Flee (2022): il documentario animato candidato a tre premi Oscar

Trailer italiano di Flee (2022)

Flee di Jonas Poher Rasmussen, è già entrato nella storia degli Oscar. Si tratta infatti del primo film in assoluto a ottenere una tripletta di nomination nelle categorie Miglior film d’animazione, Miglior documentario e Miglior film internazionale. Il film è stato inoltre presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2021, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria nella sezione Cinema Mondiale – Documentario.

Trama di Flee

Amin ha 36 anni, vive in Danimarca, è un affermato docente universitario e sta per sposarsi con il suo compagno. Ma proprio poco prima delle nozze, il passato torna a fargli visita, facendogli ripercorrere gli anni della sua gioventù, quando dall’Afghanistan arrivò in nord Europa dopo un lungo viaggio, con la speranza di chiedere asilo. Il film è il racconto di una fuga che si trasforma in un inno alla vita e alla libertà, un percorso umano intessuto di sfide e gioia contagiosa, una cronaca veritiera e poetica della ricerca della felicità, che apprendiamo dalla viva voce del protagonista.

Flee recensione
Flee (2022)

Recensione di Flee

Si stima che attualmente ci siano 8 miliardi di persone sulla terra e che una parte sostanziale del globo, sia ancora sommersa da una qualche forma di conflitto o guerra. Un informazione difficile da metabolizzare, amplificata dall’attuale invasione russa nei confronti dell’Ucraina. Con le immagini del conflitto che riempiono i nostri schermi, vediamo tutti i giorni migliaia di persone costrette a lasciare il proprio paese. Per molti di loro, che vagano in cerca di un luogo sicuro, la casa è una terra lontana in cui non potranno mai tornare. Cosa succede quindi, quando tutto quello che dovrebbe essere sicuro diventa l’opposto? Quali mattoni emotivi servono per ricominciare in solitudine? Queste sono le domande alla base della difficile storia del rifugiato Amin, al centro dell’emozionante documentario animato Flee. A sostegno del film, c’è un rapporto di amicizia che lega il regista al protagonista, dove l’animazione ha un ruolo cruciale. Rasmussen aveva infatti trascorso diversi anni cercando di convincere il suo amico a condividere la sua storia, ed è stato solo su suggerimento di presentarlo come un documentario animato che Amin ha accettato di partecipare. Quest’ultimo, si è lasciato intervistare in molte sessioni, raccontando per la prima volta la tragica storia della sua vita.

Flee recensione
Flee (2022)

La voce registrata diventa così la principale traccia vocale del film, dove l’animazione appunto, consente fin da subito ad Amin di mantenere la sua privacy mentre permette al regista di elevare il racconto, che, quando si parla di persone fuggite dai loro paesi d’origine in circostanze terribili, viene troppo spesso ridotto a numeri e statistiche. I due si sono incontrati negli anni ’90 quando Amin si è trasferito nella piccola città dove è cresciuto Jonas ed entrambi erano studenti delle medie. Con i pochissimi immigrati presenti in Danimarca, Amin si è subito distinto tra la folla. Senza conoscere il background del ragazzo, Jonas ha riconosciuto in lui la forza di un immigrato afgano, che si è ambientato bene in un nuovo paese grazie a una forte etica del lavoro e grandi abilità sociali. Ignaro però, fino a molto tempo dopo, che il percorso del suo amico verso l’età adulta era una storia straordinaria fatta di molte difficoltà. A partire dalla sparizione di suo padre a Kabul, quando era un bambino, e proseguendo a Mosca, quando i membri della sua famiglia fecero diversi tentativi per insediarsi nell’Europa occidentale, un’infanzia caratterizzata da lunghi periodi di attesa, speranza e fuga.

Il potere emotivo dell’animazione

Flee non è definito solo dal trauma, c’è anche anticipazione, preoccupazione, senso di colpa e speranza. Conosciamo Amin attraverso tutte le sfaccettature della sua vita che contano, le speranze per il futuro, i ricordi del liceo, l’omosessualità vissuta in una cultura tradizionale che non solo lo rifiuterebbe, ma minaccerebbe anche la sua vita. Sentiamo la gioia di scoprire “Take on Me” degli A-ha da bambino, la pace nei piccoli momenti quotidiani con il futuro marito. Rasmussen dà vita a questo aspetto con calore e cura. I volti vengono macchiati d’espressione con l’inchiostro nero mentre morbide e ampie tavolozze di sfumature terrose colorano i paesi a favore di parole forti e cliniche. Resi lucidi in forma animata, i ricordi di Amin sono espressi in due stili: il più traumatico e quindi il più nebbioso, appare attraverso linee ruvide in tenue bianco e nero. Un approccio minimalista che cambia per le sequenze nel presente e nella maggior parte del passato; altrettanto evocativo, ma visivamente più concreto e reso in una tavolozza di colori più ampia.

Flee recensione
Esempio di stile utilizzato per i ricordi traumatici. Flee (2022)

Qui l’animazione fornisce l’accesso diretto al flusso onirico dei pensieri più intimi di Amin, verbalizzati attraverso la sincera voce fuori campo ma trasmessi appieno nei volti dei personaggi 2D. Anche i flash dei filmati d’archivio (proteste, notiziari) trasformano l’odissea personale del protagonista in un ritratto autentico e vulnerabile. Ed è anche per questo che l’animazione diventa la scelta migliore, oltre a proteggere l’identità, la maggior parte degli eventi descritti da Amin non avrebbero mai potuto essere ripresi. Abbiamo così una visione emotiva e artistica della storia, che si carica di un peso devastante proprio per le sfumature che riesce a cingere. Più di ogni altra cosa, è tutto nella voce di Amin: tra i sospiri, le crepe, la risatina occasionale mentre ricorda i dettagli di tutto ciò che ha tenuto nascosto dentro di sé. La sua storia è una su un milione, ma questo film è un dono raro che gli rende finalmente giustizia.

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