The Fabelmans (2022): una bella e incompleta lettera d’amore per il cinema

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Trailer del film The Fabelmans

The Fabelmans è il nuovo lavoro di Steven Spielberg (The Post, Saving Private Ryan, Schindler’s List), un film semiautobiografico ispirato alla vita del regista, specificamente alla sua infanzia e adolescenza in cui è nata la sua passione per il cinema. Per realizzare quel che risulta il suo film più personale, Spielberg si affianca ad antichi collaboratori, tra cui Tony Kushner (Lincoln, Munich, West Side Story) con cui firma la sceneggiatura, Janusz Kamiński a carico della fotografia di tutti i suoi lungometraggi e John Williams che ha composto la colonna sonora di oltre venti dei suoi lavori. Con un cast non meno importante conformato da volti noti come Michelle Williams, Paul Dano, David Lynch e nuove rivelazioni come Gabriel LaBelle, The Fabelmans ha avuto la sua anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2022, passando poi per altri festival anche in Italia tra cui la 17° edizione della Festa del Cinema di Roma in collaborazione con Alice nella Città.

Iniziando il suo percorso nella stagione dei premi, il lungometraggio ha vinto due delle cinque candidature ricevute agli 80° Golden Globe Awards (“Miglior Film Drammatico” e “Miglior Regista”) e una delle undici categorie a cui è stato nominato ai 28° Critics’ Choice Awards (“Miglior Giovane Attore” per Gabriel LaBelle). Agli Oscar 2023, The Fabelmans ambisce a sette statuette per le sue candidature a “Miglior Film”, “Miglior Regia”, “Miglior Sceneggiatura Originale”, “Miglior Attrice Protagonista” (Michelle Williams), “Miglior Attore Non Protagonista” (Judd Hirsch), “Miglior Scenografia”, “Miglior Colonna Sonora” (John Williams).

L’atteso film di Steven Spielberg arriva nelle sale italiane il 22 dicembre 2022 distribuito da 01 Distribution.

“I film sono sogni che non dimentichi mai.”

Mitzi Fabelman (Michelle Williams) Cit. The Fabelmans

Trama di The Fabelmans

Cresciuto nell’Arizona del Secondo Dopoguerra, il sedicenne Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle) scopre uno sconvolgete segreto familiare e si rifugia nella magia del cinema, esplorando il potere salvifico della settima arte e come essa può aiutarlo a vedere la verità.

The Fabelmans
Fotogramma di The Fabelmans

“Famiglia, arte, vita… Ti faranno a pezzi!”

Prozio Boris (Judd Hirsch) Cit. The Fabelmans

Recensione di The Fabelmans

Ogni cineasta, a un certo punto della sua carriera, sembra di avere il bisogno di raccontarsi attraverso un film che diretta o indirettamente ha a che fare con la sua vita, i suoi ricordi più preziosi e anche dolorosi che, allo stesso tempo, gli hanno portato ad appassionarsi e a rifugiarsi nel cinema. Era questione di tempo perché un maestro come Steven Spielberg facesse un lungometraggio semiautobiografico come The Fabelmans, anche se lui ha sempre affermato che ogni suo film è legato a un qualcosa di sé stesso e della sua vita.

Innegabile resta la contribuzione di Spielberg alla nascita della New Hollywood, insieme ad altri pionieri della settima arte, tra cui George Lucas, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Brian De Palma, sino ad autori europei come Roman Polański. Il suo risultato più affascinante in questo periodo di rinnovamento è, sicuramente, quello di aver dato una spinta ai blockbuster con Jaws. Come accade spesso con i film più “intimi”, The Fabelmans si discosta abbastanza di quello che in quell’epoca ha portato Spielberg in cima: non pretende arrivare a un grande pubblico e neanche pretende lasciare un’impronta nel mondo del cinema (e su questi punti approfondiremo dopo).

