In onore del Pride: alcuni consigli cinematografici (e non solo) a tema lgbtq+

Il sopraggiungere dell’estate, ormai da anni, nel nostro paese e non solo, sancisce l’arrivo di una delle feste più importanti per quanto riguarda i diritti civili e la manifestazione dell’orgoglio dell’essere sé stessi: il Pride. La festa dell’amore per eccellenza, dedicata a tutti coloro che non hanno paura di amare, di manifestarsi, di lottare per ottenere libertà, spesso negate da dettami sociali, antichi e retrogradi, della nostra società, alle persone queer, appartenenti alla comunità lgbtq+.        Una lotta coraggiosa alla libertà di amare.

Tanti film hanno raccontato e rappresentato svariati personaggi queer, come anche le battaglie che la comunità ha dovuto affrontare. Non è ancora abbastanza per la completezza della rappresentazione di tutte le persone; da questo punto di vista il cinema e la serialità hanno ancora tanta strada da fare. Ma negli ultimi anni registi e creatori hanno fatto parecchi passi in avanti, verso una rappresentazione che renda giustizia a tutti gli esseri umani, in tutte le loro sfumature.

In questo articolo alcuni consigli (5 film + un bonus) che possano colmare il vuoto della rappresentazione, tra prodotti più conosciuti che hanno fatto discutere, e i meno popolari che hanno lasciato un piccolo segno nella storia della narrazione lgbtq+. Un augurio a tutte le persone a sentirsi sempre più rappresentate dai prodotti audiovisivi; un augurio a procedere sempre oltre, verso un mondo che sia sempre più inclusivo.

Stonewell

Trailer italiano del film

Film drammatico del 2015, diretto da Roland Emmerich, vede Jeremy Irvine interpretare Danny, un ragazzo cresciuto in una piccola cittadina che, dopo aver rivelato alla sua famiglia la sua omosessualità, sconvolgendola proprio a causa del suo orientamento, è costretto a scappare, senza un soldo e un posto dove vivere, a New York. Qui verrà accolto dalla comunità gay, che vive vicino lo storico locale del Village, lo Stonewall Inn.

La pellicola dunque, oltre a raccontare la storia di un singolo che scopre la sua sessualità, e che per questo motivo subisce le discriminazioni di coloro che gravitano attorno a lui, della società, narra, proprio attraverso questo personaggio, gli storici moti di Stonewall, avvenuti nel 1969. Questi scontri avvennero proprio nel quartiere in cui il film è ambientato, che vide violenti battaglie tra la comunità omosessuale e la polizia di New York. Le incursioni violente delle forze dell’ordine nei bar gay, in quel periodo, erano frequenti e aggressive. La comunità, esausta, iniziò a difendersi: nella data ormai storica, 28 giugno 1969, in cui si scriverà la storia dei diritti civili, avranno inizio i moti, che vengono considerati il momento che segnò la nascita del movimento di liberazione gay in tutto il mondo. Il motivo per cui il mese ufficiale in cui si festeggia il Pride è giugno, deriva proprio da questa ribellione omosessuale che fece la storia.

Una scena del film

Stonewell è un film molto interessante che racconta, in modo abbastanza fedele, attraverso gli occhi di un ragazzo appartenente alla comunità, la storia che diede vita al movimento in lotta per l’uguaglianza e contro le discriminazioni di genere; una lotta ancora in corso, che coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. La visione di questa pellicola è un buon modo per venire a conoscenza di come la manifestazione ha avuto inizio.

