Le dichiarazioni di Jim Archer sul suo film Brian e Charles (2022)

Sinossi di Brian e Charles (2022)

Dopo un inverno particolarmente rigido Brian entra in una profonda depressione; completamente isolato e senza nessuno con cui parlare, Brian fa quello che qualsiasi persona sana di mente farebbe di fronte a una situazione così malinconica. Costruisce un robot.

L’intervista a Jim Archer

Brian e Charles parla di molte cose. Non voglio imporre a chi lo guarderà quale interpretazione debba dare. In primo luogo, parla della solitudine e del potere dell’amicizia. Charles è una tabula rasa, può essere interpretato in tanti modi diversi, e ognuno funzionerebbe bene. Quando abbiamo realizzato il corto (che ha ispirato il film), abbiamo ricevuto molti commenti su come le persone si relazionavano con i personaggi in modi totalmente diversi, che si tratti di crescere un figlio o di avere un genitore affetto da demenza. Dunque, qualunque interpretazione può essere giusta. Ma lo scopo del film è anche solo quello di far ridere. È una premessa bizzarra, e Charles ha un aspetto talmente ridicolo che volevo trattarlo il più seriamente possibile. Volevo che sembrasse un vero documentario, non un Mockumentary collaudato, ma qualcosa di più cinematografico. Inizialmente, volevo farlo perché pensavo che sarebbe stato divertente trattare questi personaggi in modo assolutamente serio. Inoltre, nella storia c’è molto cuore e molta tragedia, e meritava di essere preso sul serio. Bisognava rendere credibile il loro rapporto, e il fatto che Charles sia più di una testa di manichino infilata in una lavatrice. Una volta raggiunto questo obiettivo, penso che la commedia abbia fatto il resto. Non vedo l’ora di capire se il pubblico sarà d’accordo e sono entusiasta di condividerlo con tutti voi!

Come sei entrato a far parte del progetto?

Rupert mi ha inviato la sceneggiatura del cortometraggio nel 2016 e l’ho amato subito. Ero già amico di Rupert e Chris e conoscevo Brian Gittins e Charles Petrescu sin dai tempi in cui lavoravano come comici, ma sono rimasto sorpreso da quanto sincera ed emozionante fosse la sceneggiatura, era diversa dalle versioni live di Brian e Charles. Quindi ho subito voluto farlo. Poi il corto è andato bene, alla gente è piaciuto, a Film4 è piaciuto, ed eccoci qui.

I protagonisti di Brian e Charles
I protagonisti di Brian e Charles

Cosa cerchi nel materiale che vuoi dirigere?

Mi interessano le sfide e le sceneggiature che uniscono bene commedia e dramma. È una sfida convincere le persone a prendere sul serio un film su un robot anziano di 2 metri, quindi è stato emozionante.

Cosa ti ha colpito della sceneggiatura? Cosa ti ha entusiasmato del suo potenziale? E come ti ha fatto sentire?

Ciò che mi ha attratto del cortometraggio e, per estensione, della sceneggiatura del lungometraggio, è che potevamo fare qualcosa di diverso. È stato scritto come un mockumentary, ma di recente ho guardato molti di questi “documentari artistici” su Vimeo, in cui c’è una bella fotografia, musica d’atmosfera e spesso non molto altro. Quindi ho pensato che sarebbe stato divertente fare così il corto, per trattare questa storia così assurda in modo tremendamente serio. Non avevo visto nessun film del genere, quindi mi è sembrata una cosa molto nuova. Poi con il film abbiamo solo accentuato le cose: più siamo stati seri, più è risultato divertente; più inizi a relazionarti effettivamente con questi due e credi nella loro relazione, più funziona. Inoltre, la sceneggiatura era divertente e bella.

Quali difficoltà specifiche presentava questa sceneggiatura che si basa molto sui dialoghi?

Alcune delle maggiori sfide sono state mantenere lo stile del documentario per alcuni dei set più grandi. Nel film, ad esempio, abbiamo un inseguimento in macchina e abbiamo dovuto pensare a come una vera troupe di documentari avrebbe realizzato una cosa del genere che non è assolutamente pianificata, mantenendo allo stesso tempo la scena emozionante per il pubblico.

In che modo la fotografia cerca di riflettere la narrazione?

Uno dei temi principali del film è la solitudine e l’isolamento, quindi abbiamo davvero cercato di rifletterlo nella fotografia. Un sacco di paesaggi vuoti, obiettivi più larghi e colori più freddi per quando Brian è solo. Ma poi, quando Charles e Hazel entrano nella sua vita abbiamo girato in modo più intimo e abbiamo reso più calda l’atmosfera della casa.

Puoi descrivere i vari look e design che sono all’interno della storia e come hai lavorato con il tuo team per realizzarli? Parlaci delle diverse “esigenze” e su come le stai differenziando e in che modo hai mirato a rendere la commedia cinematografica.

