Susanna Nicchiarelli “La forza della storia di Chiara sta per me nella sua radicalità” – Venezia ’79

Sinossi: Assisi, 1211. Chiara ha diciotto anni, e una notte scappa dalla casa paterna per raggiungere il suo amico Francesco. Da quel momento la sua vita cambia per sempre. Non si piegherà alla violenza dei famigliari, e si opporrà persino al Papa: lotterà con tutto il suo carisma per sé e per le donne che si uniranno a lei, per vedere realizzato il suo sogno di libertà. La storia di una santa. La storia di una ragazza e della sua rivoluzione.

La pellicola, Chiara, per la regia di Susanna Nicchiarelli (Nico, 1988, 2017; Miss Marx, 2020), è presentata, in anteprima mondiale alla 79 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove partecipa in Concorso. Nei ruoli dei protagonisti troviamo: Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano Carlotta Natoli, Paola Tiziana Cruciani, Flaminia Mancin, Valentino Campitelli, Paolo Briguglia e Luigi Lo Cascio.

Hai completato una involontaria trilogia su questi personaggi femminili capaci di dialogare moltissimo con il presente. Perché Chiara?

A posteriori mi rendo conto che Chiara sembra chiudere il discorso cominciato con Nico: delle tre, è la più giovane, la più risolta, e l’unica che riesce a realizzare il proprio sogno, nonostante anche lei sia a modo suo una “sconfitta”. Grazie a lei, questo è diventato il mio film più positivo e insieme il più politico, il più doloroso e quello più aperto alla speranza: se Nico rispondeva alla domanda ultima dell’esistenza attraverso la musica, ed Eleanor Marx con la politica, Chiara lo fa con la fede, e la sua è la risposta forse più radicale: se le altre due sono donne destinate a rimanere sole, lei cerca – e trova – la propria identità nella vita con gli altri, nella comunità.

Credo che il messaggio di Chiara e la contemporaneità della sua storia sia molto forte, dato che la scelta di Chiara e Francesco è una decisione molto radicale, di critica nei confronti di una società ingiusta, com’era quella di allora e come lo è quella di oggi. Loro hanno lottato per l’uguaglianza contro le differenze sociali e umane tra chi ha tutto e chi non ha niente, un uguaglianza assente nella loro epoca dove questo divario era molto forte. Loro decidono di mettersi dalla parte degli ultimi scegliendo la povertà, costruendo una comunità che non possiede rapporti gerarchici di potere. Il messaggio, dunque, è profondamente rivoluzionario. Da bambina ho visto Fratello Sole e Sorella Luna e da allora ho negli occhi la scena in cui Francesco si spogliava dinanzi al Papa. Per me Francesco e Chiara sono quella cosa là. Il personaggio di lei, oggi, possiede anche una componente femminista, per un motivo ben preciso: Chiara voleva fare quello che ha fatto Francesco e non l’è stato permesso e per ottenere quella libertà ha dovuto lottare duramente contro tutto e tutti.

La forza della storia di Chiara sta per me nella sua radicalità: una radicalità che è sempre attuale, e che ci interroga in qualsiasi epoca. È la storia di una diciottenne che, per quanto in un contesto davvero distante dal nostro, abbandona la casa paterna, la ricchezza, la sicurezza, per combattere per un sogno di libertà: la mia speranza è che il film trasmetta a tutti l’energia di questa battaglia, che racconti con forza quel sogno di rinnovamento, quella rivoluzione voluta e desiderata con l’entusiasmo contagioso della gioventù.

Perché hai pensato che Margheritta Mazzucco e Andrea Carprenzaro fossero i corpi giusti per dare vita a questi personaggi?

