Viaggio al Polo Sud (2023). La riflessione di Luc Jacquet

Recensione, trama e cast del documentario francese Viaggio al Polo Sud (2023) per la regia del documentarista Luc Jacquet
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Trailer di Viaggio al Polo Sud

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Presentato in anteprima mondiale il 7 agosto 2023 al Locarno Film Festival, “Voyage au pôle sud” è un documentario scritto e diretto dal documentarista francese Luc Jacquet, premio Oscar 2006 per la regia de “La marcia dei pinguini” (2005), pellicola incentrata sulla riproduzione del pinguino imperatore con le musiche straordinarie di Emilie Simon. Luc Jacquet, diplomatosi all’Università di Lione I in biologia con un master in biologia animale nel 1991, scoprì la sua grande passione per le immagini e la divulgazione scientifica dopo aver trascorso quattordici mesi a svernare in Antartide, presso la base francese Dumont d’Urville. Inizialmente realizzò due documentari televisivi, “Une plage et trop de manchots” (2001) e “Sous le signe du serpent”, debuttando alla regia di un lungometraggio per il cinema con il suo più grande successo commerciale, “La marcia dei pinguini”, che attirò nelle sale di tutto il mondo oltre venticinquemila spettatori, seguito poi dal film TV “Des manchots et des hommes”, che non è altro che il dietro le quinte della sua prima pellicola. Dopo il grande successo de “La Marche de l’empereur”, realizzò il film per ragazzi “La volpe e la bambina” (Le Renard et l’enfant), che però non ottenne il successo sperato, né di pubblico né di critica.

Nel 2010, Jacquet fondò l’associazione Wild-Touch con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico a preservare la natura attraverso l’emozione delle immagini e del cinema. Tornò al cinema nel 2013 con “Il était une forêt” (C’era una volta una foresta) per poi continuare la sua avventura cinematografica a fianco del glaciologo Claude Lorius con il lungometraggio “La glace et le ciel” (Il ghiaccio e il cielo), presentato come film di chiusura del Festival di Cannes del 2015. Questo progetto è accompagnato da un ambizioso programma transmediale, sostenuto dall’associazione Wild-Touch, che ruota attorno al tema cruciale del cambiamento climatico.

Nel 2017 organizzò una spedizione artistica in Antartide con il fotografo naturalista Vincent Munier e il fotografo subacqueo Laurent Ballesta. Da lì tornò con un film, “La marcia dei pinguini – Il richiamo”, e un’esposizione immersiva, Antarctica!, che mostra il continente bianco al di sopra e al di sotto della banchisa. Nel 2023, Jacquet torna con una doppia novità: una mostra, Terra Incognita, inaugurata il 21 settembre al Musée des Confluences di Lione, e il film, “Viaggio al Polo Sud”, distribuito in Italia da Movies Inspired dal 13 giugno 2024.

Trama di Viaggio al polo sud 

Le poche migliaia di chilometri che separano la Patagonia dal Polo Sud costituiscono per gli esploratori un viaggio affascinante e ipnotico. Alcuni parlano addirittura di dipendenza: “il morso dell’Antartide”. Luc Jacquet vive questa esperienza naturalistica e spirituale da trent’anni, rimanendo sempre affascinato e incantato. Jacquet torna in questi luoghi per effettuare una riflessione interiore, incentrata sulla ricerca del motivo che lo conduce anno dopo anno a compiere questo viaggio al Polo Sud, un viaggio alquanto complicato, dove uomini del passato hanno perso la vita lungo questa traversata nel regno del ghiaccio e della natura. Camminando in quei luoghi glaciali, il regista si rende conto che il continente è in rapido cambiamento a causa della devastazione dell’uomo.

