Valentina o la serenidad (2023).  La bambina che non accetta la morte del padre

Condividi su

Trailer di Valentina o la serenidad

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Nel 2024, è tornato l’appuntamento con il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – FESCAAAL, un evento cinematografico che, dal 1991, permette al pubblico italiano di scoprire le più recenti produzioni cinematografiche d’autore e di nicchia provenienti da tre continenti, al fine di farci conoscere uno spaccato di vita riguardo a quei mondi lontani. Nell’edizione del 2024, all’interno della sezione “Concorso Finestre sul Mondo”, abbiamo pellicole come “Demba” del regista senegalese Mamadou Dia, “Disco Afrika: une histoire malgache” di Luck Razanajaona, “Bauryna Salu” di Askhat Kuchinchirekov, “Dilli Dark” di Dibakar Das Roy, “El viento que arrasa” di Paula Hernández, “Mambar Pierrette” della camerunese Rosine Mbakam e infine “Valentina o la serenidad”, un lungometraggio messicano diretto dalla cineasta Ángeles Cruz.

Artista poliedrica, scrittrice e regista, Ángeles Cruz ha fatto il suo esordio dietro la macchina da presa nel 2012 con il cortometraggio “La Tiricia o Como Curar la Tristeza”, un’opera che ha messo in evidenza le sue doti narrative e visive. Successivamente, ha proseguito il suo percorso con altri cortometraggi di successo, tra cui “La carta” nel 2013 e “Arcánge” nel 2018, consolidando così la sua reputazione nel panorama cinematografico. Tuttavia, è nel 2021 che ha raggiunto l’apice con il lungometraggio d’esordio “Nudo Mixteco”. Questo film ha suscitato un grande interesse sia a livello critico che commerciale, tanto da guadagnarsi il prestigioso Premio dell’Accademia Messicana come miglior opera prima. La pellicola ha inoltre goduto di una carriera festivaliera di grande successo, riscuotendo consensi e apprezzamenti in numerosi festival cinematografici di tutto il mondo. Nel 2023 viene distribuito il suo secondo lungometraggio, “Valentina o la serenidad”, che ha fatto il suo debutto mondiale al Toronto International Film Festival, per poi intraprendere un percorso all’interno dei festival cinematografici che le ha permesso di ottenere il premio come Miglio Film e di miglior attrice protagonista a Myriam Bravo presso l’Huelva Latin American Film Festival.

Trama di Valentina o la serenidad

Valentina, una bambina di soli 9 anni, è la più giovane di tre figli di una coppia di mezza età. Trascorre la sua infanzia in una comunità indigena nella suggestiva cornice della Sierra Mixteca, nello stato di Oaxaca, dove frequenta la scuola e gioca con il suo amico Pedro. La sua vita tranquilla e serena viene improvvisamente sconvolta dalla tragica notizia della morte del padre, avvenuta in un tragico incidente nel fiume locale. Questa perdita improvvisa e dolorosa la getta in uno stato di profonda negazione, rendendola incapace di accettare la realtà dell’assenza del genitore. Mentre la comunità si riunisce per onorare il defunto attraverso i tradizionali rituali funebri, Valentina si ritira in un mondo interiore fatto di gioco, fantasia e incertezze. In questo difficile percorso di elaborazione del lutto, la bambina affronta le sue emozioni più profonde, cercando conforto e comprensione dalla sua famiglia e dall’ambiente circostante.

Fescaaal - Valentina o la serenidad
Fescaaal – Valentina o la serenidad

Recensione di Valentina o la serenidad

Intervista a Ángeles Cruz

La perdita di mio padre quando avevo nove anni ha lasciato un’impronta profonda in me, cambiando radicalmente la mia prospettiva sul mondo. Nel corso del 2020, durante la pandemia, ho sperimentato nuovamente una paura travolgente di perdere una persona cara. Questo sentimento è diventato il filo conduttore che ha ispirato la sceneggiatura di “Valentina o la serenidad”. Il film affonda le sue radici nelle mie esperienze personali, attingendo al luogo da cui provengo e alle mie origini. Tutto prende avvio dal mio luogo di nascita e dal mio percorso di crescita, condividendo il legame umano che mi lega alla mia comunità d’origine. Per me, imparare il linguaggio cinematografico significa esplorare le nostre radici e le nostre esperienze, partendo dal nostro quartiere o dalla nostra comunità di provenienza.

