El Nido (2021): un luogo in cui potersi curare – TSFF 2021

El nido locandina

El Nido

Titolo originale: El Nido

Anno: 2021

Paese: Italia, Argentina

Genere: Horror

Casa di produzione: Alba Produzioni, 3C Films Group, Productora MG

Distribuzione:

Durata:  90 minuti

Regia: Mattia Temponi

Sceneggiatura: Gabriele Gallo, Mattia Puleo, Mattia Temponi

Fotografia: Stefano Paradiso

Montaggio: Marco Guelfi

Musiche: Giovanni Marolla

Attori: Blu Yoshimi, Luciano Caceres

Produzione italo – argentina, tra Alba Produzione e la 3c Films Group, El Nido è l’opera prima del cineasta indipendente Mattia Temponi, il quale decide d’immergersi entro una pellicola prettamente di genere che è stata presentata in anteprima mondiale alla 21°edizione del Trieste Science + Fiction Festival 2021, in concorso per il premio Méliès

Trama di El Nido

In un mondo in cui esiste una pandemia che trasforma gli esseri umani in mostri aggressivi non dissimili da degli Zombi, seguiamo la storia di Ivan un volontario di mezza età, e di Sara, una giovane donna borghese appena divenuta maggiorenne, infetta dalla malattia e che viene curata dall’uomo che l’ha portata in salvo e rinchiusa con lui all’interno di un bunker denominato “Nido”. All’interno di questa struttura i due inizieranno a conoscerci sviluppando un rapporto malsano di co-dipendenza; ma alla fine i due riusciranno a salvarsi dalla pandemia oppure il male esterno entrerà nel Nido?

Fotogramma di El Nido
Fotogramma di El Nido

Recensione di El Nido

Un film che sa di attualità, dei tempi del covid-19 dove è presente una malattia infettiva che uccide chiunque, senza guardare la carta d’identità, il conto in banca, il colore della pelle o le ideologie. Siamo all’interno di un’era in cui è onnipresente la paura dell’altro come fonte di contagio e in cui le norme del comun vivere tradizionale sono state messe da porte a favore di misure restrittive delle libertà personali al fine della protezione sanitaria della comunità nazionale. In El Nido ritroviamo molteplici lessici e forme di comun vivere ormai divenute a noi tristemente familiari, come il lockdown, l’uso delle mascherine, i tamponi e tutte quelle misure di buon senso civico per non prendere il virus: come il lavaggio costante delle mani e la distanza di sicurezza dall’altro. Considerare però El Nido solo in connessione agli anni bui dell’epidemia del XXI secolo è errato, poiché la pellicola non si ispira alla nuova realtà mondiale, ma ha un’origine e lavorazione di sceneggiatura molto più retró nonostante il prodotto finale e completo sia uscito nel 2021, dunque è errato connettere simbolicamente l’opera prima di Mattia Temponi con il mondo circostante del Covid-19, nonostante ciò è presente un richiamo ai nostri tempi sociali attraverso l’elemento del mostro, lo zombie, entità che non è stata scelta in maniera casuale dal cineasta italiano.

Tutto è partito dall’idea dell’infezione, perché sono convinto che lo zombi, l’infetto in generale, sia il mostro del nostro tempo, come nell’età vittoriana sono state la creatura, il vampiro. Lo zombi è l’individuo – massa, siamo noi. L’idea che noi individui, posati e civilizzati, possiamo perdere da un momento all’altro la razionalità racconta molto i nostri tempi, la nostra generazione impaurita da tutto, dall’altro, dal diverso, dalla donna, dall’omosessuale. La malattia diventa il nemico perfetto, perché è il nemico che non vedi. Il potenziale nemico diventa anche il vicino di casa, è la paura invisibile del nostro tempo. E l’idea dello zombi si sposa bene con la nostra cultura della paura.

Dichiarazione di Mattia Temponi alla rivista Nocturno

El Nido è una commistione tra genere fantascientifico, pandemico e horror, strizzando l’occhio verso una componente da thriller psicologico soprattutto attraverso il legame di bontà ma anche di co-dipendenza che si andrà a formare tra il volontario Ivan (denominato Supereroe dalla sua paziente) e, appunto, dalla borghese Sara, personaggi ben scritti drammaturgicamente e che sono ottimamente interpretati da Luciano Cáceres (The Son, Estocolmo) e dall’attrice italiana Blu Yoshimi (Caos calmo, Piuma). Le loro performance donano potenza emotiva e di tensione alla narrazione reggendo interamente il film anche grazie a un’attenta regia immersiva che ci trascina entro un luogo chiuso come il bunker dove, come una danza, si svolge un rapporto emotivo carnale tra due personaggi che dovranno imparare a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altro e in cui a momenti opposti l’uno si andrà a prendere cura del suo compagno di viaggio il tutto non senza tensione. Ovviamente per donare il climax giusto era necessario anche un impianto scenografico adeguato, difatti il set unico della storia appare ben strutturato possedendo un tocco di antico ma allo stesso tempo di modernismo senza però sprofondare all’interno di un eccesso di distopia futuristica.

La protagonista di El Nido
La protagonista di El Nido

Una riflessione va fatta anche sul titolo della pellicola: El Nido, un nido che dovrebbe apparire come un luogo sicuro, come una sorta di ventre materno in cui potersi rifugiare come nel momento prima di nascere. Il nido dovrebbe essere inteso come il posto in cui niente di male potrà mai avvenire. Qui non è assolutamente così, se all’inizio appare come un ambiente in cui potersi riprendere da una malattia e in cui poter tenere a bada un paziente infetto, ben presto diviene un luogo oscuro in cui la sicurezza non è assolutamente certo a causa non dell’avanzare della pandemia ma della violenza “psicologica” domestica, mostrando da entrambi i lati, il male oscuro dell’essere umano.  In questa comprensione si può ben dire che siamo dentro a una storia di mostri, un film che pone la vicenda dal punto di vista dell’infettato, di Sara, colei che potrebbe da un momento all’altro trasformarsi in un essere rabbioso in preda alla rabbia irrazionale dandosi al nutrimento di carne umana. Ivan difatti cercherà di bloccare l’avanzata dalla malattia con la speranza di guarirla, ma alla fine dei conti la storia vuole tentare di rispondere a questa domanda: In un mondo come il nostro chi sono i veri Mostri? Ecco è proprio in questo suo sunto che l’opera prima di Mattia Temponi appare ambigua, poiché lo spettatore non riuscirà a vedere, per tutto l’arco di narrazione, Ivan come il vero mostro, noi possiamo riconoscersi in lui e comprendere il suo ragionamento, in cui tutto è orientato verso la ricerca di proteggere colei che forse sta iniziando ad amare. Il finale difatti capovolge l’intera narrazione donandogli una chiave di lettura originale, rendendo l’opera prima del cineasta italiano meritevole di visione e che fa ben sperare per il futuro registico di Temponi che indubbiamente è sulla buona strada per creare un film di genere, seppur pieno di commistione, poiché asserire che siamo solo in un film horror o pandemico non è del tutto corretto.

Note positive

  • Regia
  • Interpretazione
  • Riflessione su chi sia il mostro

Note negative

  • /

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