Éric Rohmer – Il cinema deve mostrare non dimostrare

Il 21 marzo 1920, a Tulle, nasce Jean-Marie Maurice Scherer. Omaggiando il regista Erich Von Stroheim e il romanziere Sax Rohmer, egli crea il suo pseudonimo, attraverso la quale verrà conosciuto in tutto il mondo: Éric Rohmer. Cineasta difficile da decifrare, caratterizzato da una poetica estremamente personale, reputa il cinema un mezzo e non un fine. La camera è uno strumento di scoperta del mondo, secondo Rohmer, che ci permette di analizzarlo e d’indagare su di esso. Il cinema non deve mai anteporsi, ma deve porsi come mezzo di rivelazione degli individui e dei loro sentimenti più radicati, che spesso sfuggono alla trascrizione cinematografica, poiché nascosti nella parte più profonda della coscienza umana. Questo è il motivo per cui il suo è un cinema della parola, degli infiniti dialoghi, in cui i personaggi si raccontano ad alta voce, si auto-analizzano, restando sempre al di fuori di qualsiasi gabbia sociale, impauriti, insicuri, mai stereotipati, tridimensionali. Romher ricerca incessantemente una verità sociologica e psicologica, e lo fa attraverso la messa in scena di personaggi talmente autentici da sembrare persone, nella quale è facile identificarsi, ma che restano, a ogni modo, di difficile comprensione assoluta, quasi impossibili da afferrare fino in fondo. Questo accade perché l’autore cerca di rivelare ciò che esiste oltre il comportamento, pur potendo mostrare solo quello. È proprio nei Six contes moraux (Sei racconti morali), una raccolta di sei racconti che hanno origine letteraria, che Rohmer indaga a fondo sull’essere umano. Con morali, egli, non intende quell’insieme di consuetudini e di norme che una persona dovrebbe adottare come regole di comportamento ma si riferisce all’interesse nell’esaminare quanto c’è di più profondo nella coscienza di ogni uomo. L’autore dice:

I Six contes moraux non sono film d’azione, non sono film in cui ha luogo un’azione fisica, non sono film in cui accade qualcosa di molto drammatico; sono film in cui un sentimento particolare viene analizzato e in cui i protagonisti stessi analizzano i loro sentimenti e sono molto introspettivi. 

– Éric Rohmer, Film Quarterly 24 n. 4, 1971

Le genou de Claire (Il ginocchio di Claire), uscito nel 1970, è il quinto capitolo del ciclo dei Sei racconti morali. Il film racconta dell’arrivo ad Annecy, a fine giugno, di Jerome, uomo indubbiamente colto e seducente. È la sua amica Aurora, a introdurlo nella famiglia per cui lavora, e a presentarlo a entrambe le sorelle adolescenti: Laura e Claire. Seppure Jerome affermi in maniera convinta il suo disinteresse nei confronti delle donne, con il matrimonio alle porte, durante la vacanza si comporterà come un giovane libertino, contraddicendo ogni sua buona intenzione. Durante un pomeriggio di sole, nella bucolica campagna francese, è proprio il ginocchio di Claire ad attirare improvvisamente l’attenzione di Jerome e a farlo vacillare. Il ginocchio appare come la rappresentazione del punto inconsueto in cui si concentra tutta la femminilità della giovane donna, e diventa l’elemento feticcio da cui il protagonista non riesce a distrarsi. Claire è su una scala a raccogliere ciliegie e Jerome osserva il ginocchio, nella sua forma rotonda ma imperfetta, consapevole e compiaciuto del fascino che esercita su di lui. Rohmer riesce a rendere poetico ogni elemento, non attraverso l’attribuzione di un carattere idilliaco ma riscoprendo, mediante l’utilizzo della macchina da presa, la poeticità che è già insita in ogni figura, in ogni dettaglio, in ogni elemento del mondo. 

Immagine tratta da una scena de Le genou de Claire
Immagine tratta da una scena de Le genou de Claire

Nella semplicità della messa in scena, l’autore ha la capacità di far spogliare i suoi personaggi dalle corazze che si tende a indossare in compagnia di altri. I protagonisti, inconsapevolmente, si raccontano, si analizzano, esprimono in maniera vivida le loro volontà e in questo modo appaiono ai nostri occhi come fossero nudi, integri, completamente sinceri. Questa dose eccessiva di sincerità spiazza, sgomenta ed è come se rivestisse di una velata carica erotica ogni pellicola di Rohmer, poiché una dichiarazione così chiara e onesta dei pensieri, dei desideri che si celano nel profondo della coscienza umana, spaventa e seduce al tempo stesso.

Immagine tratta da una scena de Conte de printemps
Immagine tratta da una scena de Conte de printemps

Nei paesaggi bucolici, nei laghi verde smeraldo, nelle campagne pastorali ricche di fiori e di prati vigorosi, aleggia una sorta di quiete mistica che concede ai protagonisti l’ispirazione giusta per riuscire a essere tanto introspettivi e a osservare intenzionalmente i propri fatti di coscienza. Ed è proprio attraverso l’osservazione del loro viaggio spirituale che noi possiamo compiere il nostro. 

Immagine tratta da una scena de Conte de printem
Immagine tratta da una scena de Conte de printem
Immagine tratta da una scena de Le genou de Claire
Immagine tratta da una scena de Le genou de Claire

Per comprendere l’opera di un autore e riuscire ad apprezzarla, è fondamentale guardare ripetutamente la pellicola, possibilmente in un tempo ravvicinato. Solo così si può creare un’intimità con il film, riuscire ad amarlo e a riconoscere gli aspetti che caratterizzano l’autore, anche quelli più celati che svelano il suo stile e la sua poetica. Bisogna riuscire ad apprezzare l’opera minore, tanto quanto quella più riuscita ed è necessario riconoscere lo scarto, il particolare secondario di un grande film, tanto quanto è importante saper cogliere l’intero operato dell’autore, l’insieme delle sue pellicole, per poterlo apprezzare, ma soprattutto comprendere. Traffaut sostiene che un’esecuzione perfetta può dissimulare le intenzioni, mentre quelli che lui chiama grandi film malati, ovvero quelli non perfettamente riusciti, con un cast inadeguato o una bella sceneggiatura ma di difficile realizzazione, lasciano emergere con più crudezza la loro ragione d’essere. Questi sono alcuni dei più importanti principi della politica degli autori, corrente di pensiero di cui Éric Rohmer è stato uno dei principali fondatori, insieme ai colleghi François Truffaut, Jean-Luc Godard e Jacques Rivette. E sono proprio tali principi che bisogna applicare per poter comprendere e amare l’opera di un autore così peculiare ed esclusivo come quella di Rohmer. 

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