Fotogramma di Viaggio al Polo Sud
Fotogramma di Viaggio al Polo Sud

Recensione di Viaggio al polo sud 

“La Marche de l’empereur” è indubbiamente il capolavoro cinematografico di Luc Jacquet. In questa pellicola, l’autore è riuscito a effettuare un attento mix tra autorialità e commercialità, toccando le giuste corde emotive dell’animo umano. Ha intessuto una storia per famiglie capace di farci scoprire e innamorare dei pinguini imperatori, raccontandoci la loro marcia e le loro sofferenze per portare al mondo una nuova vita, in un luogo dove il freddo e la legge della natura dominano. Il pubblico ha potuto creare una potente empatia con quegli animali, emozionandosi per le loro gesta, sorridendo, soffrendo, gioendo, piangendo e tifando per il loro successo nell’atto di portare al mondo una nuova vita in una terra dove il minimo sbaglio e la minima distrazione possono portare alla fine di una vita.

“Voyage au pôle sud” per certi versi è l’antitesi di “La Marche de l’empereur”. Mentre il documentario del 2005 cerca una sua commercialità all’interno del genere film per famiglie, come è avvenuto anche con “Le Renard et l’enfant”, la pellicola del 2023 di Jacquet vive d’autorialità e d’introspezione interiore, risultando un’opera maggiormente sensoriale più che narrativa. È una pellicola in grado di raccontarci, mostrarci e accompagnarci in un impervio viaggio all’interno del Polo Sud. Un viaggio non tanto esteriore, fatto di tappe e di scoperte, ma maggiormente interiore, dove il cineasta, in prima persona, dà voce alle sue sensazioni ed emozioni, effettuando una sorta d’indagine psicologica alla ricerca della sua verità. Non a caso, il film si muove attorno a una domanda che il regista pone nei primi quindici minuti narrativi: perché continuo a visitare, ancora e ancora, quel luogo glaciale da trent’anni?

Ho viaggiato tanto, sono trent’anni che  frequento le regioni polari. […] Perchè sfidare il mare, il vento, il ghiaccio e viaggiare ancora e ancora, in queste regioni ostili, lungo i sentieri più insidiosi? Il polo sud, ci attira come la luce attira le falene. Ognuno ha il suo modo di raggiungerlo. 

“Viaggio al polo sud” è probabilmente il film della consapevolezza di Luc Jacquet, la pellicola della sua maturità come individuo, prima ancora che come regista e documentarista. Questa consapevolezza è evidente dal tono della pellicola, che si apre nel Parco nazionale Torres del Paine in Cile, nella valle del vento, per raccontarci il viaggio di Luc Jacquet nel mondo selvaggio fatto di ghiaccio e di rischi per la propria incolumità interiore. Un viaggio in cui veniamo immersi attraverso l’uso di una voce fuori campo, una voce interiore, dove il cineasta dà espressione alle sue riflessioni e sensazioni come se si stesse leggendo il suo diario di viaggio, permettendoci di vivere quell’esperienza e quel tragitto nelle meraviglie antartiche accanto a lui, condividendo il suo modo di vedere e comprendere la natura, di cogliere la sua sensibilità nei confronti di quei panorami immersi nel ghiaccio. Il regista, nella sua ricerca della verità, effettua discorsi profondi che ci conducono a riflettere su ciò che l’umanità sta seminando nel mondo, dove l’essere umano, considerandosi un conquistatore, crea strade distruggendo la natura, piante, mondi e habitat. Numerosi sono infatti gli elementi tematici ecologisti, in cui il regista, in maniera concisa e supportata da splendide immagini, offre il suo punto di vista ambientalistico, raccontandoci di come il clima sia cambiato profondamente da quando ha iniziato, trent’anni fa, il suo viaggio polare.