Immagino che il design principale di cui parlare prima di tutto sia il design di Charles. Chris aveva costruito Charles anni prima per gli spettacoli dal vivo: una scatola di cartone floscia con la testa di un manichino a cui aveva dato un’attaccatura dei capelli molto arretrata. Dopo che abbiamo girato il corto, era piuttosto ammaccato, il che funzionava bene, ma sapevamo di volerlo migliorare per il film. Quella era la vera sfida. Volevamo che Charles mantenesse la stessa personalità e che desse la stessa sensazione, ma che avesse un design un po’ più logico per adattarsi alla storia del film. Non lo abbiamo cambiato molto, ma lavorando con Hannah, la scenografa, lo abbiamo reso un po’ più moderno. Per quanto riguarda l’estetica generale del film, io e Hannah volevamo che tutto nel film sembrasse molto vissuto. Come se le vite fossero state ammucchiate l’una sull’altra, in particolare la casa di Brian, con tutte quelle pile di cianfrusaglie. Quindi abbiamo fatto affidamento sulle location che la nostra location manager Julia Gurry sarebbe riuscita a trovare. Giravamo sempre a Snowdonia perché aveva tutto ciò che rappresentava Brian: è isolata e complicata. Ma è stato particolarmente difficile trovare la casa giusta per Brian. Julia e io abbiamo fatto su e giù nel Galles per mesi e poi alla fine ci siamo imbattuti in questo posto nel bel mezzo di Snowdonia, lungo un minuscolo sentiero. Era perfetta per Brian, e Hannah ha fatto un lavoro straordinario. Tutta la scenografia è orientata per riflettere le personalità del personaggio. La casa di Brian è isolata e disordinata; La fattoria di Eddie è grande, imponente e brutale; e la casa di Hazel è più rada e claustrofobica per riflettere il rapporto con sua madre.

Puoi parlare della tua esperienza di lavoro con David Earl e Chris Hayward? Come hanno contribuito al film e come hai lavorato con loro per sviluppare i loro personaggi e le loro interpretazioni?

David e Chris sono estremamente collaborativi e fiduciosi. Considerando che sono entrato in questo progetto nel 2017 con dei personaggi che avevano creato e interpretato per anni, sono stati felici di collaborare sia con Rupert che con me per dare forma alla storia, sia prima che durante le riprese. Riscrivevamo costantemente, non c’era spazio per l’ego, c’era solo una comprensione condivisa di ciò che avrebbe reso il film migliore. Non abbiamo lavorato molto sui personaggi prima delle riprese, perché entrambi li conoscono bene. Riguardo Brian, l’unica cosa che io e David volevamo fare era renderlo più gentile rispetto al personaggio sul palco.

È un film molto intimo sull’amicizia e la solitudine. Come hai lavorato con David e Chris per coreografare questi momenti?

Abbiamo discusso molto sul tono di quei momenti in anticipo. Abbiamo condiviso molte clip di veri documentari, per lo più televisivi degli anni ’70 e ’80. Ma allo stesso tempo, volevamo che quei momenti emotivi si allontanassero dal mondo dei documentari e risultassero più cinematografici. Quindi bisognava trovare quell’equilibrio tra credibilità e ottenere la giusta risposta emotiva dal pubblico.

Come hai gestito i diversi toni del film?

Ho sempre pensato con questo film che la commedia si sarebbe presa cura di se stessa. Charles è un personaggio così unico, strano e divertente e David e il resto del cast sono attori comici (e drammatici) brillanti. Quindi, per bilanciare bene il film, il mio piano era sempre quello di provare a trattare questa storia il più seriamente possibile. Se stessimo davvero facendo un documentario su questo, come lo faremmo? Con la commedia, se senti che il film cerca di farti ridere, allora fallisce. Una volta che quella struttura e quei ritmi emotivi erano a posto, allora potevamo giocarci un po’ di più. Vogliamo far ridere il pubblico, ma prima di tutto voglio che sia coinvolto e catturato dalla storia e dalle relazioni al suo interno.

Cosa hai imparato come regista realizzando Brian e Charles?

Ho imparato moltissimo come regista, realizzando il mio primo lungometraggio. C’è troppo da elencare in realtà, ma suppongo che la cosa principale sia stata quanto la struttura del film possa essere rimodellata durante il montaggio. Abbiamo giocato con molte versioni diverse per rappresentare correttamente il viaggio di Brian e Charles.

Hai un momento preferito all’interno del film? Una scena, una battuta, uno sguardo?

Quando David guarda la mdp subito dopo che Charles chiede a Brian: “gli uccelli possono fare quello che vogliono?” Quella scena mi fa sempre ridere.

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