Nel suo primo lungometraggio del 2021, “Nudo Mixteco”, Ángeles Cruz ci ha immerso in uno spaccato sociale e culturale che rappresenta il contesto in cui è nata, cresciuta e si è formata come individuo e donna: Villa de Guadalupe Victoria, una comunità a San Miguel El Grande, Oaxaca, nel comune di Ñuu Savi in Sierra Mixteca, una zona montana situata nel Messico meridionale. Ambientando la vicenda in questa comunità sociale, la regista ha intessuto una narrazione che affronta e critica con forza una questione culturale presente nella Sierra Mixteca, rappresentata dal machismo e dalla misoginia radicati all’interno di questa comunità messicana. Anche con il suo secondo lungometraggio, “Valentina o la serenidad”, Cruz decide di ambientare la storia nuovamente nei luoghi a lei cari e in quella società in cui è nata. Questa volta, però, anziché proporre una critica sociale, la regista offre una storia marcatamente intimistica, che affonda le sue radici nell’animo e nell’esperienza personale della regista stessa. Non è chiaro fino a che punto il film attinga dall’esperienza biografica della regista o quanto sia frutto di pura invenzione narrativa, ma è innegabile che, attraverso il personaggio di Valentina, Cruz parli di sé stessa, della sua esperienza nell’affrontare il lutto e del dolore che ha provato da bambina quando ha appreso la morte improvvisa di suo padre in un incidente.

Il film prende avvio proprio da questa scoperta, quando Valentina, mentre gioca con il suo amico Pedro, apprende la notizia che suo padre non farà più ritorno a casa essendo morto in un incidente. Da questo momento, che avviene dopo pochissimi minuti, la drammaturgia del film entra subito nel vivo, portando lo spettatore in un lungo viaggio interiore nell’animo di una bambina che deve affrontare il dolore e la comprensione della morte del genitore. Interessante è la scelta della sceneggiatrice di inserire direttamente l’evento scatenante della vicenda, la morte del padre, senza mostrare nel film il rapporto tra Valentina e suo padre o l’interazione familiare precedente alla tragedia, non raccontandoci il prima felice, ma la ricerca di un nuovo equilibrio familiare. In questo film i personaggi vengono delineati attraverso il processo di elaborazione del lutto, permettendo allo spettatore di conoscere Valentina, sua madre (interpretata da Myriam Bravo) e i suoi due fratelli attraverso la loro ricerca di superare il trauma.

Il film, che si sviluppa esclusivamente attraverso il punto di vista di Valentina, la protagonista assoluta della pellicola, ci permette di comprendere la cultura Ñuu Savi nel contesto del lutto e di come le persone affrontino la morte di un individuo all’interno di questa società. Attraverso gli occhi della piccola protagonista, assistiamo a un evento funebre lungo e prolungato, che si svolge nel corso di diversi giorni, dando ai familiari la possibilità di pregare per il defunto. Particolarmente ben realizzata è la sequenza del funerale, in cui vediamo la bara del defunto mentre la banda locale suona e canta una melodia funeraria: “Se n’è andata, se n’è andata. La vita se n’è andata. Ora il mio è andato via. La vita se n’è andata“. Questa sequenza narrativa è potente perché ci immerge nella cultura e nei rituali funebri della comunità, e allo stesso tempo ci fa comprendere il dolore e il rifiuto di Veronica di accettare la morte del padre, come dimostrato dal suo interrogarsi su chi sia la persona nella bara: “Chi è quel signore?” o dal fatto che durante il funerale preferisca dormire che assistere.