Innanzitutto li consideravo molto bravi, perché la loro maniera di recitare e molto naturale ed era quello che mi serviva. Proprio la naturalezza è stato il criterio su cui abbiamo costruito tutto il cast. La recitazione del film doveva essere il più naturale possibile perché si rischiava di cadere in una narrazione ampollosa e retorica. I due attori mi hanno aiutato a evitare ciò, anche andando riscrivere insieme delle parti o a riformulare alcune battute in modo che la loro recitazione fosse il più naturale possibile. Poi entrambi avevano l’età giusta, perché Chiara aveva diciotto anni quando scappa e Francesco ne aveva trenta quando l’accoglie, ed è molto difficile vedere questi due santi raccontati per ciò che erano veramente, cioè due ragazzini perché questo erano.

Entrambi come persone mi hanno conquistato. Margherita quando l’ho incontrata la prima volta mi è parsa come una bambina, perché è piccolina, ma mi sono resa subito conto del suo enorme carisma. Lei trasmette una presenza molto forte, molto silenziosa, simile a quella di Chiara che è un personaggio che non urla, non sta ferma e la gente va da lei, è un carisma molto particolare, una persona magnetica come Margherita che possiede in se questo tipo di tranquillità, di calma, come anche Andrea Carpenzano.

Red Carpet - CHIARA - A. Carpenzano, M. Mazzucco and S. Nicchiarelli (Credits La Biennale di Venezia - Foto ASAC, ph G. Z)
Red Carpet – CHIARA – A. Carpenzano, M. Mazzucco and S. Nicchiarelli (Credits La Biennale di Venezia – Foto ASAC, ph G. Z)

Com’è avvenuto l’incontro con questo personaggio femminile forte e l’idea del film stesso?

L’incontro con Chiara è arrivato per caso ma è andato a toccare delle corde importanti della mia vita e del mio pensiero di donna e di regista, in un momento così particolare della nostra storia. Il sette marzo del 2020, alla vigilia del primo lockdown, avevo portato i miei bambini ad Assisi per far vedere loro gli affreschi di Giotto (io sono di origine umbra, e la casa della mia nonna paterna non è distante da Perugia). Come tutti, sono sempre stata affascinata dalla figura di San Francesco: di Chiara invece sapevo poco. Perciò in quella occasione, nella libreria della basilica, ho comprato due libri su Chiara d’Assisi: libri che poi ho letto nei giorni successivi del marzo 2020 a Roma, nell’atmosfera assurda e spaventosa che si era creata, durante la quale il Medioevo, con le sue paure, non sembrava poi così lontano.

Il primo libro era una biografia molto tradizionale, nella quale Chiara era raccontata come votata fin da bambina alla clausura e alla preghiera. Il secondo invece mi ha appassionato: era un testo di Chiara Frugoni, la grande medievalista italiana che allo studio di Chiara e Francesco ha dedicato tutta la vita e che sarebbe diventata un’insostituibile consulente per la sceneggiatura del film. Di Chiara Frugoni lessi prima “Chiara e Francesco” e poi il bellissimo “Una solitudine abitata”, che decostruiscono l’immagine ufficiale, più docile e ubbidiente di Chiara, che avevo invece trovato nel primo libro. Ho scoperto così che della vera Chiara si sa poco perché la storiografia ufficiale e religiosa non l’ha mai raccontata: Chiara era una giovane ribelle e coraggiosa, piena di energia, che voleva predicare, viaggiare, fondare una comunità povera di donne francescane che portassero l’exemplum della vita evangelica nel mondo. Il suo sogno però sfida pericolosamente il potere costituito, perché nel Medioevo le religiose erano obbligate a fare una vita di clausura: non era permesso loro nessun tipo di apostolato attivo né la possibilità di scegliere una vita di elemosina e povertà.

