
La donna mancina
Titolo originale: Die linkshändige Frau
Anno: 1977
Nazione: Germania Ovest
Genere: Drammatico
Casa di produzione: Filmverlag der Autoren
Distribuzione italiana: CG Entertainment
Durata: 119 minuti
Regia: Peter Handke
Sceneggiatura: Peter Handke
Fotografia: Robby Müller
Montaggio: Peter Przygodda
Musiche: Jean-Claude Eloy
Attori: Edith Clever, Bruno Ganz, Bernhard Minetti, Angela Winkler, Michael Lonsdale
Trailer di “La donna mancina”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Negli anni ’70, la carriera cinematografica di Wim Wenders s’incrociò con quella del poeta, saggista, reporter di viaggio e romanziere austriaco Peter Handke, quando il cineasta tedesco decise di realizzare una trasposizione cinematografica di un romanzo di Handke, “Die Angst des Tormanns beim Elfmeter”, pubblicato nel 1970. Da questo libro, Wenders, che fece scrivere la sceneggiatura del film allo stesso Handke, prese vita il lungometraggio “Prima del calcio di rigore” (1972), il primo film a colori in 35 mm del cineasta e la prima sceneggiatura cinematografica di Handke, che fino ad allora aveva scritto solo opere letterarie e alcune sceneggiature per film televisivi di scarso successo. Grazie al rapporto di amicizia e collaborazione che si sviluppò nel corso degli anni, un rapporto che portò alla nascita del cult “Il cielo sopra Berlino” (1987), sempre sceneggiato e basato su un romanzo di Handke, Wenders nel 1977 produsse il secondo lungometraggio di Handke, dopo “La cronaca degli eventi attuali” del 1971. Questo film, basato sul suo omonimo componimento narrativo, si intitola “Die linkshändige Frau” (tradotto come “La donna mancina”), pubblicato nel 1976. Handke aveva già deciso di trasformare la storia in una sceneggiatura prima ancora di scrivere il romanzo.
La pellicola venne presentata in anteprima mondiale al Festival di Cannes del 1978 e vede nel cast l’attrice e regista teatrale tedesca Edith Clever, conosciuta per la sua partecipazione a “La Marchesa von…” di Éric Rohmer del 1976 e “La notte” diretto da Hans-Jürgen Syberberg del 1985, e l’attore svizzero Bruno Ganz, al suo quinto lungometraggio, dopo aver partecipato a “La Marchesa von…” accanto a Edith Clever e a “L’amico americano” di Wim Wenders del 1977. In Italia, il film è stato reso disponibile al pubblico in formato DVD da CG Entertainment, che lo ha distribuito nel giugno 2024 sul mercato Home Video, proponendo una versione digitalizzata del film datata 2015. Il negativo in 35 mm a colori è stato scansionato in 4K e poi ritoccato presso la Arri Media Berlin. Peccato che la CG Entertainment, almeno fino a luglio 2024, non abbia offerto al pubblico italiano la versione del film in 4K ad alta definizione, ma solo in DVD.
Trama di “La donna mancina”
A marzo, a Clamart, vive una famiglia borghese proveniente dalla Germania. Marianne è sposata da dieci anni con Bruno, direttore vendite di una ditta di porcellane, e insieme hanno un figlio di otto anni, Stefano. Marianne, che non lavora e si occupa solo del bambino, sembra vivere una vita perfetta: una bella casa e una solida storia d’amore. Tuttavia, quando suo marito torna a casa dopo un periodo di lavoro a Helsinki, la situazione cambia repentinamente. Dopo una notte d’amore trascorsa insieme, con Bruno al settimo cielo per aver riabbracciato la donna che ama e di cui ha compreso l’importanza durante i giorni di solitudine nella fredda Finlandia, Marianne prende una decisione che sconvolge profondamente il marito. Lei vuole che Bruno se ne vada, indicando così la fine della loro relazione.
