Signs of Love (2022): uno spaccato della società che ammicca a Malick

Recensione, trama e cast di Signs of Love (2022) per la regia di Clarence Fuller con Hopper Jack Penn, Dylan Penn e Zoë Bleu. Dall'11 maggio 2023 al cinema.
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Trailer di Signs of Love

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Prodotto, scritto e diretto da Clarence Fuller (conosciuto per il corto The Hooligans, 2014), alla prima prova da regista per un lungometraggio, Signs of Love è curato dal direttore della fotografia Eric Foster e montato da Philip Casias (Exposure, 2022). Il duo composto da Kyle O’Quin e Nick Shadel (Sui Generis, 2022) compone la colonna sonora, mentre nel cast figurano i figli di Sean Penn, Hopper Jack Penn e Dylan Penn, e la figlia della candidata al Primetime Emmy Awards Rosanna Arquette (che figura nel ruolo di Rosie), Zoë Bleu. Il film, in uscita nelle sale cinematografiche l’11 maggio, è risultato il vincitore della prima edizione del Premio Corbucci assegnato in occasione di Alice nella Città 2022.

Trama di Signs of Love

Philadelphia. Quartiere di Port Richmond. Frankie (Hopper Jack Penn) è un ragazzo che vive un’esistenza difficile, incastrato in una periferia dove la microcriminalità dilaga. La sua ambizione è costruire le basi per un futuro migliore, soprattutto per Sean (Cree Kawa), il nipote adolescente che vive insieme a lui e alla sorella Patty (Dylan Penn). Una svolta che sembra poter avvenire dopo l’incontro con Jane (Zoë Bleu), una ragazza benestante che cambierà la prospettiva di Frankie riguardo alla propria vita.

Leggi anche: Conferenza stampa di Signs of Love (2022)

Recensione di Signs of Love

Lungometraggio complesso, dalle molteplici letture, ma anche dolorosamente spontaneo, Signs of Love può essere sintetizzato come un concentrato di vita. Quella del protagonista, Frankie, ben interpretato – anche per il perfetto physique du rôle – da Hopper Jack Penn, e poi quelle dell’intero quartiere di Port Richmond, tra Aramingo e Frankford Avenue, così tangibili e allo stesso tempo, quasi fosse un paradosso, drammaticamente invisibili. Sì, perché una nota positiva di questa opera è senz’altro la capacità di raccontare in modo acritico, adottando un’estetica persino di stampo documentaristico (il film è girato tramite la tecnica della camera a mano, in stile “guerriglia”), le (a)tipicità di un quartiere in cui la microcriminalità dilaga, conservando però una certa umanità pur all’interno di un sottobosco sociale.

Il personaggio di Frankie, in parte basato sulle esperienze dello stesso regista, si inserisce infatti in questo ambito borderline, diviso tra le necessità della vita – che lui soddisfa tramite metodi illegali – e l’incontrollabile voglia di cambiare il corso degli eventi, di migliorare la propria condizione (e non solo). Con questo protagonista, Fuller stabilisce un fil rouge anche con il cinema di formazione, inserendo Frankie in un dilemma morale, oltreché generazionale, basato sul passaggio dalle scelte riguardanti le cose tangibili a quelle intangibili, più tipiche dell’età adulta. Il problema, sembra sostenere il cineasta, consiste quando ci si sente già intrappolati dalle opzioni perseguite da adolescente: esattamente le stesse che sembrano bloccare il carattere interpretato da Hopper Jack Penn nella marginalità più assoluta. Vivere di espedienti in un sobborgo comandato dalla legge della strada sono il suo leitmotiv, che però trova un profondo “antagonista” nei personaggi di Jane e Sean.

La prima, appartenente ad una famiglia benestante, rappresenta non tanto l’opposto status economico rispetto a Frankie, quanto l’improbabilità e la forza dei sentimenti, capaci di scardinare la quotidianità delle vite con un’energia dirompente. Grazie a Jane, Frankie riesce a immaginare un futuro migliore, a realizzare qualcosa di differente rispetto alla tragica realtà che lo circonda. E per certi aspetti, proietta le proprie aspirazioni nei confronti del nipote Sean, trattato come un fratello, protetto dalle possibili scelte sbagliate in cui può incorrere. Quelle già compiute da Frankie ma soprattutto da Michael (Wass Stevens). Quelle da cui Rosie (Rosanna Arquette) tenta di allontanarlo. Senza tralasciare la sorella Patty, interpretata da Dylan Penn, recentemente vista in Una vita in fuga (S. Penn, 2021). Anche lei, nonostante il conflitto con Frankie, rappresenta le conseguenze, condivise con lui, di un’adolescenza problematica, in grado di limitarla nell’assumere il controllo di se stessa. La perdizione accumuna Dylan al quartiere di Port Richmond, che è però caratterizzato anche da “improvvisi cenni d’amore”, come espresso da Carmine Imparato, esercente Membro della Presidenza Fice, durante la consegna del Premio Corbucci 2022.

In conclusione

Signs of Love è un film intenso, dotato di una raffinatezza stilistica in grado di enfatizzare le emozioni dei personaggi. I pochi dialoghi e la tecnica di ripresa della camera a mano chiariscono l’affinità al cinema di Terrence Malick, a cui Clarence Fuller si è ispirato durante la prima stesura della sceneggiatura. Il regista riesce così a descrivere la complessità dei caratteri, inserendo il quartiere di Port Richmond come personaggio attivo del lungometraggio e dando risalto alle apprezzabili interpretazioni del cast.

Note positive

  • La regia di Clarence Fuller
  • La capacità di raccontare uno spaccato della società contemporanea in modo acritico
  • L’inserimento del quartiere come scenografia attiva del film
  • L’interpretazione corale del cast

Note negative

  • Nessuna da segnalare
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Luca Filidei
Luca Filidei
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