Inoltre, la regista, con abilità sceneggiativa, fa emergere il tabù legato alla morte e al dolore. Nessuno all’interno del film discute apertamente della morte e della perdita; al contrario, il dolore del lutto è trattenuto all’interno dell’animo dei personaggi senza essere mostrato o affrontato esternamente. Questo si manifesta anche nell’assenza di espressioni di condoglianze da parte degli altri personaggi verso Valentina. Ad esempio, quando la bambina arriva a scuola, la maestra non la conforta o la abbraccia per il suo dolore interiore, ma sembra trattarla come se nulla fosse accaduto, accogliendola con una frase apparentemente casuale: “Metterai le radici a stare lì”, invitandola a sedersi in classe, dando così a Valentina l’impressione che nulla sia effettivamente cambiato.

“Valentina o la serenidad” è dunque un lungometraggio che esplora i sentimenti dell’animo umano attraverso gli occhi della giovane bambina. La regista adotta una regia che riflette dolcezza, con incantevoli riprese naturalistiche di alberi e formiche che aggiungono un senso di tenerezza e bellezza alla pellicola. Accanto alla poesia visiva che cattura il sogno, il gioco e la favola, emergono anche scene crude e intense che esplorano il dolore e il trauma della piccola protagonista. Da un lato, vediamo la bambina giocare gioiosa e immersa nella sua fantasia; dall’altro, scene profondamente tristi e scioccanti, come quelle in cui la bambina si urina addosso o il momento in cui tenta di annegarsi nel fiume, mostrando come il suo cadere all’interno di un mondo fantastico e poco realistico, a causa del dolore che prova, mette a rischio la sua stessa vita. Il film del resto rappresenta un viaggio verso l’accettazione della morte del padre da parte di una bambina di nove anni, e i suoi sentimenti e le sue angosce sono i protagonisti assoluti della storia.

Nel corso del lungometraggio, assistiamo all’evoluzione emotiva di Valentina di fronte alla perdita del padre e alla scoperta del significato della morte. Inizialmente, la bambina affronta la scomparsa del padre con un misto di fantasia e realtà, manifestando una comprensione limitata dell’accaduto. Il padre sembra ancora comunicare con lei attraverso il fiume, creando un’atmosfera fiabesca e surreale. Tuttavia, man mano che la trama si sviluppa, Valentina si trova a doversi scontrare con la cruda realtà della morte, un’esperienza che la porta nel buio della depressione. Questo passaggio è reso visivamente attraverso una trasformazione della fotografia e dei costumi, che da luminosi e fantasiosi diventano più cupi e tetri, riflettendo lo stato d’animo della protagonista, che perde la sua tipica solarità, lottando tra la vità e la morte, tra follia e dolore.

Senza dubbio, il successo della pellicola è in parte attribuibile alla scelta di Danae Ahuja Aparicio nel ruolo di Valentina. La sua interpretazione è di straordinaria potenza, trasmettendo con intensità le emozioni più profonde del personaggio. Ciò che rende la sua performance così straordinaria è la capacità di comunicare senza l’uso della voce, ma solamente attraverso l’espressione del viso, dimostrando una maestria attoriale che va oltre le parole. Danae Ahuja Aparicio incarna l’anima stessa del film, portando una profondità e una sensibilità straordinarie al personaggio di Valentina.

