Reflection (2021) – Il crudo dramma della guerra nel Donbass

Reflection

Titolo Originale: Vidblysk

Anno: 2021

Paese di produzione: Ucraina

Genere: drammatico

Casa di Produzione: Arsenal Films, Forefilms

Distribuzione: Wanted Cinema (Italia)

Durata: 125’

Regista: Valentyn Vasyanovych

Sceneggiatura: Valentyn Vasyanovych

Fotografia: Valentyn Vasyanovych

Montaggio: Valentyn Vasyanovych

Attori: Roman Lutskyi, Nika Myslytska, Nadia Levchenko

Trailer del film Reflection in lingua originale con sottotitoli in inglese

In segno di solidarietà con i cineasti e tutto il popolo ucraino, la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, in collaborazione con il distributore italiano Wanted e le sale cinematografiche Troisi di Roma e Anteo di Milano, organizzano due proiezioni gratuite a Roma (7 marzo) e Milano (9 marzo) del film Reflection (Vidblyskdel regista ucraino Valentyn Vasjanovyč, presentato in concorso alla 78. Mostra di Venezia 2021. Ambientato durante la guerra del Donbass del 2014, “Reflection”  è un film di crudo realismo che evoca lo scontro diplomatico-militare tra Russia ed Ucraina, iniziato nel febbraio del 2014, per il controllo della Crimea e del Donbass. 

Trama di Reflection

Il medico chirurgo Serhiy Melnyk (Roman Lutskyi) viene catturato dalle forze militari russe nella regione del Donbass. Durante il suo periodo di prigionia, assiste a brutali torture e violenze, costretto a constatare il decesso di prigionieri in virtù della sua professione. Liberato attraverso uno scambio di prigionieri, Serhiy ritorna alla sua vita borghese: come può un uomo che ha vissuto gli orrori della guerra ritornare alla tranquillità perduta?

Recensione di Reflection

Sarò sincera: scrivere la recensione di Reflection (Vidblysk), in questo momento storico, è molto difficile. Non tanto per l’inquietante corrispondenza fra realtà e finzione filmica, bensì perché il rischio di cedere il passo a un fallace politically correct è assolutamente presente. Avevo visto questo film durante la sua presentazione alla 78ma edizione del Festival del Cinema di Venezia, e l’avevo immediatamente bocciato. Rivedendolo a quasi sei mesi di distanza, in un clima geopolitico totalmente mutato, non nascondo che la mia visione sia stata molto influenzata. Tuttavia, in virtù di una profonda onestà intellettuale, ho voluto porre tra parentesi il conflitto che sta sconvolgendo l’Europa e trattare il lungometraggio di Valentyn Vasyanovych puramente come un prodotto artistico impegnato. Pertanto, intendo elogiare il coraggio del regista ucraino nel voler trattare una guerra che, prima dello scoppio del conflitto, era stata ignorata dal nostro Occidente. Tuttavia, non posso che giudicare come errata la scelta stilistica adottata per lo storytelling del film.

Reflection inizia con una guerra: un gruppo di ragazzi e ragazze si ritrovano in un centro dove si pratica il softair e, divisi in due fazioni, si sparano della vernice colorata simulando un vero e proprio scontro a fuoco. La guerra vera, invece, si percepisce nelle parole del chirurgo Serhyi e del collega Andriy: il massacro imperversa e i corpi mutilati dalle mine vanno e vengono sui tavoli operatori. Sin dalla sequenza iniziale, Vasyanovych intende presentare i due elementi stilistici che saranno costanti (con alcune eccezioni) durante la narrazione. In primo luogo, il regista sceglie la narrazione per quadri fissi, campi medi dalla durata variabile che si susseguono uno dopo l’altro. Naturalmente, rieccheggiano le influenze dello svedese Roy Andersson (You, the Living, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza) e del taiwanese Tsai Ming-Liang (Goodbye, Dragon Inn, Days), i quali hanno costruito il loro stile registico sulla poesia dell’inquadratura fissa (spesso crudele per un pubblico meno avvezzo alla sperimentazione). In secondo luogo, la componente simbolica che nutre la linfa di ogni sequenza, producendo necessariamente una riflessione nella mente dello spettatore: nel primo delle uniche due carrellate del film, metaforico è il momento in cui il protagonista, caduto nelle mani dei russi, viene portato dalla stanza degli interrogatori allo scantinato delle torture, a lasciar intendere una tragica discesa negli inferi.

