
Mother Mary
Titolo originale: Mother Mary
Anno: 2026
Nazione: Regno Unito, Stati Uniti d’America, Germania, Finlandia
Genere: Drammatico, Thriller psicologico, Musicale
Casa di produzione: A24, Topic Studios, Homebird Productions, Augenschein Filmproduktion, IPR.VC, Sailor Bear
Distribuzione italiana: I Wonder Pictures in collaborazione con WISE Pictures
Durata: 112 minuti
Regia: David Lowery
Sceneggiatura: David Lowery
Fotografia: Andrew Droz Palermo, Rina Yang
Montaggio: David Lowery
Musiche: Daniel Hart, Jack Antonoff, Charli XCX, FKA Twigs
Attori: Anne Hathaway, Michaela Coel, Hunter Schafer, Kaia Gerber, Jessica Brown Findlay, Sian Clifford, Isaura Barbé-Brown, Atheena Frizzell, Laura Meakin, Alba Baptista, FKA Twigs
Trailer di “Mother Mary”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
“Mother Mary” è un film scritto e diretto da David Lowery. Prodotto da A24, Topic Studios, Homebird Productions, Augenschein Filmproduktion, IPR.VC, Sailor Bear. Le musiche originali sono di Charli XCX, Jack Antonoff e FKA TwigsIl cast è formato da Anne Hathaway, Michaela Coel, Hunter Schafer, Kaia Gerber, Jessica Brown Findlay, Sian Clifford, Isaura Barbé-Brown, Atheena Frizzell, Laura Meakin, Alba Baptista, FKA Twigs. La pellicola esce nelle sale cinematografiche il 14 maggio 2026 con I Wonder Pictures.
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Trama di “Mother Mary”
Alla vigilia del suo grande rientro in scena, l’iconica pop star Mother Mary riavvicina Sam, un tempo sua migliore amica e costumista e ora stilista affermata, per chiederle di confezionarle un nuovo abito. L’incontro riaprirà la strada a sentimenti forti e mai sopiti, ferite e tensioni irrisolte. Il premio Oscar Anne Hathaway, affiancata da una sorprendente Michaela Coel, mette corpo e anima al servizio di una storia potente e viscerale, un viaggio emotivo e di grande impatto visivo al cuore dell’intreccio tra creatività e relazioni.
Recensione di “Mother Mary”
David Lowery torna al cinema con un’opera che si muove tra il mito pop e la fragilità umana, tra il bagliore accecante della fama e le zone d’ombra che ogni relazione porta con sé quando viene interrotta troppo bruscamente e poi, anni dopo, improvvisamente riaperta come una finestra su un passato che non si è mai del tutto chiuso.
La rinascita di due donne
Alla vigilia del suo grande e attesissimo rientro sulla scena musicale mondiale, l’iconica pop star Mother Mary, interpretata da una magnetica e straziante Anne Hathaway, decide di riallacciare i contatti con Sam, interpretata dalla straordinaria Michaela Coel, un tempo sua migliore amica nonché costumista di fiducia e oggi stilista affermata e rispettata nel suo campo, per affidarle un compito che è allo stesso tempo professionale e profondamente personale: la creazione di un nuovo abito per il suo grande ritorno, un indumento che dovrà contenere non solo il corpo di una diva, ma anche il peso simbolico di una rinascita tanto attesa quanto carica di aspettative. Quello che potrebbe sembrare un incarico di moda si rivela rapidamente qualcosa di molto più complesso e destabilizzante, perché l’incontro tra le due donne riapre ferite che non si erano mai davvero rimarginate, riaggitando sentimenti sopiti ma mai estinti, tensioni irrisolte che aspettavano solo il momento giusto per tornare a galla con tutta la loro forza devastante e, paradossalmente, vitale.
La regia di David Lowery: estetica e simbolismo al servizio delle emozioni
David Lowery, già autore di opere come “A Ghost Story” e “The Green Knight”, conferma con “Mother Mary” la sua capacità unica di trasformare storie apparentemente intime in affreschi visivi di grande respiro, costruendo ogni sequenza con una cura maniacale per la luce, il colore e la composizione dell’inquadratura, come se ogni fotogramma fosse pensato per contenere in sé un’intera stratificazione emotiva che lo spettatore deve sentire ancora prima di comprendere razionalmente. La sua regia non spiega mai, non didascalizza, non tradisce le emozioni dei personaggi trasformandole in dialogo esplicito, ma lascia che tutto emerga attraverso i gesti, gli sguardi, le pause, il modo in cui i corpi si avvicinano e si allontanano nello spazio, creando una tensione narrativa che è al tempo stesso fisica e metaforica, ancorata al presente della scena ma costantemente attraversata dal peso del passato. La messa in scena è lussureggiante senza essere mai ridondante, capace di evocare il mondo dorato e asettico della pop culture globale senza cedere alla sua estetica vuota, mantenendo sempre vivo un senso di umanità fragile e pulsante sotto le superfici patinate.
