Nessun nome nei titoli di coda: uno sguardo ai veri protagonisti del cinema

Trailer del docufilm “Nessun nome nei titoli di coda”

Le comparse non esistono più, per me sono tutti attori. Oggi si usa il termine figuranti.

cit. Antonio Spoletini

Trama Nessun nome nei titoli di coda

La sinossi di questo docufilm diretto da Simone Amendola dice già tutto, così come il titolo d’altronde.

Se dici “comparse” dici Spoletini. Si tratta infatti, di cinque fratelli trasteverini che a partire dal dopoguerra hanno cercato le facce giuste per il cinema italiano e internazionale passato da Roma. Dei cinque, Antonio, a ottant’anni suonati, è ancora lì, sul suo campo di battaglia, Cinecittà. All’approssimarsi dell’idea di una fine, come ogni uomo, vorrebbe lasciare un nome nei titoli di coda e un regalo per i suoi nipoti, un messaggio d’amore verso il mondo del cinema.

Un film che si concentra sulla figura di un uomo che ha affiancato tutti i volti più famosi del cinema senza aver ottenuto mai un riconoscimento, mai un nome nei titoli di coda, appunto.

Recensione Nessun nome nei titoli di coda

Il prodotto messo in scena da Amendola è una luce intensa sul mondo di tutti coloro che rendono un film, un documentario, così perfetto. Non si tratta di registi o attori, bensì di tutti quelli che lavorano dietro a tutto ciò, in disparte ed in silenzio. Sì, il documentario segue la storia di Antonio Spoletini, ma attraverso i suoi occhi, quelli di un uomo che ama il cinema in tutte le sue forme, viviamo la vita dei costumisti, delle truccatrici e di tutti gli addetti ai lavori che non ottengono mai un riconoscimento, restando lì nell’ignoto.

Come detto, Spoletini è un uomo amante del cinema, che ha vissuto al fianco di tutti i più grandi nomi del nostro cinema ma anche di quello internazionale. Passa le sue giornate alla ricerca di comparse, che per lui non sono tali, perché li tratta come se fossero veri e propri attori di fama mondiale. A lui piace definirli così. Questo grande uomo, ormai ottantenne ha però un sogno: recuperare una pellicola di “Roma“, l’opera di Fellini in cui compaiono sia lui che i suoi quattro fratelli, per lasciarla un domani ai suoi cari come ricordo del suo amore per il grande schermo, ma soprattutto per godersi ancora una volta tutta la famiglia unita.

Il primo docufilm di Salvatore Amendola è un prodotto scorrevole, a tratti intimo ed emozionante e sicuramente un regalo a tutti gli spettatori che amano osservare anche chi si nasconde dietro lo schermo e non soltanto chi si trova davanti la telecamera, tutti quelli che lavorano quotidianamente per rendere un film, il prodotto finale che ci godiamo poi sullo schermo.

Per il suo forte legame con il maestro Fellini, il film ha ottenuto il patrocinio del comitato FELLINI 100, ma anche il riconoscimento nella categoria “Riflessi” al Festival del cinema di Roma del 2019.

C’è un momento fondamentale del film, una chiave importante: durante i funerali di Fellini, tra la commozione generale la macchina da presa si sofferma qualche istante su un gruppo di uomini di mezza età, al centro chiaramente Antonio Spoletini. Il commentatore (Paolo Frajese) illumina la scena dicendo: “Questi che vedete sono gli artigiani che hanno fatto il cinema, volti a me e a voi sconosciuti ma che a ognuno Fellini aveva dato un soprannome affettuoso”, quasi a dimostrarci che loro sono i veri protagonisti dietro i grandi cult che tanto amiamo e riguardiamo.

La scena più toccante di tutto il film però, la vediamo sicuramente sul finale, ci viene mostrata tutta la fragilità dietro un uomo che ha fatto del sacrificio la sua fonte di vita, le lacrime, i sorrisi e anche un riconoscimento che non ha ottenuto per tutta la sua carriera. Perché da oggi e speriamo il più a lungo possibile, tutti ricorderanno il nome di Antonio Spoletini e dei suoi fratelli, pilastri di Cinecittà e del nostro amato cinema.

Note Positive

  • Montaggio e fotografia;
  • L’autenticità di Antonio Spoletini;
  • Uno sguardo su Roma, tra quartieri e persone.

Note Negative

  • Manca qualche approfondimento sulle sue esperienze passate e qualche intervista ad amici/familiari che in un documentario avrebbero fatto la differenza.

2 Comments

Rispondi a arch. Renato SantoroCancel Reply

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    • mi fa molto piacere ti sia piaciuto, ma il merito è di una persona come Antonio Spoletini che ha tanto da raccontare e poco spazio.