Tuttavia, ritengo che l’abuso di queste due colonne portanti del film abbia effettivamente compromesso la buona riuscita del lungometraggio. Valentyn Vasyanovych è un giovane regista, appena affacciatosi sulla scena europea che, tuttavia, non ha avuto il timore di mostrarsi al grande pubblico: nel 2019, il suo Atlantis vince il Premio Orizzonti per il Miglior Film al Festival del Cinema di Venezia. Sicuramente è l’inesperienza ad averlo fatto troppo indugiare nella scelta stilistica del quadro fisso e del simbolismo, indugio che lo spettatore apprezza nelle sequenze iniziali del film, certamente, ma di cui ha la nausea giunto a metà della narrazione. L’idea di voler narrare da una prospettiva distanziata il vissuto crudele e martoriato del protagonista ha i suoi meriti e i suoi grandi maestri alle spalle: certamente, Vasyanovych non cede a un melodramma di matrice hollywoodiana (e di questo gliene siamo grati). Ma sviluppare un film basato su un dramma così potente pretendendo di dirigerlo in una maniera che impedisca qualunque forma di empatia da parte del pubblico è una scelta azzardata e, personalmente, sbagliata.

Lo stesso ragionamento è applicabile alla componente simbolica di Reflection: di simboli ce ne sono tanti, troppi, in sovrabbondanza. Lo spettatore, di nuovo, giunge a metà del minutaggio con la necessità fisiologica di staccare la testa e appoggiarla sul comodino. Forse, anche per quanto riguarda la questione simbolica si poteva optare per una condensazione dei momenti più potenti in poche, ma efficaci scene. Nella fattispecie, mi riferisco alle splendide sequenze in cui Serhyi tenta di ricucire il rapporto con la figlia Polina, momenti estremamente delicati e carichi di un simbolismo che in certi momenti produce quel coinvolgimento empatico che lo spettatore stava cercando da più di un’ora. E per aggiungere meriti al lavoro di Vasyanovych, ci sono diversi elementi che denotano la capacità artistica del giovane regista ucraino e la sua abilità nello stare dietro la macchina da presa. Fra questi, la maniacale attenzione alla fotografia, sicuramente frutto di un minuzioso studio degli ambienti e del contesto narrativo: si passa da scene luminose, ambientate nel contesto borghese di Serhyi, a sequenze oscure e tetre girate nelle stanze delle brutali torture. In accordo con questi caratteri, ritengo che Reflection non sia un film totalmente sbagliato, ma un lungometraggio che ha scelto un rigore narrativo non consono con la storia che intende raccontare.

In conclusione

Certamente Reflection è candidato a essere un perfetto manifesto artistico di denuncia verso le crudeltà subite dal popolo ucraino, ed il coraggio di narrare una storia così tremendamente attuale è da elogiare senza ombra di dubbio. Si potrebbe dire che Vasyanovych abbia perfettamente compreso come sia necessario scegliere uno stile registico originale per poter far notare un film sulla guerra nel Donbass. Tuttavia, una maggiore freschezza narrativa, meno statica e più orientata verso lo spettatore avrebbe sicuramente prodotto un effetto migliore, creando quel coinvolgimento empatico da brividi di cui le recenti teorie sul cinema contemporaneo stanno scrivendo da dieci anni a questa parte.

Note positive

  • Il coraggio di narrare la sanguinosa guerra nel Donbass
  • La fotografia precisa, meticolosa, pulita
  • Il comparto attoriale

Note negative

  • La scelta stilistica caratterizzata da quadri fissi
  • L’eccessivo simbolismo
  • L’indugio nel minutaggio

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