La donna, se voleva dedicarsi alla religione, doveva scomparire dietro le mura di un convento, sotto la protezione della Chiesa e dei suoi beni portati in dote, se ricca, o se povera come serva delle monache più ricche. Leggendo i libri della Frugoni ho scoperto che Chiara ha dovuto sfidare cardinali e papi per mantenere in vita il suo gruppo di sorelle povere, tutte uguali e libere: ha dovuto anche cedere, scendere a compromessi, addirittura entrare in contrasto con lo stesso Francesco per portare avanti il suo progetto. In quei mesi del 2020, dopo il mio incontro con Chiara, e poi nei due anni successivi d’isolamento a tratti forzato, questo sogno rivoluzionario di uguaglianza e giustizia, assieme al sogno di una vita in comunità e in condivisione, mi hanno accompagnato e mi hanno dato forza. Più il tempo passava e più mentre scrivevo questo film mi convincevo che questa era la storia giusta da raccontare.

Il film è dedicato alla Frugoni che purtroppo è deceduta quest’anno, riuscendo però a visionare la pellicola. La storica ha realizzando una bellissima biografia di Francesco e uno splendido manuale di storia medievale che parte tutto dalle immagini e altri testi storici molto interessanti. La vera Chiara, come detto sopra, si scopre con i suoi romanzi, perché in realtà esiste una storiografia ufficiale dove Chiara è molto più addomesticabile, viene raccontata come una bambina dedita, fin da bambina, alla preghiera, che si metteva il cilicio, che voleva stare dentro a pregare, insomma molto lontana dalla figura reale e ciò è evidente anche leggendo semplicemente il testo di canonizzazione, che esiste leggendo le testimonianze di coloro che sono intervenute in quel processo di canonizzazione. Chiara voleva fare qualcosa di diverso ma la chiesa ha addomesticato questa figura, nei secoli successivi, com’è normale che sia. La Frugoni ha tirato fuori la vera Chiara e il vero Francesco, che sono delle figure difficili da comprendere per la Chiesa e la religione. Per scrivere questi personaggi mi sono basata sulle illustrazioni che mi ha fornito la Frugoni, scoprendo così, ad esempio, che il Papa non viaggiava in corazza ma direttamente sul cavallo. Per creare le scene sono dunque partita delle illustrazioni medievali.

Chi è allora Chiara?

Ho avuto un’educazione cattolica ma non sono più credente, oramai da tempo. Credo però che il mistero della vita, della morte, e il salto che rappresenta la fede in una trascendenza non può non interrogarci e riguardarci tutti, sempre. L’elemento spirituale della storia di Chiara è forse quello che dà più forza al film, dando solidità ai personaggi di Chiara e Francesco e spiegando l’ostinazione delle loro scelte, assieme a quelle degli uomini e delle donne che li circondano. La volontà di restare nella Chiesa, nonostante tutto, e di costruire un progetto per le generazioni future diventano incomprensibili se non inseriti anche in quella cornice religiosa. La storia di Chiara per me, per quanto riletta alla luce dei dati storici, resta infatti quella della sua “leggenda”, con tanto di miracoli e fenomeni inspiegabili: non avrebbe avuto senso omettere gli eventi sovrannaturali che si dice abbiano scandito il suo percorso, eventi il cui racconto è così forte nella credenza e nelle rappresentazioni popolari, e così vivo nelle testimonianze delle sorelle di Chiara documentate durante il processo di canonizzazione, che non può essere trascurato. Perciò ho provato a immaginare questi episodi così come gli stessi protagonisti li hanno raccontati, inserendoli nella loro quotidianità; e ho provato anche a immaginare l’effetto che dovevano avere questi eventi miracolosi su quelli che, come Chiara e Francesco, si trovavano a fare i conti con la propria “santità”. Quando inizia la sua avventura Chiara infatti non solo scopre di avere un carisma inaspettato, che la porterà a guidare un gruppo sempre più numeroso di donne: si trova anche a fare i conti con una serie di miracoli che non sempre comprende né controlla. Miracoli che non possono non creare una distanza tra lei e le sue sorelle, tra lei e la gente: sono perlopiù miracoli quotidiani, persino alimentari, che semplicemente accadono, e per rappresentarli, senza cercare spiegazioni razionali né trascendenti, ho scelto la strada della semplicità. Affrontando questo aspetto della vita di Chiara ho voluto
interrogarmi su come la santità, e il culto popolare che ne conseguiva, non poteva che spaventare o entrare in contrasto con il bisogno di semplicità e di umiltà di Chiara e di Francesco. Entrambi santi, forse entrambi avrebbero preferito essere come tutti gli altri. Come dice Francesco a Chiara nel film: “Non lo sai che quando muoio mi fanno a pezzi e mi vendono alle chiese?” La morte, la malattia, il culto della
gente possono essere una benedizione ma anche un flagello. La sofferenza del santo, per quanto benedetta, è reale e altrettanto spaventosa: la fede non addolcisce l’orrore ma forse lo rende ancora più atroce.