Anne Hathaway: una performance tra tormento e magnetismo
Anne Hathaway offre in “Mother Mary” forse una delle interpretazioni più complete e coraggiose della sua carriera, costruendo un personaggio che è icona e vittima allo stesso tempo, che vive della luce degli altri e ne è al contempo consumata, che ha costruito la propria identità su una maschera talmente perfetta da non riuscire più a distinguerla dal volto che nasconde, e che in questa ricerca disperata di autenticità trova l’unica persona capace di vederla davvero, anche se quella visione comporta il rischio di essere distrutti da ciò che si trova. I suoi occhi pieni di lacrime trattenute, la voce che si incrina nei momenti meno attesi, il corpo che alterna rigidità difensiva e abbandono improvviso: tutto in lei comunica una donna che non ha mai smesso di combattere contro se stessa, che porta il peso della propria leggenda come una corona d’oro che è anche una gabbia, e che in Sam vede la sola possibilità di toglierla, almeno per un momento, almeno in privato.
Michaela Coel: la rivelazione che completa il film
Se Anne Hathaway è il sole di questo film, Michaela Coel ne è la luna: potente nella sua influenza, capace di esercitare una gravitazione emotiva che si sente in ogni scena anche quando lei non dice una parola, perché la sua presenza fisica ha una qualità rara che il cinema fatica spesso a catturare e che qui invece viene esaltata da una direzione attenta e da una performance di straordinaria profondità. La sua voce, tagliente e calda al tempo stesso, ipnotica nella sua capacità di passare in pochi istanti dal distacco ironico alla vulnerabilità più disarmante, diventa lo strumento principale con cui Sam negozia il proprio posto in una relazione che l’ha cambiata per sempre e che ora, con questo ritorno imprevisto, rischia di cambiare ancora una volta le coordinate della sua vita, del suo lavoro e della sua identità di donna e di artista. Coel porta sullo schermo un personaggio scritto con intelligenza e lo porta oltre, aggiungendo strati di umanità che la sceneggiatura suggerisce ma che è lei, con il corpo, lo sguardo e quella voce, a rendere pienamente reali.
Il cuore del film: creatività, relazioni e identità femminile
Ciò che rende “Mother Mary” un’opera davvero significativa nel panorama cinematografico contemporaneo è la sua capacità di usare il mondo della moda, della musica pop e dello star system come metafore per indagare questioni molto più universali e profonde, come il modo in cui le relazioni creative tra donne vengono spesso raccontate attraverso il filtro della competizione o della dipendenza, mentre la realtà è quasi sempre più complessa, più intrecciata, più carica di gratitudine e risentimento e amore e paura tutti insieme in una miscela che non si lascia ridurre a nessuna categoria semplice. Il film non giudica nessuna delle sue protagoniste, non le divide in buona e cattiva, in vittima e carnefice, ma le mostra entrambe nella loro contraddittoria pienezza, donne che si sono ferite perché si amavano, che si sono allontanate perché la vicinanza era diventata insostenibile, e che ora, in questo incontro ritrovato, devono decidere se il prezzo di ricominciare è un prezzo che sono disposte a pagare di nuovo.
In conclusione
“Mother Mary” è un’opera rara, capace di essere allo stesso tempo spettacolare e intima, visivamente straordinaria e narrativamente radicata nell’esperienza emotiva più autentica, e rappresenta una delle prove più convincenti che il cinema d’autore possa ancora trovare, dentro le storie apparentemente piccole di due donne che si ritrovano dopo anni di silenzio, il materiale per dire qualcosa di grande e necessario sul tempo, sull’arte, sull’amore e su tutto ciò che sopravvive anche quando pensiamo di averlo sepolto per sempre. Anne Hathaway e Michaela Coel insieme sono un’alchimia che il cinema difficilmente dimenticherà, e David Lowery firma con questo film la conferma definitiva del suo status di uno dei registi più originali e necessari del suo tempo.
Note Positive
- Scrittura
- Regia
- Recitazione
- Aspetti visivi
Note Negative
- La recitazione, ogni tanto, è sopra le righe
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| Regia | |
| Sceneggiatura | |
| Fotografia | |
| Colonna sonora e suono | |
| Interpretazione | |
| Emozione | |
| SUMMARY | 4.4 |
