Frances Ha (2012). Uno dei più iconici film del genere mumblecore

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Locandina di Frances Ha

Frances Ha

Titolo originale: Frances Ha

Anno: 2012

Paese di produzione: Stati Uniti d’America

Genere: commedia, drammatico

Casa di Produzione: RT Features, Pine District Pictures, Scott Rudin Productions

Distribuzione italiana: Whale Pictures

Durata: 96 minnuti

Regia: Noah Baumbach

Sceneggiatura: Noah Baumbach, Greta Gerwig

Fotografia: Sam Levy

Montaggio: Jennifer Lame

Musica: George Drakoulias

Attori: Greta Gerwig, Michael Esper, Mickey Sumner, Adam Driver, Michael Zegen, Charlotte
D’Amboise, Justine Lupe, Hannah Dunne

Trailer di Frances Ha

Informazione sul film e dove vederlo in streaming

Presentato per la prima volta al Telluride Film Festival nel 2012 e distribuito internazionalmente nel 2013, Frances Ha è un film scritto da Noah Baumbach (Il calamaro e la balena; Rumore bianco) e Greta Gerwig (Lady Bird; Barbie), che ne interpreta la protagonista. Frances Ha è forse uno dei più iconici film del genere mumblecore, tanto caro al regista, e ancora di più del filone della narrativa di formazione.

Trama di Frances Ha

Frances (Greta Gerwig) vive a New York, ma non ha un vero e proprio appartamento. E’ un’aspirante ballerina, ma non fa veramente parte della compagnia con cui danza. La sua migliore amica Sophie e’ per lei un’altra se stessa con capelli differenti. Ma quando Sophie conosce Patch e si trasferisce da lui, Frances deve imparare a badare a se stessa. Frances si butta a capofitto nei suoi sogni, anche se le loro possibilità di realizzarsi diminuiscono. Frances vuole molto di più di quello che ha, ma vive la sua vita con un incalcolabile gioia e leggerezza. Frances Ha racconta le vicende post-adolescenziali dell’omonima protagonista. La seguiamo nel suo percorso di confronto fra le sue aspettative e la realtà.

Fotogramma di Frances Ha (2012)
Fotogramma di Frances Ha (2012)

Recensione di Frances Ha

Frances e Sophie hanno scavallato appena il quarto di secolo. Giocano al parco; suonano e cantano; chiacchierano in metro e alla finestra; cucinano insieme; si riposano insieme; passano tempo da sole insieme. Vivono in sintonia. Vivono in simbiosi. Sembrano abitare una bolla felice inaccessibile e intoccabile. Scopriamo presto che non è così: la situazione muta tanto velocemente quanto inaspettatamente e sembra che Frances non possa fare nulla per riavere la sua vita. Sophie si trasferisce a Tribeca con il suo ragazzo; la compagnia per cui Frances ballava non intende farla lavorare come ballerina; non se la sente di trasferirsi dal suo ragazzo; da sola non può più permettersi il suo vecchio appartamento. Non sa dove vivere, non sa cosa fare, non ha più punti di riferimento. Tutto quello che voleva, tutto quello che la rendeva felice non sembra più così vicino, così raggiungibile, così sicuro.

Quando la maggior parte dei film di formazione ritraggono percorsi adolescenziali, non sono molti i racconti che ritraggono i sentimenti, il limbo, l’ansioso senso di stallo, l’entusiasmo placato e i compromessi con la realtà che caratterizzano i quarti di secoli e tutti gli anni che vi stanno attorno. In cui ci si sente bozze bloccate in un bozzolo.

Frances Ha cattura tutto questo in ogni dettaglio della pellicola. Anche nei dettagli nascosti in piena vista, a partire dalla decisione di riprendere il film in bianco e nero. Scelta azzardata, se si pensa che diverse sale, intimorite dai già bassi ingressi, hanno rifiutato di proiettarlo perché avrebbe potuto incontrare un pubblico diffidente. Frances Ha è in effetti a primo impatto un omaggio alla a una tradizione cinematografica raffinata, quella della Nouvelle Vague. Ma oltre questo primo strato intertestuale, la scelta del bianco e nero porta con sé ragioni più sottilmente quanto visivamente simboliche: questi due colori rappresentano la polarità, o piuttosto lo spettro, su cui si muovono la stasi e il passaggio dall’immaturità alla maturità; e forse anche fra le aspettative di Frances e l’accettazione della realtà. Forse non è quindi un caso che il film si chiuda con una sua piccola danza spontanea, vestita di nero alle gambe e di bianco vicino al cuore.

Nelle prime scene vediamo infatti come la protagonista indossi spesso vestiti chiari che con lo scorrere del tempo vengono coperti o sostituiti da vestiti scuri. Notando le sfumature che indossa Frances, e anche di chi la circonda, possiamo capire meglio il suo stato d’animo: il suo tentativo di resistere alla rottura della sua bolla felice post-adolescenziale andando a vivere con le persone sbagliate, faticando a intrecciare rapporti autentici, tornando a casa dai suoi genitori per poi scendere a compromessi con ciò che la vita le presenta davanti. A ben vedere, quello che la vita le presenta davanti non è diverso da quello che Frances aveva fin dal principio. Ma lei non è mai dove dovrebbe essere. E non sa accettare tutto questo. Come accettare, dopotutto, di sentirsi persa in mezzo a persone che sembrano chiaramente avere davanti la loro strada, spianata? Soprattutto, come accettare che Sophie, la sua grande presente nella vita, la persona con cui condivideva le promesse a cui tanto anelava e il segreto di un legame felice e intoccabile, possa prendere una strada in cui Frances non è contemplata? È proprio di Sophie che Frances parla nel suo celebre monologo sull’amore che tanto desidererebbe: un legame unico, che niente dovrebbe riuscire a portarle via. E non è forse un caso che sia proprio dopo che Sophie va via senza salutarla, che Frances decide di affrontare la realtà che le si para davanti.

Nelle agrodolci e consolatorie scene finali, si consumano gli atti più importanti della piega che la vita di Frances ha preso. La decisione di Gerwig di mostrare tutta la coreografia ideata da Frances, dopo che l’abbiamo vista non essere soddisfatta della sua danza per poi troncarla, è fondamentale: quella coreografia è la creazione di Frances ed è caratterizzata da cadute volontarie, da movimenti slegati fra loro e impacciati, da ballerine di fisicità diverse. Tutti questi elementi, in apparenza frutto di una creazione imperfetta e malandata e forse ingenua, sono in realtà il risultato consapevole e ricercato della vita di Frances dopo che ha imparato a cadere. Sono il suo invito ad accettare con comprensione e accoglienza le sbavature dei quadri che vorremmo dipingere delle nostre storie. Sono il frutto dolceamaro delle “cose che sembrano errori”, che tanto piacciono a Frances. Non è dunque un caso e nemmeno un peccato che il suo nome non stia completamente nella targhetta del citofono della sua nuova casa.

Lezioni di ballo in Frances Ha (2012)
Lezioni di ballo in Frances Ha (2012)

In conclusione

Se diverse recensioni europee abbiano concentrato la lettura del film in chiave di critica al classismo e al capitalismo, che strozzano le ambizioni personali, Frances Ha si concentra sulla vita di una singola persona che cerca solo di essere contenta di sé, di dove si trova. Cercando forse di consolarci, riuscendoci.

Note positive

  • Sceneggiatura
  • Colonna sonora
  • Interpretazione di Gerwig

Note negative

  • Personaggi secondari poco indagati
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