Shia LeBeouf e Vanessa Kirby in Pieces of a Woman (2020)

Pieces of a Woman: Un’opera profondamente umana

Pieces of a Woman | Trailer ufficiale | Netflix
Trailer sottotitolato in italiano di Pieces of a Woman

Il cineasta ungherese Kornél Mundruczó, più volte protagonista al Festival di Cannes (e vincitore del Premio Un Certain Regard nel 2014 per White God – Sinfonia per Hagen), dirige un lungometraggio presentato in concorso alla 77a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Sceneggiato da Kata Wéber, già collaboratrice di Mundruczó in tre diverse occasioni, e montato dall’altrettanto fedele Dávid Jancsó, vanta Benjamin Loeb in qualità di direttore della fotografia (ruolo ricoperto anche nei prossimi After Yang con Colin Farrell e When You Finish Saving the World con Julianne Moore). Prodotto da Martin Scorsese, Pieces of a Woman è musicato dal tre volte Premio Oscar Howard Shore (che ha condiviso con Scorsese il set di molte produzioni come The Aviator, 2004), mentre il cast è composto da Shia LaBeouf e Vanessa Kirby. Alla 77a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film ha ottenuto la candidatura al Leone d’oro, il Premio come miglior film nella categoria Arca CinemaGiovani e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Trama di Pieces of a Woman

Martha Weiss (Vanessa Kirby) e Sean Carson (Shia LaBeouf) sono una coppia di Boston in attesa di una bambina. Tutto sembra procedere per il meglio, con una nuova auto regalata loro da Elizabeth (Ellen Burstyn), madre di Martha, e il buon lavoro al cantiere di Sean. Ma il giorno del parto, gestito nell’abitazione dall’ostetrica Eva Woodward (Molly Parker), ogni aspettativa viene cancellata, travolta dalla sconvolgente tragedia che li colpisce. Le conseguenze sono devastanti, spingendo Martha e Sean a riconsiderare ogni aspetto della loro vita e scoprendo delle debolezze quasi impossibili da colmare. 

Recensione di Pieces of a Woman

È un film profondamente umano, quello realizzato dall’acclamato regista ungherese Kornél Mundruczó. Straordinariamente complesso, ma anche delicato e intenso nel rapido passaggio da una sequenza all’altra, Pieces of a Woman rappresenta la toccante storia di Martha e Sean, due giovani dolorosamente colpiti da un evento traumatico. C’è un inevitabile pre e post nella vita della giovane coppia di Boston; l’angoscia, il senso di vuoto che sostituiscono le aspettative e la spensieratezza. Ma anche la certezza nel “potercela fare” spazzata via da quell’ineluttabile privazione di un qualsiasi interesse che è alla base del decadimento psicologico e fisico. Una condizione che, inizialmente, accomuna Martha e Sean, entrambi erranti nelle rispettive esistenze. La prima talmente (e comprensibilmente) sconvolta da voler eliminare tutto ciò che le rammenta il felice pre; il secondo completamente alla mercé di un mondo in cui sembra aver smarrito l’orientamento.

E poi ci sono quei devastanti rimandi che inseguono Martha, come le manine appoggiate al freddo finestrino di un autobus oppure le gaie risate di un bambino al suo fianco, o ancora i vestitini esibiti nella vetrina di un negozio. Immagini e sequenze che la conducono verso quel baratro angoscioso in cui tutto appare così incredibilmente ingiusto. Una situazione che si avvicina pericolosamente, per paragone, all’evento del Tacoma Narrows Bridge (rovinosamente collassato nel 1940) citato da Sean dinnanzi ad un quadro che lo ritrae. Elemento, quest’ultimo, che a sua volta rimanda per le tonalità cromatiche a quell’Urlo dipinto da Edvard Munch nel 1893. Lo stesso che Sean lancia alla gelida Boston in una scena del film, naturale (rabbiosa) conseguenza di una vita ormai smarrita. Perché col tempo Sean, a differenza di Martha, resta intrappolato in una sorta di rigida costrizione che, oltre a provocare la perdita del lavoro in cantiere, induce la giovane coppia verso quello “stallo” che tanto spaventa. L’abitacolo della monovolume regalata da Elizabeth Weiss diviene così un claustrofobico spazio semplicemente occupato da due persone che non hanno più niente da raccontarsi, in cui il silenzio (voluto legittimamente da Martha al posto della musica di una casuale stazione radiofonica) opprime come un qualcosa di fisico, tangibile, simile, pur con delle ovvie differenze di script, a quello ricreato da Taylor Sheridan in I segreti di Wind River (2017).