Quali sono state le scelte visive adottate per la realizzazione di questo film?

Per raccontare la storia di Chiara ho scelto il formato 2:35. Al contrario di quando feci Nico, 1988 per il quale ho usato l’1:33, il formato quadrato, che isolava Nico e rendeva anche visivamente l’immagine da vhs a 4/3 della fine degli anni Ottanta, qui ho usato il formato più metafisico, quello che più di tutti racconta l’enormità della natura e la piccolezza dell’uomo. Si tratta di un formato che non permette mai di fare dei primi piani: perciò Chiara non è mai sola nell’inquadratura, è sempre con la sua comunità, e se ha il vuoto attorno quel vuoto racconta ancora di più della presenza di altri. Con Crystel Fournier, la direttrice della fotografia con la quale ho lavorato anche a Nico, 1988 e Miss Marx, questa volta abbiamo scelto una luce povera e semplice che illuminasse con semplicità le scenografie di Ludovica Ferrario, raccontandone anche la maestosità. A questa semplicità ho voluto fare da contrappunto nel film con le visioni di Chiara che, grazie alle invenzioni di Massimo Cantini Parrini, sono dei viaggi nella fantasia di una ragazza che si immagina, di volta in volta, nei panni di Santa Scolastica o della Madonna col Bambino, o che immagina Francesco dal sultano: visto che la fantasia è per sua natura scatenata e visionaria, sono i momenti in cui il film si prende le sue libertà rispetto alla filologia, tra aureole che sembrano uscite dal gotico internazionale, abiti da pale d’altare spagnoleggianti, gioielli e drappi in un Oriente immaginato e non reale. Questi sono forse gli unici momenti in cui Chiara si permette davvero di fantasticare.

Red Carpet - CHIARA - Director Susanna Nicchiarelli (Credits La Biennale di Venezia - Foto ASAC, ph G. Zucchiatti)
Red Carpet – CHIARA – Director Susanna Nicchiarelli (Credits La Biennale di Venezia – Foto ASAC, ph G. Zucchiatti)

Linguisticamente abbiamo da una parte l’italiano volgare, dall’altra Francese antico per le parti musicali per poi chiudersi con una canzone assolutamente moderna. Per la sala sarà presente un sottotitolo in italiano differentemente da quanto è avvenuto a Venezia?

Esistono delle scene che sono sottotitolati in Italiano all’interno della pellicola, almeno quattro scene, ma generalmente comprensibile su quelle scene che forse si poteva avere qualche problema abbiamo messo e metteremo dei sottotitoli, alla fine il cantico delle creature è la prima cosa che si studia a scuola in Letteratura italiana. Francesco mette per iscritto una lingua che era solo orale e grazie all’aiuto di Nadia Cannata, professoressa di Storia della lingua italiana della Sapienza, ho ricostruito una sorta di italiano francescano usato in quell’epoca storica. Il volgare poi era anche una componente fondamentale nella predicazione di Francesco che non usava il latino per parlare con il popolo, infatti il suo scopo era quello di portare la voce di Dio fuori dalle cattedrali, comunicare alla gente. Francesco è sempre dipinto come uno che parlava con gli uccelli, questo per una serie di motivi la chiesa non ha voluto mostrare che Francesco parlava alle folle in volgare e questa era una cosa rivoluzionaria e per Francesco e Chiara questa è una componente fondamentale della loro predicazione. Se avessi tolto questo linguaggio avrei eliminato una parte fondamentale, c’era una differenza tra il lato colto, quello delle scritture e quello dei preti e il volgare è importante e doveva starci nel film.