Intervista a Ángeles Cruz

Parte della mia esperienza è stata segnata da un confronto precoce con la perdita. Ho perso mio padre quando avevo nove anni, un evento che ha plasmato profondamente la mia percezione del mondo e ha influenzato il mio approccio alla scrittura e alla creazione cinematografica. La storia che racconto in “Valentina o la serenidad” non è una rappresentazione letterale della mia vita, ma piuttosto un’esplorazione dei sentimenti e delle sensazioni scaturiti da quella dolorosa perdita. Per me, il cinema è una continua meraviglia, un’opportunità per raccontare storie nuove e diverse, per esplorare sempre nuovi territori emotivi e concettuali. Non mi accontento mai di ripetere ciò che già conosco; ogni progetto cinematografico è un’opportunità per ricominciare da capo, per esplorare e scoprire. La scrittura e la realizzazione di un film sono processi lunghi e complessi, che richiedono tempo e dedizione. Ho iniziato a lavorare su “Valentina o la serenidad” nel 2020, trascorrendo tre anni per portare il film a compimento. Durante questo periodo, ho sperimentato un profondo cambiamento personale, trovando conforto nella mia famiglia e nella natura circostante. La perdita di mio padre mi ha spinto verso un percorso di riflessione e introspezione, portandomi a lunghe passeggiate solitarie nella foresta, dove ho cercato conforto nella fantasia e nell’immaginazione. Ognuno reagisce al dolore in modi diversi; per me, è stata un’occasione per esplorare il significato della perdita e per elaborare il mio dolore attraverso la creazione cinematografica. Nel 2020, la pandemia ha risvegliato in me vecchie paure e vulnerabilità, riportandomi al ricordo della mia prima perdita. L’esperienza della pandemia mi ha spinto a esplorare nuovamente il tema della morte e della perdita attraverso il cinema, trovando in questa esplorazione una forza rinnovata. La recente perdita di mio fratello per Covid-19 ha aggiunto un ulteriore strato di dolore e significato al mio lavoro su “Valentina o la serenidad”. Il personaggio di Pedrito nel film è ispirato a mio fratello, e il suo racconto mi ha motivato a continuare a lavorare al film, riaffermando l’importanza di accompagnare il dolore e di trovare significato nelle esperienze più difficili della vita.

In conclusione

“Nudo Mixteco” e “Valentina o la serenidad” ci immergono in mondi distinti, entrambi radicati nelle esperienze personali e culturali della regista Ángeles Cruz. Mentre il primo affronta le criticità sociali della Sierra Mixteca, il secondo ci porta in un viaggio interiore attraverso gli occhi di una bambina che affronta il lutto. Cruz adotta una regia dolce e poetica, alternando momenti di gioia e fantasia a scene intense e struggenti. Attraverso il personaggio di Valentina, interpretato con maestria da Danae Ahuja Aparicio, esplora il tema della perdita e della morte con una sensibilità straordinaria. La pellicola offre una riflessione profonda sull’accettazione e la comprensione del dolore, trasmettendo emozioni senza bisogno di parole, ma solo attraverso lo sguardo e l’espressione del viso.

Note positive

  • Profondità emotiva: Il film offre una rappresentazione autentica e toccante del processo di elaborazione del lutto attraverso gli occhi di una bambina. Esplora il tema del dolore e della perdita in modo delicato ma potente, permettendo agli spettatori di immergersi completamente nell’esperienza emotiva della protagonista.
  • Rappresentazione della cultura Ñuu Savi: La regista Ángeles Cruz porta lo spettatore nel cuore della comunità Ñuu Savi, offrendo uno sguardo autentico e rispettoso sui suoi rituali e le sue tradizioni legate al lutto e alla morte. Questo contribuisce a arricchire la comprensione della cultura messicana e delle sue sfumature.
  • Interpretazione straordinaria di Danae Ahuja Aparicio: L’attrice che interpreta Valentina porta una profondità e una sensibilità straordinarie al personaggio, comunicando con intensità le emozioni più profonde attraverso l’espressione del viso e il linguaggio del corpo.
  • Regia e cinematografia: La regia di Ángeles Cruz riflette dolcezza e poesia, con incantevoli riprese naturalistiche che aggiungono un senso di bellezza e tenerezza alla pellicola. La cinematografia cattura sia la magia dell’infanzia che il dolore e il trauma della protagonista, creando un equilibrio visivo coinvolgente.

Note negative

  • Pochi approfondimenti sui personaggi secondari: Alcuni spettatori potrebbero desiderare una maggiore esplorazione dei personaggi secondari, come i fratelli di Valentina, per comprendere meglio il loro processo di elaborazione del lutto e le loro dinamiche familiari.
Condividi su

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.