Infatti, Spielberg non rischia e sceglie la semplicità per portare sul grande schermo la storia di quel che sarebbe il suo alter ego Sammy Fabelmans (Gabriel LaBelle: The Predator, American Gigolo, Max 2: White House Hero), un ragazzo che cresce nell’Arizona del Secondo Dopoguerra. Segnato dalla sua prima volta al cinema in cui vede The Greatest Show on Earth de Cecil B. DeMille, Sammy si appassiona pian piano alla settima arte al punto di filmare la vita quotidiana e ricreare scene dei suoi film preferiti con le sue sorelle, trasformando poi tutti questi ricordi in lungometraggi che con il tempo non saranno più “amatoriali”.

Fotogramma di The Fabelmans film
Fotogramma di The Fabelmans

Tra pranzi di famiglia e gite fuori città, Sammy cresce intorno alla mamma Mitzi
(Michelle Williams: Manchester by the Sea, Marilyn, Blue Valentine), pianista e follemente frustrata per non vivere a pieno le sue passioni; il papà Burt (Paul Dano: Okja, Youth, Love & Mercy), ingegnere, mite e dedito al lavoro; e tre sorelle. Le loro giornate sembrano quelle di una famiglia che apparentemente non ha squilibri di nessun tipo finché Sam ormai adolescente, montando le riprese fatte durante un viaggio di famiglia, vede dei fotogrammi rivelatori che cambieranno la realtà per sempre. Primi amori, bullismo al liceo, verità nascoste in famiglia trasformano The Fabelmans in un coming of age semi-autobiografico che non si distingue da tanti altri per la storia che racconta, ma il come la racconta e soprattutto per mettere il cinema al centro di un dramma famigliare abbastanza scontato.

Svariati sono i lungometraggi di taglio “autobiografico” usciti negli ultimi quattro anni, alcuni più “azzardati” di altri: da Roma di Alfonso Cuarón a È Stata la Mano di Dio di Paolo Sorrentino, da Bardo, falsa crónica de una cuantas verdades di Alejandro González Iñárritu fino a questo nuovo di Spielberg. Ognuno prende vita da momenti che hanno segnato la vita del suo autore e da una visione personale su cosa sia il cinema. The Fabelmans è quello che più si incentra sui diversi significati che ha la settima arte o, meglio dire, le diverse potenzialità che ha il cinema. Se ad esempio per Spielberg il cinema “trasforma” in diversi modi la realtà e di conseguenza a noi stessi, per Sorrentino il cinema “salva” dalla realtà. Ma il regista statunitense non si limita a esplorare delicatamente un’unica prospettiva sul potere che ha il cinema nelle nostre vite.

Scena di The Fabelmans
Fotogramma di The Fabelmans

Per il protagonista Sam, la passione per il cinema parte dalla curiosità e dal superamento della paura fino a diventare un mezzo che aiuta a svelare delle verità di famiglia, capovolgere la realtà e scoprire sé stesso e quelli che lo circondano… Tramite altri personaggi e tante scene dedicate più alla tematica del cinema che allo sviluppo del trascurato conflitto principale, scopriamo che i film sono anche arte, intrattenimento, rifugio, una medicina per il cuore e un carburante per l’immaginazione… Insomma, molto più di un semplice “passatempo” come papà Burt considera il mestiere di fare cinema. Più che un film personale in cui unisce molti di quei ricordi che probabilmente hanno segnato la sua infanzia e adolescenza, Spielberg si concentra di più sull’omaggiare la settima arte facendo anche diversi riferimenti al cinema, specificamente a quello statunitense degli anni ‘50 e ’60 in cui il western è il genere per eccellenza, passando per la commedia, la fantascienza e anche i film di guerra.

The Fabelmans ripropone il messaggio di incoraggiamento sull’inseguire i sogni che abbiamo e, al tempo stesso, uno come spettatore si sente proprio dentro un sogno… Ma purtroppo un sogno che, al contrario di ciò che afferma Mitzi Fabelman, si potrebbe dimenticare facilmente dopo che finiscono i titoli di coda.

