Raw – Una cruda verità (2016): Il ‘coming-of-age’ horror di Julia Ducournau

Trailer Italiano di “Raw – Una cruda verità”

Julia Ducournau, esordisce a Cannes nel 2011, con il cortometraggio “Junior“. Il ritorno, cinque anni più tardi, con il suo primo lungometraggio “Grave” (“Raw – Una cruda verità”), vincitore del premio FIPRESCI, offre al pubblico l’irrefutabile prova del suo sorprendete talento.

La regista francese, consacrata alla 74esima edizione del Festival (2021) con la vittoria della Palma d’oro (seconda regista donna a riuscirci, dopo Jane Campion nel 1993, con “Lezioni di piano“), grazie al suo secondo lungometraggio “Titane“, è certamente una delle rivelazioni cinematografiche più soddisfacenti degli ultimi anni.

Raw - Una cruda verità
Raw – Una cruda verità

Trama di Raw – Una cruda verità

La giovane Justine è una sedicenne timida e ancora inconsapevole di quelli che sono gli sconvolgimenti psicologici e ormonali propri di un’adolescente. Vive con i genitori ma è pronta a trasferirsi presso l’università di veterinaria, dove potrà dare il via alla sua carriera. Il medesimo percorso di studi intrapreso dai genitori di lei e dalla sorella maggiore Alexia, che l’attende in università, pare essere perfettamente in linea con un vegetarianesimo vissuto al pari di una vera e propria religione, da tutta la famiglia.

Justine, una volta arrivata al campus e dopo aver conosciuto il suo compagno di stanza Adrien, viene trascinata, assieme a tutte le matricole, al primo di diversi riti d’iniziazione (sostanzialmente una festa a base di droghe, sesso e alcol), dove finalmente incontra Alexia. L’irresponsabile e inaffidabile sorella, che già non si era presentata all’arrivo di Justine in università (nonostante le sollecitazioni dei genitori), appare per la prima volta sullo schermo ubriaca e totalmente immersa in quel clima di festa tanto frastornante, quanto inebriante.

Con il passare del tempo, l’ambiente che la circonda si fa sempre più condizionante per Justine e le tipiche tappe conoscitive dell’adolescenza, quali la seduzione, il sesso, l’alcol e quant’altro, si accompagnano alla scoperta della carne e a quelli che potrebbero essere definiti dei macabri squilibri ormonali. Spinta infatti a mangiare rene di coniglio crudo, anche dalla sorella, ormai non più vegetariana, la protagonista ingerisce carne per la prima volta in vita sua e ne subisce delle conseguenze sconvolgenti.

Ben presto si palesano diversi sintomi tanto allarmanti quanto disgustosi: le esagerate reazioni allergiche, la voglia incontrollabile di mangiare carne in maniera spasmodica e il mostrarsi graduale di un’aggressività, fino a ora mai neanche intravista.

L’accumularsi e l’intensificarsi di questi sintomi portano grandi sconvolgimenti nella vita di Justine, sconvolgimenti più che del suo stato psico-fisico, in ambito sociale. Il già complicato rapporto con la sorella si fa sempre più altalenante e pericoloso, passando da momenti di supporto e aiuto reciproco a scontri fisici molto violenti; l’amicizia instaurata con Adrien, dichiaratosi gay al primo incontro, inizia a incrinarsi a causa di una pulsione carnale della protagonista sempre più intensa nei confronti di lui e dall’intrecciarsi di uno strano triangolo amoroso tra lui, Alexia e la stessa Justine.

Raw - Una cruda verità
Fotogramma di Raw – Una cruda verità

Recensione di Raw – Una cruda verità

Guadando “Raw – Una cruda verità”, non ci si può certo stupire del fatto che Julia Ducournau sia oggi sulla bocca di molti e che sia apprezzatissima, soprattutto da coloro che di cinema ne masticano parecchio. Sovversiva per quanto riguarda i generi che affronta e innovativa per il suo stile accurato e d’impatto, la giovane regista francese sta pian piano conquistando fette sempre più vaste di pubblico e, con soli due lungometraggi, ha saputo imprimere la sua cifra stilistica nei cuori degli spettatori.