Chiamami col tuo nome

Trailer italiano del film
poster chiamami col tuo nome

La pellicola, del 2017, è diretta da Luca Guadagnino, scritta in collaborazione con James Ivory, Premio Oscar per questo film per la miglior sceneggiatura non originale. Ci troviamo infatti dinanzi all’adattamento dell’omonimo romanzo scritto da André Aciman, uscito una decina di anni prima; alcune sono le differenze con il libro, ma si può facilmente ammettere che il lavoro di scrittura risulta essere eccellente; i due prodotti comunicano in modo perfetto, come se si completassero a vicenda nelle loro diverse modalità di narrazione. Siamo negli anni Ottanta, “da qualche parte nel Nord Italia”, e la storia narra, con estrema delicatezza e totalmente priva di giudizio e di categorizzazione (che talvolta appare superflua e inutile), l’adolescenza di Elio, momento di indagine della sua persona e della sua sessualità in particolare. In questa estate del 1983 incontra Oliver, ospite e studente del padre del protagonista, durante le vacanze nella loro villa di famiglia. Oliver è un ventiquattrenne bellissimo, estroverso e intelligente, che mette inizialmente a disagio Elio con la sua esuberanza, in contrasto con la personalità tendenzialmente timida ed introversa di quest’ultimo. Tra i due però, nascerà lentamente una profonda amicizia che si trasformerà inevitabilmente in amore. Un amore talmente profondo da riuscire a vedere nell’altro il riflesso di sé, nel riuscire a sentire il proprio essere fuso nell’altro, senza pregiudizi e definizioni; è prendere la vita e l’amore con semplicità, facendosi travolgere dalla passione e dal desiderio, senza riserve. Non a caso il film è la terza ed ultima opera della “trilogia del desiderio” del regista palermitano, di cui fanno parte anche le pellicole Io sono l’amore, e A bigger splash. L’opera racconta il senso del suo titolo: Chiamami col tuo nome, perché il tuo nome e il mio nome, sono la stessa cosa.

Timothée Chalamet e Armie Hammer sono Elio e Oliver in una scena di "Chiamami col tuo nome"(2017) nella campagna vicino Crema
Timothée Chalamet e Armie Hammer sono Elio e Oliver in una scena di “Chiamami col tuo nome”(2017) nella campagna vicino Crema

Chiamami col tuo nome è un film che ha ottenuto grande successo, che è stato apprezzato dalla critica anche (e non solo) per il suo modo di rappresentare una coppia di uomini con estrema naturalezza, senza però la drammaticità estrema che solitamente caratterizza le pellicole che narrano relazioni omosessuali. Probabilmente non si conclude con il lieto fine sperato, rimanendo comunque ancorato alla realtà. Ma la rappresentazione rimane, in ogni caso, il dolce ricordo dell’estate del primo amore, oggetto di identificazione di molte persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Una storia che è non solo d’amore, ma anche e soprattutto di formazione: la libera crescita di Elio, nella piena e graduale consapevolezza di sé stesso. La narrazione è inoltre accompagnata dalla commovente colonna musicale di Sufjan Stevens, scritta appositamente per il film, che rende i silenzi e gli sguardi tra gli attori ancora più ricchi di intesa e significato.

Mistery of love di Sufjan Stevens, scritta per il film

The normal heart

Trailer originale del film

Per ritornare alla tipica drammaticità legata alla narrazione del mondo omosessuale, non si può non citare il film per la televisione The normal heart, diretto da Ryan Murphy, basato sull’omonima opera teatrale scritta nel 1985 da Larry Kramer, drammaturgo, saggista e attivista; ci sono voluti molti anni e tanti sforzi prima che l’opera vedesse la luce nella sua versione cinematografica. Murphy è noto che, con i suoi lavori, abbia rivoluzionato il mondo della televisione, introducendo e normalizzando, grazie principalmente alle serie note come Glee (o la recente Pose), e tante altre, la rappresentazione lgbtq+. Prodotti che hanno spesso dei difetti di scrittura, ma che risultano essere importanti per la volontà di affrontare argomenti scarsamente trattati dalla tv, specialmente da persone appartenenti alla comunità (come appunto lo stesso Murphy, dichiaratamente gay). The normal heart è probabilmente il prodotto meno conosciuto di Ryan Murphy, ma è senza dubbio quello più degno di nota; con protagonista Mark Ruffalo, affiancato da attori noti come Julia Roberts, Matt Bomer e Jim Parsons, narra nel periodo in cui si diffuse la terribile epidemia dell’Aids, devastando per prima la comunità omosessuale, che venne ignorata per molto tempo, sia dalla comunità stessa che, principalmente, dagli eterosessuali e dalla medicina. Il punto di vista principale è quello di Ned Weeks, scrittore ebreo gay che, all’insorgere dell’epidemia in America, lotta per far sì che la malattia non venga trattata con superficialità e che venga soprattutto considerata e studiata dalla comunità scientifica.