Il nucleo fondamentale di questo lungometraggio risiede nell’idea del viaggio, ma non nel senso tradizionale di un itinerario con tappe predeterminate. Piuttosto, nel senso di un’esperienza di vita, un’avventura che si svolge nell’accezione più autentica e profonda del concetto stesso di viaggio. Il regista si immerge in questo mondo senza avere aspettative predefinite, senza sapere cosa lo attende lungo il cammino e cosa scoprirà lungo il percorso. È un viaggio che si basa sulla spontaneità, sull’apertura alla sorpresa e sull’incertezza, catturando lo spettatore con la magia dell’istante e dell’esplorazione. Questo approccio alla narrazione trasforma il viaggio in un’esperienza vibrante, in cui ogni momento è carico di significato e possibilità. Il cineasta si lascia guidare dalla curiosità e dalla voglia di scoperta, abbracciando l’ignoto e lasciandosi trasportare dalle meraviglie che il mondo ha da offrire. In questo contesto, ogni incontro, ogni luogo visitato diventa un’opportunità per crescere, imparare e connettersi con l’essenza più profonda della vita stessa e della grandiosità della natura, imparando a comprendere quanto l’uomo sia piccolo in mezzo a tutto ciò. Attraverso l’obiettivo del regista e della macchina da presa, lo spettatore viene coinvolto in un viaggio che va oltre il semplice spostamento da un luogo all’altro. È un viaggio interiore e spirituale, un’immersione nei paesaggi dell’anima umana e della natura circostante. La magia del momento presente si fonde con la bellezza della scoperta, offrendo al pubblico un’esperienza cinematografica che stimola la mente, nutre l’anima e ispira il cuore.

Luc Jacquet

Non intendevo raccontare la storia della geografia, né tantomeno del viaggio in generale. Volevo narrare piuttosto una sorta di “qui e ora”: in altri termini, un viaggio erratico che inizia in un certo luogo e finisce per essere una somma di tappe che avrebbero potuto essere mille altre. Il viaggio è questo, perché transita attraverso i luoghi che ho sentito l’urgente necessità di condividere. Penso che questa soggettività perfettamente cosciente e voluta sia importante in questo film perché sono cose che di solito non mostriamo. Quando ti appresti a girare, vai in missione: riprendi i pinguini imperatore, riprendi questo e quello. Qui volevo davvero che gli spettatori potessero unirsi a noi, fare il viaggio al nostro fianco, perché per me questa è un’avventura nel senso più nobile e fantastico del termine. Volevo che il pubblico respirasse, che, dopo la prigionia imposta dal Covid, la gente potesse spalancare le finestre e intraprendere con me questo grande viaggio verso sud.

Immagini straordinarie

A supporto di questa introspezione interiore, troviamo una fotografia in bianco e nero, che solo in una scena si tinge di blu, rendendo il tutto incantevole e stupefacente. Per il resto, il film è in bianco e nero, donando un sapore filmico quasi neorealista e profondamente autoriale. Tuttavia, il bianco e nero riesce a offrire immagini uniche e splendide, capaci di suscitare in noi spettatori sensazioni di meraviglia e stupore. Incredibili sono le immagini panoramiche, ma ancor più spettacolari sono quelle dedicate agli alberi, nella prima parte della pellicola: alberi distrutti dal fuoco che assumono forme quasi umane e animalesche, con espressioni mostruose e sofferenti, trasudando disperazione per ciò che l’uomo sta combinando al pianeta. Incredibili sono anche le immagini della tempesta, con la nave che si muove sulle onde e gli albatri che volano a filo d’acqua, sfidando le leggi della fisica. Numerose scene andrebbero citate per la loro meraviglia, dove il bianco e nero non riduce la potenza visiva della pellicola ma anzi, dona alla vicenda uno spessore drammatico e significativo, grazie a un uso della fotografia al servizio della storia e del messaggio che l’autore intende trasmettere al pubblico.

La fotografia è funzionale alla regia stessa del documentario, una regia quasi avanguardistica che si rifà a un uso del montaggio quasi astratto, come è evidente nel primo atto, specialmente nella scena della nave, con un montaggio meno temporale e più simbolico e introspettivo, capace di accompagnarci nel magico mondo interiore del cineasta. In questo contatto con lo spirito del regista, alcune immagini divengono distorte, modificate, frammentate visivamente, anche attraverso sovrimpressioni quasi Lynchiane, il tutto a supporto narrativo, con una regia e un montaggio che riescono a donarci scene spettacolari, immergendoci sempre di più in questo viaggio fisico e interiore, un viaggio fatto di tappe e di introspezione, e nel ricordo di coloro che sono morti in passato, nel tentativo di percorrere quella strada impervia alla scoperta dell’antartide. Interessante, inoltre, a livello registico, la scelta di non mostrare mai chiaramente il volto del viaggiatore, rendendolo quasi sfumato, come se fosse un simbolo, una metafora di tutti coloro che intraprendono un viaggio al Polo Sud. Non lo vedremo mai distintamente da vicino, ma lo seguiamo come se fossimo accanto a lui, vedendo esclusivamente la sua silhouette.