E ciò vale anche per la neve, discreta presenza che ammanta The Olde Towne, abilmente utilizzata da Mundruczó come metafora della vita di Martha e Sean, bloccati in un periodo tra la “demolizione” e la “ricostruzione” (una fase affrontata anche da Jean-Marc Vallée in Demolition – Amare e vivere del 2015). In tal senso, il piacere ritrovato da Martha nel cercare di far germogliare dei semi di mela, un non frutto simbolo anche di fertilità (oltre a riferimento di una particolare sequenza del lungometraggio), rappresenta il primo passo per tentare di “dialogare” con il tragico evento. Un dramma che non può essere superato, e che Mundruczó, privo d’ipocrisia, raffigura come qualcosa con cui dovranno convivere per sempre. Ma se Sean non riesce nemmeno ad accettare tale prospettiva, Martha cerca di rielaborare ciò che è accaduto, tentando (appunto) di ricostruire almeno qualcosa. I piccoli germogli, fortemente in contrasto con le piante appassite presenti nell’abitazione della coppia, rappresentano ad esempio la prima attenzione di Martha nei confronti di alcuni elementi vivi: un passaggio fondamentale capace di spingerla a riflettere su un tema come la naturalità.

Una condizione che, però, la discosta progressivamente da Sean, fintamente a suo agio nella famiglia Weiss. La tragedia svela infatti la realtà del rapporto tra Elizabeth e il compagno di Martha, da sempre “non considerato all’altezza della figlia”. Un ragazzo, secondo Elizabeth Weiss, da comandare, proveniente (e soprattutto prodotto) da una classe sociale diversa, forse persino un “villano”. Qualcuno da allontanare presto dalla figlia, anche sfruttando la difficile situazione economica dello stesso. Qualcuno da cui Martha deve prendere le distanze. Ed ecco un altro aspetto, tra la già citata complessità di Pieces of a Woman, che testimonia la profondità umana dell’opera di Kornél Mundruczó. Ovvero la solitudine che si avventa su Sean e Martha, i rancori del passato, l’assoluta voglia di non far apparire il “fallimento” (come sostenuto dalla Kirby) di una coppia che forse non è mai stata compresa. Una logica che rimanda ancora a quel Tacoma Narrows Bridge inaugurato il 1o luglio 1940 e crollato il 7 novembre dello stesso anno. Un “breve” lasso di tempo in cui il mondo ha potuto ammirare il terzo ponte sospeso più lungo del mondo (chiaro rimando all’esperienza di Martha e Sean), poi collassato su se stesso anche a causa di un fenomeno di risonanza.  Quella a cui vanno dolorosamente incontro i protagonisti di Pieces of a Woman, tormentati da ciò che è avvenuto e non aiutati a dovere, spinti nella ricerca di un colpevole che non cambierà comunque nulla. Perché, come testimoniato dal cantiere dello Zakim Bridge, simbolo ricorrente all’interno dell’opera di Mundruczó (anche per l’inevitabile progressione temporale), concludere qualcosa, collegare due aree prima separate da un margine, è un lavoro in cui occorre l’aiuto di tutti. Una condizione necessaria che, sen ben rispettata, può condurre verso una nuova prospettiva della vita, ricordando il passato ma anche aprendo lo sguardo in direzione di quel post ancora tutto da scrivere.

Note positive

  • La regia di Kornél Mundruczó (di rara bellezza i due piani sequenza presenti nel film)
  • Le interpretazioni di Vanessa Kirby, Shia LaBeouf, Ellen Burstyn e Molly Parker
  • Il montaggio
  • La fotografia
  • La colonna sonora

Note negative

  • Nessuna da segnalare

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