Bruno, inizialmente incredulo, non capisce se si tratti di uno scherzo o di qualcos’altro, ma presto si ritrova a doversi trasferire improvvisamente, trovando un alloggio temporaneo presso Franziska, un’amica di famiglia. Marianne ora si ritrova sola con suo figlio e, in questa nuova situazione, decide di riprendere in mano la propria vita, ricominciando a lavorare e cercando di capire cosa la renda realmente felice e come rompere la sua apatia e tristezza interiore.

Recensione di “La donna mancina”
Un film in cui non accade quasi nulla. Una pellicola fatta di situazioni, immagini, dialoghi filosofici e scene poetiche, che si regge su un ritmo essenzialmente lento. Ogni istante è scandito da una lentezza totale, concentrandosi su ogni singola sfumatura emotiva e sensoriale dei suoi personaggi. La regia non si interessa alla narrazione degli eventi fini a sé stessi, ma alle sensazioni che sconvolgono l’animo umano dei personaggi, siano essi principali come Marianne, Bruno e Stefano, o secondari come Franziska, il padre di Marianne, l’editore, l’attore, la commessa e l’autista. Il racconto non si approfondisce attraverso la narrazione del background dei personaggi, ma piuttosto attraverso la minuziosa attenzione e introspezione dei loro stati d’animo. In seconda parte, comprendiamo attimi fugaci del loro passato, che ci vengono svelati tra un dialogo filosofico e l’altro. In “La donna mancina”, il dialogo ha un’importanza secondaria rispetto alla rappresentazione visiva della scena, apparendo solo a tratti. Il film, in questo senso, si muove più nei suoi silenzi e nelle sue attese che non nei discorsi, una scelta in contrasto con i lavori cinematografici di Handke, come “Il cielo sopra Berlino” del 1987, dove il dialogo è nevrotico e incessante, ricoprendo quasi ogni minuto della pellicola. In “La donna mancina”, avviene l’esatto opposto: i silenzi dominano il film, accompagnati da uno stile narrativo statico, con inquadrature fisse che raccontano momenti di vita quotidiana, all’apparenza insignificanti, ma che costruiscono uno stato d’animo ben preciso e la psicologia del personaggio principale.
“La Donna Mancina” del 1977 si distingue per l’uso sapiente di totali, campi medi e primi piani focalizzati quasi esclusivamente sulla protagonista, e sui numerosi dettagli (su mani, occhi) e particolari, il tutto dosato in maniera attentto al fine di estendendo così i tempi narrativi e trasformando brevi istanti in lunghe sequenze, dando un respiro profondamente lento e statico all’opera stessa. Questo stile registico adottato da Handke mira a catturare ogni sensazione e ogni sentimento introspettivo che permea la mente di Marianne e dei personaggi che popolano la sua esistenza, dai suoi amici al figlio Stefano e all’ex marito Bruno. Mediante questo approccio visivo e narrativo, il film esplora profondamente l’interiorità dei personaggi, rendendo tangibile l’intensità emotiva e psicologica della storia.
Abilissima risulta l’attrice Edith Clever, profilo ideale per rappresentare questo personaggio, questa donna alla ricerca del suo “io”, della sua dimensione interiore e di una felicità pura e profonda, una felicità che non possiede, come le ricorderà il figlio stesso, il quale ammette di non averla mai vista ridere veramente di gioia, se non in un singolo momento in piscina quando lui era più piccolo. Edith Clever riesce a donare le sfumature intime del personaggio, raccontandole attraverso la sua postura fisica, la cadenza delle sue parole (le prime pronunciate nel film sono quelle di separazione), e il modo in cui si muove nello spazio e guarda le cose del mondo, con occhi tristi ma pieni di curiosità. Il titolo “La donna mancina” non si rifà espressamente a una condizione fisica del personaggio, ma piuttosto a elementi caratteriali. Nel libro, il termine “mancino” viene indicato come sinonimo di “maldestro” o di “strambo”, lemmi che ben rappresentano Marianne, una donna che, in alcuni istanti, sembra viaggiare tra follia, immaginazione e realtà, perdendo spesso la strada della vita reale e cadendo nella ricerca metafisica di una profonda verità e comprensione delle cose del mondo. Il film sembra, nella sua parte finale, trattare della crisi d’identità di una persona, una crisi identitaria di chi un giorno si rende conto di non sapere più chi sia e cosa voglia nella vita, decidendo di rompere ogni schema preesistente e intraprendere una nuova strada ignota, di cui comprende solo i contorni, ad eccezione del lasciare il marito.