Luc Jacquet

Questo film è davvero un’opera sperimentale: ho voluto concedermi una grande libertà per condurre lo spettatore oltre la semplice descrizione di paesaggi che oggi si può facilmente reperire sui social network o nei documentari. Qui volevo raccontare piuttosto i paesaggi dell’anima. Per questo, in sintonia con Christophe Graillot, il direttore della fotografia, ho scelto un approccio differente. L’obiettivo era allontanarci dal realismo e di avvicinarci ai rapporti emotivi. È questo che ci ha spinti a fare questa scelta così radicale: una scelta che amo davvero, perché mi ha permesso una libertà artistica che non mi concedevo da lungo tempo e che sono stato felice di sperimentare in questo contesto. Questo film è una conversazione tra immagine e suono. È una storia narrata in voice-over per coloro che desiderano comprendere, da lontano, il perché di questo ennesimo viaggio. Senza alcuna pretesa geografica o scientifica, questo film non vuole descrivere bensì serve a trasmetterci sensazioni. Con Christophe Graillot, direttore della fotografia, Samy Bardet, responsabile della colonna sonora, e Stéphane Mazalaigue, montatore, abbiamo cercato di ritrascrivere cinematograficamente la poesia del momento; una condizione fragile e delicata che il cinema può magnificare, a patto di essere libero dai vincoli del tempo e della logistica ingombrante. Un occhio che riconosce la propria soggettività e che guarda in bianco e nero per lasciarsi alle spalle la realtà, per descriverla e trasmetterne la vibrazione interiore. La voce che si ode fuori campo è la mia, come un sussurro segreto rivolto a coloro che amiamo, attraversando i percorsi tracciati da Magellano, Charcot e Shackleton, sfrecciando lungo le rotte dell’albatros o della balenottera azzurra, camminando tra le colonie familiari e sovrappopolate di pinguini e uccelli marini, aprendomi la strada tra i “white-out” e i sastrugi dell’inlandsis, nella solitudine infinita dell’altopiano polare. Un lungometraggio realistico e personale, dalla forma originale, pensato per il grande, anzi per il grandissimo schermo.”

L’uso sapiente del montaggio e del sonoro contribuisce in modo significativo a rendere la regia e la fotografia di “Viaggio al polo sud” ancora più spettacolari. Il sonoro, soprattutto nelle scene che coinvolgono il ghiaccio e i pinguini, evoca le sonorità glaciali, richiamando in parte i suoni elettronici presenti nelle melodie di Emilie Simon in “La marcia dei pinguini”. Questo approccio sonoro aggiunge profondità e atmosfera alle immagini, trasportando gli spettatori direttamente nell’ambiente polare. È interessante notare come il mood e la narrazione dei Pinguini Imperatori e del ghiaccio in “Viaggio al polo sud” presentino somiglianze con il film “La marcia dei pinguini”, nonostante le due opere siano profondamente diverse tra loro, soprattutto lato sonoro rappresentativo del ghiaccio, ma non solo.

Se il film del 2005 è commerciale ed emotivo, il documentario “Viaggio al polo sud” è più di nicchia, rivolto a un pubblico di colti e appassionati della fotografia e del documentario naturalistico. Questa differenza di approccio si riflette nell’esperienza che offrono ai suoi spettatori: se “La marcia dei pinguini” suscita emozioni immediate e accessibili, “Viaggio al polo sud” offre un’esperienza più profonda e riflessiva, adatta a un pubblico che ricerca un viaggio intellettuale e sensoriale. Anche se potremmo non trovare la stessa emozione immediata del film del 2005, “Viaggio al polo sud” riesce comunque a toccare gli spettatori in modo più intellettuale, offrendo una visione approfondita e coinvolgente di uno degli ambienti più estremi e affascinanti del nostro pianeta.