Per quanto riguarda le altre lingue abbiamo il francese, poiché Francesco si chiama così proprio perché era un appassionato di Francia e di francese, lingua che usava spesso e volentieri. Francesco era inoltre un grande amatore delle chanson de geste, dell’amor cortese, sia prima nella sua infanzia che dopo aver intrapreso questa vita.

Riguardo alla musica?

Il musical nella mia formazione cinematografica è stato decisivo, e determinante è stato rivedere Hair mentre scrivevo questo film, perché i punti in comune con la storia di Chiara erano molti. La scelta di una vita libera da parte di questi uomini e di queste donne, la loro rinuncia al denaro, alle ricchezze, alle costrizioni sociali si accompagnava nella predicazione francescana ad un ruolo centrale dato al canto e alla danza: perché l’amore per il creato si celebrava anche attraverso la voce e il movimento, altro segno – se mai ce ne fosse bisogno – di una religiosità gioiosa, che non mortificava il corpo. Perciò ho sentito subito che il musical, o l’opera rock, si
avvicinava a quello che avevo in mente: film come Hair e Jesus Christ Superstar sono stati per me riferimenti fondamentali e utili per capire il percorso da intraprendere, e li ho condivisi in preparazione con gli attori e con tutti i reparti.

Come per la lingua, anche per la musica ho cercato una strada mimetica. Non è uncaso che i primi manoscritti di canzoni siano francescani, e non a caso – al di là della musica sacra – Francesco era un appassionato delle chanson de geste, amava la poesia e la musica “laiche”, l’amore cortese, citava il ciclo della tavola rotonda; così ho deciso di cercare una musica gioiosa, usando strumenti e sonorità d’epoca, e ho trovato nell’Anonima Frottolisti degli alleati preziosissimi. Il loro progetto musicale prevede infatti la riscoperta del repertorio antico attraverso uno studio attento delle partiture originali, nella consapevolezza del valore della scrittura, dell’arte compositiva e della teoria musicale dell’epoca. L’ensemble si occupa della ricerca e della codificazione del materiale originale e inedito dei manoscritti dell’epoca, e assieme a loro abbiamo scelto due manoscritti in particolare da cui abbiamo tratto i brani che sono stati cantati e ballati dai personaggi del film. Uno di questi manoscritti era proprio di musica laica con testi ispirati all’amor cortese in francese medioevale, quello che parlava Francesco, motivo per cui ha avuto questo soprannome che poi è diventato il suo nome. E così grazie ai frottolisti ho trovato una chiave musicale che mi ha avvicinato alle persone di cui raccontavo la storia, e che mi ha anche aiutato a comprenderne la profonda modernità rispettandone la distanza. In parallelo ho lavorato con la coreografa Letizia Dradi sul movimento dei personaggi, mettendo in scena le danze medievali come ce le hanno tramandate le miniature dei codici e le pagine di Dante e Boccaccio. Come per il lavoro sulle musiche, la danza medioevale era per noi distante e al tempo stesso è stata un veicolo per comprendere i personaggi e la loro gioia: inoltre è stato divertente e utile il lavoro fatto sulle danze e sui canti prima di cominciare a girare, ha contribuito a unire il gruppo di attori e a creare quella comunità, parallela alla comunità antica che raccontavamo, che poi è stata una fonte continua di idee ed energia anche durante le riprese

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