La pellicola non possiede una trama in tre atti nel senso drammaturgico cinematografico, sviluppandosi invece all’interno di una suddivisione in capitoli dal sapore temporale: Marzo (il corpo più esteso della pellicola, ricoprendone due terzi della narrazione, in un marzo dall’aspetto infinito), Aprile e infine Epilogo, di breve durata narrativa. Inoltre, la drammaturgia della pellicola possiede quel carattere da cinema della nouvelle vague, ancor più marcato e radicale, dove alla storia narrativa viene preferita una storia emozionale, una storia che priva la pellicola di azione immettendola all’interno di un racconto esclusivamente intimo e fatto di un susseguirsi di situazioni quotidiane che Alfred Hitchcock avrebbe considerato tempi morti, con molta probabilità. Le scelte stilistiche, a tratti fin troppo radicali, impregnano la narrazione di una sorta di freddezza generale, donandoci un senso di forte depressione e tristezza interiore, una tristezza che di tanto in tanto lascia spazio al sollievo e a leggeri stati di beatitudine interiore provati dalla protagonista. Nonostante queste scelte stilistiche siano interessanti, la pellicola ricade in un eccesso stilistico e autoriale, trasformandosi in un complesso viaggio narrativo dove lo spettatore deve lottare con la lentezza del racconto, un racconto che fa della staticità, della perdita d’identità e della tristezza i suoi cardini. Tanto da trasformare la Francia in un luogo inedito per il cinema, dove al romanticismo si contrappone una cittadina francese spoglia, povera e sporca, fuoriuscendo dalla miticizzazione della Francia come terra della baguette e della felicità d’amore. Peter Handke racconta paesaggi periferici e spogli che danno un senso di tristezza a tutto ciò che avvolge Marianne, trasferendo così allo spettatore un senso generale di decadenza sociale e d’impossibilità di trovare la piena felicità, in un film dove nessuno sembra realmente felice, ergendo Marianne a paladina della ricerca della felicità anticonformista all’interno della sua solitudine, dove questa forse viene eletta a unica portatrice della vera felicità:
Didascalia finale del film
“Non vi siete accorti che c’è posto solo per chi reca il proprio posto per sé”.

In conclusione
Il film “La Donna Mancina” si distingue per la sua audace esplorazione delle sfumature emotive e psicologiche dei suoi personaggi, anziché concentrarsi su una trama tradizionale. La regia di Peter Handke adotta uno stile narrativo lento e contemplativo, privilegiando silenzi e attese che amplificano le profondità interiori di Marianne e degli altri personaggi. Attraverso inquadrature fisse e un uso sapiente del dettaglio visivo, il film crea un ritratto intimo e struggente della crisi identitaria di Marianne, mentre esplora temi di solitudine e ricerca esistenziale.
Note positive
- Esplorazione emotiva: Il film offre una profonda immersione nei sentimenti dei personaggi principali, in particolare Marianne, interpretata con intensità ed eleganza da Edith Clever.
- Stile visivo distintivo: L’uso di inquadrature fisse e dettagli minutamente curati trasmette una sensazione di staticità e introspezione, amplificando il tema della ricerca interiore.
- Dialoghi filosofici: Anche se sporadici, i dialoghi filosofici aggiungono profondità alla narrazione, contribuendo alla riflessione sulle questioni esistenziali.
Note negative
- Eccesso di lentezza: Alcuni spettatori potrebbero trovare la lentezza del ritmo narrativo e la mancanza di una trama convenzionale difficili da sopportare.
- Estetica fredda: Lo stile registico può risultare distante e freddo, creando una certa distanza emotiva che potrebbe alienare alcuni spettatori.
- Complessità eccessiva: L’approccio autoriale di Handke, sebbene ricco di significato, potrebbe risultare troppo complesso per una fruizione cinematografica più tradizionale.