Luc Jacquet

Questo progetto cinematografico è arrivato in un momento per me molto speciale, poiché coincideva con il 30° anniversario del mio primo viaggio in Antartide, quando, nel 1991, andai a trascorrere l’inverno nella stazione francese di Demont D’Urville. Mi sono posto questa domanda: “Cos’ha di speciale questo luogo che mi dà ancora così tanto piacere, così tanta dipendenza?” e ho voluto condividere questa esperienza con chi non ha la possibilità di conoscere e vivere questo continente. Questo film è un diario di viaggio, che ho scelto arbitrariamente di iniziare in Patagonia. Scenderemo poi di grado in grado, dirigendoci verso il continente antartico. Attraverseremo il Passaggio di Drake e i canali patagonici seguendo le orme di illustri predecessori come Magellano, Cook, Darwin, FitzRoy, il comandante Charcot, Scott, Amundsen e molti altri. Come questi eccezionali personaggi, magneticamente attratti dai 90 gradi Sud, ci addentreremo a poco a poco in direzione del Polo, per condividere paesaggi di sconvolgente bellezza, che credo rendano tutti noi profondamente dipendenti da questo continente.
I Pinguini Imperatore in Viaggio al Polo Sud
I Pinguini Imperatore in Viaggio al Polo Sud

In conclusione

“Voyage au pôle sud” rappresenta un punto di svolta nella carriera di Luc Jacquet, un film che combina introspezione e avanguardia visiva. Jacquet abbandona la commercialità per abbracciare un’esperienza cinematografica più personale e sensoriale. La scelta del bianco e nero conferisce al film un’atmosfera quasi neorealista, esaltando la bellezza e la drammaticità dei paesaggi polari. La narrazione in voice-over, accompagnata da una fotografia straordinaria e un montaggio simbolico, trasporta lo spettatore in un viaggio interiore tanto quanto esteriore. “Voyage au pôle sud” non è solo un documentario, ma un’esplorazione poetica e profonda delle emozioni e della relazione dell’uomo con la natura.

Note positive

  • Stile visivo: l’uso sapiente della regia, del montaggio unito alla fotografia e al sonoro
  • Empatia con la natura: Il regista riesce a creare una forte empatia tra gli spettatori e la natura, in particolare con i pinguini imperatori. Attraverso le immagini e le narrazioni, gli spettatori possono vivere le gesta dei pinguini, condividendone le gioie e le sofferenze nella lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile.
  • Introspezione e consapevolezza: “Viaggio al Polo Sud” è più di un semplice documentario sulla fauna antartica; è un’opera che porta lo spettatore a riflettere sulla propria relazione con la natura e il pianeta. Jacquet utilizza il suo viaggio personale come mezzo per esplorare temi profondi come il cambiamento climatico e il rapporto dell’umanità con l’ambiente.
  • Fotografia e montaggio: La scelta del bianco e nero, arricchita da occasionali sfumature di blu, conferisce al film un’atmosfera poetica e suggestiva. Le immagini panoramiche e le sequenze visive sono straordinariamente belle, trasportando gli spettatori in un mondo di meraviglia e stupore. Il montaggio contribuisce a creare un ritmo avvincente, alternando momenti di contemplazione con scene più dinamiche e coinvolgenti.

Note negative

  • A tratti poco emozionante
  • Pubblico di nicchia: “Viaggio al Polo Sud” potrebbe non raggiungere lo stesso pubblico ampio e commerciale di “La Marcia dei Pinguini”. La sua natura più sperimentale e contemplativa potrebbe limitare la sua accessibilità a un pubblico di massa, rivolgendosi piuttosto a spettatori interessati alla fotografia, all’ecologia e alla narrativa sperimentale.
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.

Articoli: 930

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