“Fai quello che il tuo cuore ti dice di fare.”

Mitzi Fabelman (Michelle Williams) Cit. The Fabelmans

Un sogno fatto a metà

È indiscutibile che Steven Spielberg conosce alla perfezione cosa sia e come si fa un cinema di qualità e, infatti, in The Fabelmans riconferma tutto ciò trasformando il suo vissuto, il reale, in un sogno incantevole grazie a una narrazione visiva e sonora impregnata di settima arte.

Spielberg dona al film una regia armoniosa ed eccellente nei suoi movimenti. Ogni inquadratura riesce a trasmettere la grande passione che Sam/Steven ha per il cinema. L’atmosfera di sogno che si percepisce è anche merito del lavoro di Janusz Kamiński nella fotografia e una colonna sonora di John Williams che fa sempre emozionare. Paul Dano, Michelle Williams, Gabrielle LaBelle e Judd Hirsch (nei panni del prozio Boris, forse il personaggio più particolare e che meno appare nel film) regalano delle belle interpretazioni nonostante i loro personaggi lascino molto a desiderare.

Oltre che il più personale, The Fabelmans è sicuramente il meno rischioso e creativo mai fatto da Spielberg dal punto di vista della regia e la sceneggiatura, ma le debolezze del film vanno oltre queste particolarità.

The Fabelmans
Fotogramma di The Fabelmans

Nonostante il film abbia dei dialoghi poetici e ben scritti, e certe scene memorabili e piene di significato, lo sviluppo della storia e dei personaggi resta molto scarso. La sceneggiatura scritta da Tony Kushner e lo stesso Spielberg presenta un dramma non molto diverso da altri visti e rivisti in tanti racconti di formazione. Il problema è che il conflitto del protagonista (in cui si inserisce quello familiare) risulta molto piatto e superficiale, per non dire quasi assente. Sam vuole fare cinema dall’inizio alla fine del film. Solo in un breve momento mette in dubbio se continuare o lasciar perdere la sua passione ed è quello in cui scopre la verità sul rapporto tra la mamma e lo “zio” Bennie (Seth Rogen). Oltre a questo fatto, il protagonista si mantiene sempre uguale e raggiunge il suo obiettivo senza nessun tipo di difficoltà. Tutto ciò che succede durante i 151 minuti è in funzione della tematica del cinema e non di un percorso di crescita ben costruito per il personaggio.

Come detto prima, il film ha il merito di riuscire ad esemplificare bene i diversi significati del cinema, ma per valutare un film e anche una sceneggiatura non devono contare soltanto le tematiche. Infatti, sembra che questa “esplorazione” su cosa sia la settima arte prenda il posto del conflitto principale. A tratti sembra di assistere a una rappresentazione di cosa sia il cinema anziché a un coming-of-age vero e proprio che serve per parlare della settiman arte e non solo.

È sempre bello vedere un film che parla di cinema e risulta anche facile parlare di quanto questa sia meravigliosa, ma è molto più complicato crearci intorno un dramma che rafforzi le tematiche e il messaggio di cui si intende parlare. Il punto debole di questo film, quindi, risiede nel fatto che Spielberg parlando di cinema trascura tante volte la storia e i suoi personaggi. Questo si evidenzia anche cercando un collegamento solido tra il conflitto di famiglia e il desiderio del protagonista di diventare cineasta, due cose che a tratti sembrano fili narrativi disconnessi. Il risultato? Un film che si concentra sull’evidenziare i diversi significati che può avere il cinema più che su cosa dovrebbe essere alla base di un buon film ossia una buona sceneggiatura. Proprio per questi motivi, i momenti nel film in cui non si fa riferimento al cinema risultano lenti e per niente interessanti.