Matt Bomer e Mark Ruffalo in una scena del film

Mark Ruffalo, qui straordinario (come tutti gli attori che lo accompagnano) offre la sua versione di Larry Kramer, ideatore dell’opera originale, poiché il suo personaggio è chiaramente basato sulla sua persona e sulle sue battaglie da attivista. E’ forte, intenso, drammatico: un film che trasmette la frustrazione e le difficoltà di una comunità e i pregiudizi che l’accompagnavano (e che l’accompagnano ancora oggi), in lotta non solo contro le istituzioni, nella speranza di essere considerati in quanto esseri umani, ma in lotta contro la morte, contro una malattia che per molto tempo uccise e devastò l’intera comunità.

Un film che racconta la dura realtà dei fatti accaduti, devastante ma necessario, per colmare il vuoto dell’ignoranza che ancora dilaga nei confronti di questa malattia. Anche questa è un’opera utile per conoscere una parte della storia, attraverso le interpretazioni e la scrittura di personaggi che divengono indelebili nel cuore dello spettatore.

120 battiti al minuto

Trailer italiano del film

Sulla scia del racconto dell’epidemia dell’Aids, ci troviamo in questo drammatico, meraviglioso e intenso film francese del 2017, diretto da Robin Campillo, nei primi anni Novanta, quando la malattia era nel suo apice di devastazione. Qui infatti vediamo un gruppo di attivisti realmente esistito, l’Act Up-Paris, un’organizzazione in lotta per diffondere consapevolezza per quanto riguarda l’Aids, di come funziona la malattia e di come si diffonde; inoltre le loro battaglie miravano a conquistare l’attenzione delle case farmaceutiche e della medicina, che non apparivano interessate a trovare una cura adatta e senza estremi effetti collaterali per un virus che continuava, inarrestabile, a mietere vittime. Tra i personaggi più rilevanti c’è Sean, uno dei militanti più impegnati del gruppo; lui è malato e, mentre il virus degenera, continua a lottare, innamorandosi di Nathan, altro protagonista, uno dei pochi a non aver contratto la malattia.

Una scena del film

120 battiti al minuto, chiamato in questo modo poiché si riferisce ai battiti della musica pop degli anni Novanta (non a caso il film è ambientato in quegli anni, e la musica è un elemento fortemente presente in molte sequenze), è una pellicola che rende giustizia alla rappresentazione della malattia dell’Aids, in tutte le sue sfaccettature, come anche delle persone della comunità lgbtq+. La varietà di soggetti presenti è rara, realistica, come delicato e senza timore è il racconto dell’amore tra i due protagonisti, lontano dagli stereotipi solitamente narrati.

Un’opera interessante, sicuramente un pugno allo stomaco per la crudezza con cui, talvolta, racconta la malattia, ma anche dolce e commovente.

