L’Impiccagione (1968): Nagisa Oshima e l’arte-propaganda

trailer del film

L’impiccagione, opera intramontabile del maestro Nagisa Oshima, ha segnato la storia del cinema giapponese con la sua forza polemica e politica che smaschera una società basata sull’odio e sulla morte.

Trama de L’impiccagione

Uno studente coreano viene condannato a morte a seguito dello stupro e l’omicidio di due ragazze, ma l’esecuzione non riesce e gli esecutori non sanno come procedere.

Recensione de L’impiccagione

Quando ancora doveva diventare un grande nome del cinema giapponese e internazionale, Nagisa Oshima crea un capolavoro polemico, e soprattutto politico, che lancerà ad altezze siderali la sua carriera. Il film vuole rompere gli schemi e contrastare una società basata sull’odio e sulla morte: dopotutto l’intento artistico di Oshima nasce proprio a seguito di un referendum richiesto dal governo giapponese. Il regista volle rispondere a modo suo all’imbarazzante esito della votazione sull’abolizione della pena di morte: ben il 71% risultò a favore del mantenimento della pena. Ciò che creò Oshima fu un concentrato di rabbia e sconforto verso il popolo giapponese, tanto da dare al film un aspetto propedeutico ai fini di far comprendere cosa realmente fosse la pena di morte. «Questo 71% ha mai visto una camera di esecuzione? Ha mai assistito a una esecuzione?», recitano i titoli di testa.

R, lo studente condannato - L'Impiccagione (1968)
R, lo studente condannato – L’Impiccagione (1968)

La vera impresa di Oshima è quella di aver reso un messaggio propagandistico e politico una vera e propria opera d’arte, con una regia fluida e decisa, senza vani fronzoli retorici, ma essenziale nei movimenti e nei personaggi. La perfezione stilistica che contraddistingue il cinema giapponese trova qui piena espressione, con un’estrema pulizia dell’immagine e del movimento che conduce lo sguardo naturalmente dove la polemica di Oshima si esprime, senza costrizioni né forzature. A coronare questa direzione impeccabile della camera da presa si ha una scrittura dei personaggi che non presenta imperfezioni, ma anzi rispecchia precisamente i vari momenti del pensiero umano nei riguardi delle leggi imposte e delle leggi morali, manifestando anche la paradossalità dell’applicazione della morale davanti alla giustizia imposta dal governo e la stretta dipendenza della morale dalla politica stessa. Oshima evidenzia come quest’ultima abbia il potere di annebbiare – parzialmente o completamente – il cosiddetto “buon senso”, il senso comune, ossia ciò che riteniamo essere la morale per eccellenza che unisce tutti gli esseri umani.

Esecuzione di R -L'Impiccagione (1968)
Esecuzione di R -L’Impiccagione (1968)

Le speculazioni politiche che si possono trarre dal film sono infinite, ma il vero perno su cui gira l’opera e che offre uno spunto di riflessione è la natura stessa della pellicola: un’opera d’arte nata da un intento meramente (a dire del regista) propagandistico. I rapporti fra arte e propaganda sono nefasti, spesso e volentieri uno tende a escludere l’altro, ma è difficile immaginarli separati. La loro è una relazione di forte opposizione dove si aggiunge dinamicità nel momento in cui entrambe si esprimono: arte e propaganda sono continue e fraterne in ogni loro rappresentazione. Oshima però propone la sua opera d’arte in un modo che esula dalla continuità fra arte e propaganda, affermando:

«Sei seduto in un cinema d’essai, ma noi non stiamo facendo arte. Noi vogliamo che ti dimentichi che sei in un cinema. Abbiamo fatto questo film con lo stesso spirito dei riottosi in strada e dei lavoratori. Per favore, guardalo con la stessa passione con cui giochi, lavori, combatti, odi e ami nelle strade»

Da questa forte affermazione il regista cerca evidentemente di far comprendere l’attualità della vicenda e il suo indissolubile legame con la realtà, la quale trascende l’arte stessa; anzi è proprio l’arte che sospende la sua funzione fondamentale di trascensione per attivare un moto inverso che invece ci lascia affondare nella realtà fenomenica attraverso uno sguardo profondo nell’agire umano. Questa dimensione sociale e propagandistica del film legittima Oshima a dire «noi non stiamo facendo arte», ma si può realmente ritenere un capolavoro come “L’impiccagione” una semplice opera di propaganda?

L'Impiccagione (1968)
L’Impiccagione (1968)

Con queste poche parole Oshima dà una lettura del suo film molto particolare e per certi versi svilente: lui afferma di non avere intenzione artistica, il che problematizza l’opera nella sua totalità portando il cinema stesso a mero strumento della ragione umana per eventi contingenti. La propaganda, però, in questo caso non è un semplice diffondere di un’idea o di una serie di concetti identitari, perché si ha piuttosto una manifestazione della vita e della sua sacra conservazione, in un’ottica universale di rispetto per la natura tutta e non per una sola precisa natura in cui l’uomo può vivere al sicuro. Il pensiero «ha ucciso, quindi merita di morire», che Oshima affibbia a quel 71%, viene violentemente distrutto in vista di un rispetto della vita che trascende dall’utile particolare degli uomini: non è più un rispetto per una società in cui si può vivere senza spiacevoli difficoltà (e quindi in cui si ha solo un élite), ma un rispetto per la società in sé e il diritto dell’uomo in quanto tale alla vita associata, che sia un assassino o meno. Per tale dissonanza dal termine “propaganda”, Oshima si paragona ai riottosi in strada, alle rivolte pubbliche, dicendo come abbia creato il film col medesimo spirito di disgusto e rivendicazione.

Scena de L'impiccagione
Scena de L’impiccagione

Con questa modesta citazione, il regista ci fa riflettere sulla posizione dominante dell’arte nella propaganda, ma ancor di più nel ristabilimento della giustizia morale all’interno della giustizia imposta, ridimensionando il potere allarmante della politica sulla libertà decisionale dell’individuo e riaffermando il senso di umanità come valore predominante. Dicendo «noi non stiamo facendo arte. Noi vogliamo che ti dimentichi che sei in un cinema», Oshima mette in piedi una propaganda catartica: qualcosa di anti-artistico come la propaganda, che però svolge la funzione più artistica di tutte, ossia l’immedesimazione («noi vogliamo che ti dimentichi che sei in un cinema»). Qui l’arte risponde alla propaganda negativa con le sue stesse armi: attraverso la costruzione di un’identità sociale essa riporta il senso comune al suo posto originario, ovvero il rispetto per la vita, i diritti umani. Questa identità però non è artificiale come quella della società giapponese favorevole alla pena di morte, segue anzi le linee della natura, la conservazione della vita in ogni sua manifestazione. Così il regista riesce a creare al contempo una propaganda catartica e una catarsi propagandistica, che esula perciò dal concetto di arte puro come quello di l’art puor l’art, mettendo in piedi una rappresentazione ibrida che non si stacca da terra, ma ci ancora alla cruda realtà della giustizia politica. La messinscena è rimasta nella storia: l’arte non c’è, oscurata dalla propaganda che si prende la briga di abusare della purificazione artistica, vietando ogni minimo tentativo di rappresentazioni irrealistiche o surrealistiche. Un’opera d’arte che non fa salire verso la luce, ma che fa scendere verso le ombre.

limpiccagione film
il cappio della camera d’esecuzione

Note positive

  • Bianco e nero strepitoso
  • Movimenti di macchina fluidi
  • Tematica
  • Personaggi

Note negative

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