Sulla infinitezza (2019): La vulnerabilità degli essere umani

Trailer di Sulla infinitezza

Sulla infinitezza è l’ultimo film di Roy Andersson, regista nato a Göteborg, in Svezia, nel 1943. Diplomato alla Swedish Film School, Una storia d’amore (1970), il suo primo lungometraggio, ha ottenuto quattro premi al Festival di Berlino; un successo confermato anche da Giliap (1975), proiettato in anteprima alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes nel 1976. Fondatore nel 1981 dello Studio 24 a Stoccolma, per le sue opere, nel 2009, il Museo di arte moderna di New York ha organizzato una mostra a lui dedicata. Tra i suoi film si ricordano la trilogia The Living Trilogy, composta da Canzoni del secondo piano (2000), You, The Living (2007) e Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014). Sulla infinitezza, sesto lungometraggio di Andersson, è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 2019, vincendo il Leone d’argento per la migliore regia.

Trama di Sulla infinitezza

Una coppia che aleggia sulle rovine di una città, una donna che non è capace di provare vergogna, un uomo che allaccia le scarpe alla figlia senza curarsi della pioggia battente, un esercito di prigionieri che marcia con passo pesante verso il campo nemico. Scene profondamente umane che delineano debolezze, sconforto ma anche splendore, rimarcando quanto sia complessa l’esistenza.

Recensione di Sulla infinitezza

È un film profondamente poetico, e direi, per la raffinata purezza (e nitidezza) stilistica della fotografia, persino metafisico quello di Roy Andersson. Regista interessato dagli artisti della corrente della Nuova Oggettività che dialoga con luci e ombre plasmandole come fossero materia fisica, tangibile, conferendo una plasticità non solo alle persone, ma anche alle architetture (principalmente il funzionalismo svedese degli anni ’50), considerate non in qualità di mere scenografie ma, al contrario, come coprotagoniste di un lungometraggio che tratta la vita, l’esistenza in senso tout court. Andersson, più che un film, con Sulla infinitezza realizza una serie di pitture dinamiche, quasi volesse accompagnare lo spettatore attraverso una galleria d’arte.

Le inquadrature statiche, ad eccezione di quella che riprende una coppia che aleggia su una città in rovina, riprendono scene costantemente impreziosite da svolte, a ricordare la prevedibilità (ma anche l’imprevedibilità) dell’essere umano. Oppure le sue debolezze, spesso coincidenti con la gelosia, l’incapacità di accettare il successo dell’altro, la scomparsa dei valori, il completo disinteresse a ciò che accade (se non per assistere), sottolineate da Andersson per via di un contrasto stridente – ma proprio per questo perfettamente funzionale – attraverso l’accostamento di sequenze contraddistinte da stati d’animo drasticamente opposti. Ecco quindi che, dopo la visione di un prigioniero di guerra, appaiono tre ragazze che ballano a ritmo di musica; oppure due giovani che discutono di termodinamica in seguito ad una lite tra due amanti.

Scene, stralci di vita, accompagnati da dialoghi essenziali, con cui il cineasta svedese definisce il noi, inteso come il senso più profondo della condizione umana. La stessa in cui una persona può smarrire le proprie convinzioni, e con esse il percorso di un’intera esistenza. La stessa in cui brilla lo spirito, l’eccitazione della gioventù, intestardita nel rivitalizzare una pianta ormai al crepuscolo. La stessa in cui un uomo può sostenere che “tutto è fantastico”. Ma anche quella che definisce, appunto, la solitudine, il dramma più puro, decisamente in contrasto con quel mondo naturale in cui esistono, per ricordare un elemento ricorrente in due parti fondamentali del film, stormi di uccelli disposti ad aiutarsi, a delineare una rotta da seguire, distanziandosi definitivamente da quei comportamenti che hanno costruito una città di cenere. Un monito, quest’ultimo, che Roy Andersson decide d’imprimere col suo stile poetico in Sulla infinitezza, lungometraggio alternativamente delicato e lacerante, ma soprattutto manifesto silenzioso e riflessivo della vulnerabilità degli esseri umani.

Note positive

  • La regia di Roy Andersson
  • La fotografia di Gergely Pálos
  • La scenografia
  • La profondità presente in ogni scena, anche definita da una notevole cura dei dettagli

Note negative

  • Nessuna da segnalare

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