista: inizialmente riluttante, poco alla volta entra in relazione con la ragazza e, tra confessioni e rielaborazione dei traumi (nel suo passato c’è anche la morte della figlia), troverà un modo nuovo di considerare sé stesso, il proprio lavoro e il mondo che lo circonda.

Fotogramma di Drive My Car
Fotogramma di Drive My Car

Recensione di Drive My Car

Presentato in anteprima al 79° Festival di Cannes, Drive My Car vincerà il premio per la miglior sceneggiatura insieme a Takamasa Oe. I Chaiers du Cinema lo premieranno inserendolo nella lista dei migliori 10 film del 2021 – al quarto posto -. Una calorosa ed entusiasta accoglienza dalla parte della critica premia l’ultima opera del regista che si sta dimostrando un insostituibile valido elemento nel panorama festivaliero. In tre ore di storia densa di poesia la messa in scena viene applicata con un magistrale senso del controllo della macchina da presa. Si parte con il presupposto che stiamo vedendo il risultato di un equazione: un regista che vuole sbrogliare il senso di verità attraverso un racconto scritto da uno dei massimi riferimenti letterari e culturali di oggi in Giappone, Haruki Murakami. Una messa in scena pulita e chiara sostiene il peso di una progressione della storia attraverso dialoghi e confidenze.

Il protagonista interpretato da Hidetoshi Nishijima, che vittima di un secondo lutto – prima la figlia, poi la moglie – trova in Chechov e nel teatro la formula per affrontare la vita. Ed è proprio nel teatro, ma più in generale nell’ arte e nella letteratura che sembra adagiarsi Hamaguchi con un continuo senso di annullamento del confine spettatore-attore. Ogni attore nella finzione del film è un attore nella pellicola; portandoci ad assistere al metacinema più puro nonché intriso di cultura giapponese nel contesto, i suggestivi panorami, i silenzi. Risulta curioso il modo in cui l’opera si pone nel confronto dei media e dell’attualità ripudiando quel mondo e confinandolo ai bordi. D’altronde siamo di fronte un autore che vuole indagare l’inconscio e comprendere il lutto – o la morte in vita e tutto ciò che ne consegue, come vorrebbe Coleridge.

Scena del film Drive My Car
Scena del film Drive My Car

La parola è davvero tutto(?)

In queste tre intense ore di racconto cinematografico non si deve pretendere lo svolgimento per azioni, come i più ferrati addetti ai lavori vorrebbero. Come già affermato è un racconto che prosegue per dialoghi – scritti divinamente – silenzi in cui i personaggi si scoprono e rivelano, o almeno ci provano per quanto possibile. Ed è proprio in questo affidare alla parola il peso che merita a farne della questione la chiave di volta. Che sia cinese, giapponese o addirittura la lingua dei segni alla base di tutto c’è la parola semplice e pura, che compone discorsi che poi compongono momenti.

Note positive

  • Ottima messa in scena
  • Cast notevole
  • Fotografia curata nei minimi dettagli

Note negative

  • /

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