Raw” è un coming-of-age in cui la tematica adolescenziale, tipica del cinema francese, si mescola al genere horror, che viene qui totalmente destrutturato e rielaborato. Sembra quasi che nel lungometraggio della Ducouranau, Truffaut (“I quattrocento colpi”, 1959) e Cronenberg (“La mosca”, 1986) trovino il loro punto d’incontro in chiave contemporanea. Il richiamo al regista canadese, uno dei più grandi maestri del cinema, è evidente non solamente per quella rivisitazione dell’horror che integra, agli elementi classici del genere, quali il sangue e le scene ai limiti del disgusto, tutta una prima parte conoscitiva e d’introspezione dei personaggi, ma anche, soprattutto, per quella tendenza, ai limiti dell’ossessione, di porre il corpo come centro nevralgico della propria opera.

La regista nata a Parigi si riallaccia quindi al cosiddetto body-horror, di cui lo stesso Cronenberg è ritenuto pioniere, con inquadrature che dal totale al particolare puntano all’evocazione della carne.

“Che cosè?”

“Aspetta il tuo turno”

“E’ carne?”

“Rene di coniglio ma, non ci pensare”

“Io, però, sono vegetariana, non lo posso mangiare; chiedi a mia sorella, siamo tutti vegetariani in famiglia”

Dialogo tra Justine e uno dei ragazzi grandi dell’università

La chiave di volta del film è rappresentata da questo dialogo e dal conseguente assaggio di carne della protagonista. La scena è perfettamente studiata, quasi da evocarne non solamente la vista (già lievemente turbata dalla colata di sangue con cui vengono ricoperte le matricole), ma anche la consistenza, grazie a un dettaglio del barattolo contenente i reni di coniglio, e l’olfatto, stimolato a più riprese.

La più grande sfida portata a termine da Julia Ducournau, infatti, sta nella resa che ella è riuscita a dare di un’atmosfera e un contesto quanto più crudi possibile, quasi disturbanti, in grado di sollecitare tutti i sensi, con l’utilizzo, per esempio, di campi larghi del campus universitario (dipinto in maniera tale da sembrare più un mattatoio, che un edificio scolastico), o con particolari del corpo della protagonista, lacerto dagli intensi sfoghi allergici. All’interno di questo contesto crudo e orticante, la seconda grande prova, passata a pieni voti, è quella che riguarda l’evoluzione del personaggio di Justine (interpretata da Garance Marillier).

“… Acido citrico, feromoni

Tic tic tic metronomi

1, 2, 3, 4 Stop

!Abbiamo finito

Ti tratterò bene

Ti farò male per bene …”

Estratto del brano “Plus putes que toutes les putes” (Ortis)

Nella seconda parte del film, vi è una scena in cui Justine è davanti allo specchio e, con fare molto provocante, ascolta il brano di cui fa parte questo estratto; un brano decisamente aggressivo e volgare, in totale antitesi con il personaggio conosciuto nella prima mezz’ora di pellicola. Un’ottima prova per la giovane Marillier, che gioca molto con l’espressività, risaltata dalle inquadrature opportunamente studiate.

La sua evoluzione fa da motore alla storia, ponendo al centro dell’attenzione l’adolescenza, periodo di crescita e soprattutto di transizione, in cui le scoperte del mondo e dell’età adulta possono rivelarsi tanto travolgenti quanto pericolose. Il concetto di corpo, in evoluzione al pari della psiche della protagonista, si mescola con quello di carne in un rapporto tanto complesso quanto quello che domina l’intero film e vede Justine e Alexia in continuo confronto.

Gli ingredienti che compongono quest’opera sono moltissimi, diverse tematiche si intrecciano e si legano l’un l’altra: la crescita, l’esser donna, i rapporti familiari, l’accettazione di sé e altri ancora, sono i temi che compongo la ricetta in grado di appagare il palato dello spettatore. E mentre la protagonista si sazia di ciò che aveva sempre respinto, noi spettatori possiamo soddisfare la nostra fame filmica di novità, di nuovi sguardi e nuovi stili e possiamo saziarci delle doti di un’interessantissima cineasta che farà sicuramente parlare ancora tanto di sé.

Note Positive

  • Regia e sceneggiatura
  • Innovazione
  • Rivisitazione degli stili
  • Ripresa dei modelli

Note Negative

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