La nera di… (1966): il cinema come risposta al trauma coloniale

Recensione, trama, cast del film La nera di... (1966) basato su un precedente racconto del regista Ousmane Sembène ispirato a un reale fatto di cronaca
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La nera di…

Titolo originale: Le noire de…

Anno: 1966

Nazione: Francia, Senegal

Genere: drammatico

Casa di produzione: Filmi Domirev, Les Actualités Françaises

Casa di distribuzione: Rai Play

Durata: 1h 5m

Regia: Ousmane Sembène

Sceneggiatura: Ousmane Sembène (basata su un racconto di Ousmane Sembene)

Fotografia: Christian Lacoste

Montaggio: André Gaudier

Musiche: –

Attori: Mbissine Thérèse Diop, Anne-Marie Jelinek, Robert Fontaine, Momar Nar Sene, Ibrahima Boy, Bernard Delbard, Nicole Donati, Raymond Lemeri

Basata su un suo precedente racconto – a sua volta ispirato a un reale fatto di cronaca apparso sul giornale Nice-Matin – l’opera prima di Ousmane Sembène rappresenta una svolta storica per il world cinema in quanto è il primo lungometraggio diretto da un africano. La pellicola, presentata al festival di Cannes del 1966, catturò rapidamente l’attenzione della critica riuscendo ad aggiudicarsi prestigiosi riconoscimenti come il premio Jean Vigo.

Trama di La nera di…

All’interno di un lussuoso appartamento borghese situato in Costa Azzurra, assistiamo alle esperienze di Diouane, una giovane domestica proveniente dalla baraccopoli di Dakar: dai suoi malinconici ricordi della vita nella capitale senegalese – segnata dalla povertà estrema – fino alle sue aspettative riguardo la Francia che ben prestò si riveleranno ingenue illusioni, poiché il paese francofono farà da sfondo alle crudeli umiliazioni a cui la disillusa sarà soggetta, intrappolata in un contesto disumano e colmo di razzismo.

Ousmane Sembène alla macchina da presa
Ousmane Sembène alla macchina da presa

Recensione di La nera di…

Possiamo considerare “La nera di…” come un crudo affresco in cui l’autore illustra le barbarità della società occidentale soffermandosi sull’orrore del colonialismo senza ignorare, ma bensì evidenziando, le sue connessioni con la società capitalista. Sembène dirige un deciso atto di denuncia che non risparmia nessuno, il regista non punta unicamente il dito contro gli sfruttatori appartenenti alla borghesia francese ma si rivolge anche contro la classe politica senegalese, sempre più corrotta e ben disposta ad assecondare le logiche di dominio imposte da quello che viene rappresentato come un vero e proprio regime. Tutto ciò ovviamente a discapito del popolo stravolto dalla povertà.

La narrazione della pellicola si sviluppa alternando l’oppressione del presente ai ricordi della protagonista, attraverso vari flashback ricostruiamo la vita di Diouane in Senegal caratterizzata da un ardua lotta per la sopravvivenza quotidiana e soprattutto dal sogno di un futuro migliore. Una dialettica fondata sull’accostamento della sopravvivenza materiale e della libertà, un’interessante riflessione su come entrambi gli elementi nella modernità capitalista vadano in contraddizione, costringendo la povera lavoratrice a scegliere tra una vita senza fame, ma basata sullo sfruttamento quotidiano, o un’indipendenza limitata dalla miseria. I personaggi nel racconto rappresentano dei ruoli sociali su cui Sembène vuole esprimere il suo giudizio, ad esempio la Madame viene vista come una figura che incarna i “valori” che caratterizzano la sua classe. Tipiche della padrona d’altronde sono l’arroganza, la passività e la completa mancanza del benché minimo scrupolo a considerare Diouane alla stregua del più ignobile animale.

Altrettanto interessante è il Monsieur che ci permette di analizzare vividamente le varie forme di oppressione presenti all’interno del nucleo familiare, infatti l’uomo nei confronti di Diouane nutre una evidente attrazione sessuale. Questa viene percepita dalla moglie rendendola ancora più aggressiva nei confronti della domestica, comportamento che fa intendere come anche la stessa Madame, all’apparenza tanto libera e spregiudicata, in realtà sia subordinata a un marito menefreghista e non curante del proprio matrimonio, spesso sinonimo di silenzio e isolamento. Dunque, tra la lista dei temi denunciati da Sembène si aggiunge quello del decadimento della famiglia borghese basata sul patriarcato.

Dal punto di vista registico, in particolare sulla composizione dell’inquadratura, si denota una dialettica nell’uso dei campi e dei piani. I primi vengono utilizzati per la rappresentazione dei flashback a Dakar mostrando il soggetto sempre ripreso all’esterno. Un rapporto con l’ambiente circostante espresso tramite una gestione sapiente dello spazio in relazione all’immagine, trasmettendo il senso di libertà provato da Diouane fra le strade della capitale. Contrariamente i piani ravvicinati esprimono la claustrofobia provata dalla protagonista nell’effettiva prigionia all’interno dell’appartamento in Costa Azzurra, un’esperienza alienante per Diouane che culminerà nella memorabile frase: “La Francia è un buco nero?”.

Da evidenziare è la scena inerente al mercato delle domestiche, in cui la madame francese si reca per rimediarne una. Nella rappresentazione scenica si evince (anche grazie alle scelte registiche) una cruda analogia, la borghese sceglie la sua domestica come se si trovasse davanti alle vetrine della più classica boutique parigina. Degna di nota è la maschera presente nel racconto, sintesi simbolica ed estetica della cultura senegalese. L’oggetto viene regalato alla coppia borghese dalla giovane come ringraziamento per la sua assunzione, uno scambio che si fa metafora di un’identità svenduta ai colonizzatori in cambio del lavoro, quindi della stessa sopravvivenza. Uno squallido baratto che può trovare ragione di esistere unicamente nelle schizofreniche logiche capitaliste. Verso il termine della pellicola il particolare elemento scenico muterà di funzione facendosi strumento al limite tra il mistico e il politico. La maschera tormenterà il Monsieur rievocando i crimini che la storia addebita alla sua classe. Un conto “sporco di sangue” che Sembène ricorda di saldare nella maniera più crudele, così come fa la stessa borghesia usuraia dal regista così efficientemente criticata.

Mbissine Thérèese Diop in un fotogramma di La nera di...(1966) di Ousmane Sembène
Mbissine Thérèese Diop in un fotogramma di La nera di…(1966) di Ousmane Sembène

In conclusione

Un lungometraggio spietato che, seppur di finzione, descrive brutalmente e senza mezzi termini le orrende conseguenze del fenomeno coloniale manifestate sulla pelle della protagonista. Diouane, rappresentata come una figura cristologica. Attraverso il  sangue del suo sacrificio l’autore sottolinea l’infinita lista di crimini connessi a un occidente dominatore e carnefice.

Note positive

  • La forza espressiva della pellicola
  • La regia
  • La sceneggiatura

Note negative

  • /
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Vittorio Lippolis
Vittorio Lippolis

Nato nel 2001, studente del dams, amante della settima arte e di tutto ciò che ruota intorno alla teoria cinematografica, critica, analisi politiche e filosofiche.

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Un commento

  1. Articolo davvero molto interessante e dettagliato. Lo si legge molto volentieri data la sua scorrevolezza e nonostante scivoli molto bene è ricchissima di contenuti.
    Complimenti all’autore.

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