Tomboy

Trailer italiano del film

Un altro film drammatico francese del 2011, vincitore di numerosi premi internazionali, è Tomboy, molto importante proprio per la rappresentazione che fa dell’infanzia di una persona transgender, ancora troppo poco rappresentata nel cinema. La pellicola segue, anche qui con delicatezza e naturalezza ed estrema realtà nelle dinamiche raccontate, le vicende di Laure, ragazzina di dieci anni che si trasferisce con la famiglia in una cittadina parigina che, a causa di alcuni eventi, inizierà a farsi chiamare con un nome maschile, Michael; in questa nuova veste, farà amicizia con un gruppetto di altri ragazzini. Laure inizierà a sentirsi sempre più a suo agio nei suoi panni maschili, indagando sempre più nel profondo la sua reale natura; ma queste vesti inizieranno a creare dei sospetti, e il timore che il segreto venga svelato cresce sempre di più.

Una scena del film

Sono ancora veramente poche le pellicole in cui viene rappresentata la comunità transgender e transessuale, come la realtà delle persone non binarie. Questo film non ha l’intento di dare definizioni precise e accurate, è lontana dal porre delle categorizzazioni: il suo intento è raccontare una storia, come tante altre, di scoperta della propria identità sessuale. Il modo che ha di farlo è di rara eleganza e rispetto; una lezione che lentamente il cinema contemporaneo sta imparando (ma la strada è ancora lunga).

Queer as folk (Usa)

Trailer originale della prima stagione della serie

Finalmente una serie televisiva (e che serie!). Queer as folk infatti è tra le più importanti (e probabilmente una delle meno conosciute in Italia, a causa della pessima distribuzione e messa in onda) serie tv che ha rivoluzionato il modo di percepire e rappresentare la comunità: un prodotto che, sconvolgendo il pubblico con la sua libertà di rappresentazione delle più disparate dinamiche, ha lasciato un segno indelebile nella storia della serialità. Queer as folk nasce in origine in Inghilterra, tanto che il titolo prende ispirazione da un detto del nord del paese («there’s nought so queer as folk», ovvero «non c’è nulla di così strano come la gente», dove queer può simboleggiare anche il termine ad ombrello che comprende tutta la comunità lgbtq+) ma la serie ottiene grande successo quando l’America decide di farne una sua versione: lì è la vera svolta. Viene mandata in onda negli Stati Uniti dagli anni 2000 fino al 2005, ed è proprio quello il periodo di ambientazione della serie. Ambientata nella Pittsburgh, degli anni 2000 appunto, segue le vicende di un gruppo di ragazzi appartenenti alla comunità gay della città, seguendoli nelle loro vicissitudini amorose, nelle loro lotte quotidiane contro le discriminazioni e i pregiudizi, e anche qui non manca il racconto della realtà dell’Aids, una realtà di sopravvivenza che qui è difficile, ma finalmente possibile. Una serie che sconvolse per il suo essere eroticamente esplicita, senza il timore, in degli anni in cui la rappresentazione omosessuale era praticamente esclusa in tv, di narrare il sesso tra persone dello stesso genere, di figli, adozioni e amore in tutte le sue sfaccettature. Queer as folk è quella serie che si potrebbe definire come il Sex and the city, gay edition; la volontà di spiazzare il pubblico è la stessa, di rappresentare la sessualità disinibita, ma con un pizzico di drammaticità in più. Ogni personaggio è diverso, esaltato nelle varie caratteristiche che lo contraddistingue, ed è considerevole la crescita che ognuno di loro intraprende nel corso delle cinque stagioni.

Certo, è pur sempre una serie televisiva degli anni 2000, e si deve dunque prendere in esame il contesto: non mancano degli stereotipi che oggi sono ampiamente superati. Ma nonostante questo rimane una delle serie più innovative, trasgressive e sconvolgenti degli ultimi decenni; nessuna è mai più stata così coraggiosa.

In attesa del nuovo remake in uscita quest’anno, godetevi le storie travolgenti di ogni personaggio e la straordinaria libertà di narrazione. Vi innamorerete di Brian Kinney e di Justin Taylor, e non vedrete l’ora di fare anche voi festa al Babylon, con tanto di colonna musicale disco anni Novanta e Duemila che è un altro tocco di classe: un vero gioiellino.

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