In questa storia di conflitto e snodi narrativi semplici e poco movimentati, ci sono dei personaggi verso cui si riesce poco a creare empatia perché poco elaborati, oltre ad avere un arco narrativo sbozzato, compreso quello del protagonista la cui trasformazione è quasi inesistente e, di conseguenza, anche il suo traguardo di lavorare nel cinema per niente ostacolato né interna né esternamente risulta oltre che romanzato, una vera fantasia. L’unico con cui si può sentire certa empatia è per il mite papà Burt (che subisce l’infedeltà di Mitzi con il miglior amico e che deve sopportare i suoi folli cambiamenti d’umore).

Il film finisce con una scena che, senza dubbio, non passa inosservata per quanto risulta esilarante l’interpretazione di David Lynch nei panni di un altro maestro, John Ford, che tramite i quadri del suo ufficio ricorda Sam proprio uno dei principi della narrazione visiva nel cinema. Poi si passa all’ultima inquadratura del film il cui “orizzonte” viene corretto e si vede Sam gioioso che cammina tra gli studio della CBS, rappresentando il suo inizio nell’industria cinematografica. Una sequenza abbastanza genuina e molto comica che, però, non basta per giudicare l’intera narrazione del film.

The Fabelmans
Fotogramma di The Fabelmans

In conclusione

Era scontato che The Fabelmans sarebbe stato uno dei film che più avrebbero figurato in questa stagione dei premi non solo perché sicuramente è molto valido in molti aspetti tecnici e artistici, ma principalmente perché parla di cinema e l’emozione che la sua forma audiovisiva crea nello spettatore rappresenta tutto ciò che il cinema dovrebbe evocare. Non per niente il film aspira a quelle statuette a cui è stato nominato agli Oscar, anche se meritava di più la fotografia che la sceneggiatura, ma si sa cosa ha avuto peso per riuscire a entrare in quella categoria e sì, sono proprio le tematiche e niente meno che è Spielberg a trattarle (e se le tematiche non contassero, forse Babylon non sarebbe stato così “punito” dall’Academy e altri film non starebbero neanche tra i nominati).

Tralasciando questi premi che perdono sempre più credibilità, The Fabelmans si posiziona senza dubbio come uno più godibili perché leggero se paragonato ad altri film recenti semi-autobiografici, ma è anche il più semplice e superficiale in quanto allo sviluppo narrativo.

Indubbiamente, The Fabelmans è un film che andrebbe consigliato perché riesce a commuovere soprattutto a chi è appassionato e aspira a fare cinema, ma non c’è nemmeno dubbio che è lontano dall’essere un “capolavoro”. Un film non è due o tre elementi che funzionano, ma la somma di tutti. Un film non è un “capolavoro” solo per quello che fa sentire allo spettatore, tantomeno per un’unica “scena memorabile che vale tutto il film” o per una “regia strepitosa”. Un “capolavoro” è un film che funziona in tutte le sue singole parti mentre ci dice qualcosa, un film che emoziona, che innova e che lascia una impronta indelebile nel cinema. The Fabelmans compie molte di questi aspetti e, anche se non è un “capolavoro” e neanche il miglior film mai fatto dia Spielberg, è un lungometraggio che con delicatezza e saggezza ci ricorda a noi cinefili quanto la settima arte sia ormai imprescindibile nelle nostre vite.

“Quando l’orizzonte è in basso, è interessante. Quando l’orizzonte è in alto, è interessante. Quando l’orizzonte è al centro, è una palla mortale.”

John Ford Cit. The Fabelmans

NOTE POSITIVE

● Regia.

● Fotografia.

● Colonna sonora.

● Interpretazione del cast.

● Sceneggiatura, soprattutto per molti dialoghi ben scritti e scene memorabili.

NOTE NEGATIVE

● Sceneggiatura: conflitto quasi assente e poco approfondito, sviluppato in maniera piatta e poco originale.

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Adelina Dragotta Guerrieri
Adelina Dragotta Guerrieri

Giornalista, filmmaker, video editor e sceneggiatrice. Laureata in Scienze della Comunicazione; Master in Sceneggiatura e Produzione Cinematografica e Televisiva. Da sempre appassionata dello storytelling audiovisivo.

Articoli: 48

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