We Are: The Brooklyn Saints – Sentirsi parte di una comunità

We Are: The Brooklyn Saints - Sentirsi parte di una comunità 1

We Are: The Brooklyn Saints

Titolo originale: We Are: The Brooklyn Saints

Anno: 2021

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: documentario

Produzione: Disarming Films, Imagine Documentaries

Distribuzione: Netflix

Stagione: 1

Episodi: 4

Durata: ca. 48 min.

Regia: Rudy Valdez

Sceneggiatura:

Fotografia: Rudy Valdez

Montaggio: Daniel Carter, Julia Liu, Rudy Valdez

Musiche: Jongnic Bontemps

Attori: team dei Brooklyn Saints

Trailer originale di We Are: The Brooklyn Saints

Disponibile su Netflix a partire dal 29 gennaio 2021, We Are: The Brooklyn Saints è un documentario originale in quattro puntate (della durata di circa 48 minuti) incentrato sul valore di una squadra di football giovanile nella periferia di New York. Prodotto da Imagine Documetaries e Disarming Films, la docu-serie vanta tra i produttori esecutivi Brian Grazer, Ron Howard, Amy Berg, Sara Bernstein e Justin Wilkes, con Rudy Valdez (premio Emmy per The Sentence, 2018) anche nel ruolo di regista, montatore cinematografico e direttore della fotografia.

Trama di We Are: The Brooklyn Saints

Tra le degradate torri abitative che contraddistinguono lo skyline di Brooklyn, a East New York, un team di persone crede che il football può garantire un futuro migliore. Si tratta dei fondatori dei Brooklyn Saints, squadra giovanile per ragazzi tra i 7 e i 13 anni, in cui lo sport diviene lo strumento per insegnare un nuovo stile di vita votato al rispetto, al sentirsi parte di una famiglia, all’ambire a risultati insperati.

Recensione di We Are: The Brooklyn Saints

Guardare We Are: The Brooklyn Saints durante la corsa verso il Super Bowl LV della National Football League (NFL), risulta una visione unica e sorprendente. E questo non certo per le spontanee ambizioni, che  comunque stimolano una marcata empatia, espresse dai giovani giocatori di East New York nei confronti delle stelle NFL. Qui a Brooklyn, Tom Brady e Patrick Mahomes rappresentano soltanto inimmaginabili traguardi futuri, atleti formidabili abituati a giocare in moderne infrastrutture sportive dotate di sky box, servizio catering, illuminazione artificiale. Sì, scrivo “illuminazione artificiale”, un requisito ormai considerato standard per ogni stadio, perché la sua assenza, nel periferico campo dei Saints, trasmette le condizioni di allenamento di un team costruito in uno dei quartieri più degradati di East New York. Una località dove viene facile, quasi naturale, perdersi per strada. Caratterizzata da anonimi edifici a torre ripetuti all’infinito, con una sferragliante linea ferroviaria sopraelevata e una marginale zona erbosa divenuta la “casa” di una straordinaria squadra di quartiere. O meglio, di una straordinaria famiglia, come piace definire il suo team under 9 coach Gawuala: un allenatore che, lui come i ragazzi, tenta di (ri)costruire la propria vita attraverso il football.

Che non dev’essere inteso semplicemente in quanto tale. No, nella docu-serie diretta ottimamente da Rudy Valdez, non si ha mai l’idea di star assistendo ad un classico documentario sportivo. Vittorie e sconfitte sono descritte come parte di qualcosa di molto più importante: un percorso formativo capace di spiegare ai giovani ciò che più conta nella vita. Come l’iscrizione al college, considerato una garanzia (particolarmente evocativa la frase “sfruttate il football, non il contrario) più della NFL. E poi valori imprescindibili quali amicizia, fiducia e responsabilità, sapientemente insegnati loro dai vari coach. A cominciare proprio da Gawuala, vero protagonista della serie, con il suo ricorrente saluto “a tre tocchi” destinato a tutti i componenti dei Saints; un gesto semplice eppure fortemente inclusivo, in grado di far avvertire la sua vicinanza ad ogni giocatore, sempre desiderosi di un contatto, di un allenatore che dica loro “ce la puoi fare” o “questo è il tuo anno”. Commenti che spingono Dalontai “D-Lo”, quarterback della squadra e figlio di coach Vick, a ritenere possibile ciò che sembra il contrario; oppure il simpatico Aiden a superare un momento di difficoltà sul campo. E lo stesso vale per Kenan, QB del team under 13, consigliato dal fratello coach Yeezy a credere nei propri compagni, evitando disperate corse solitarie dopo lo snap del centro.

Tuttavia, in We Are: The Brooklyn Saints c’è anche molto altro. Come le difficoltà, non certo marginali, di un team che si deve autofinanziare. Privi di aiuti di alcun genere se non la fiducia della gente e la generosità di coach che svolgono il proprio lavoro senza una retribuzione. Gawuala, per esempio. Un uomo che non nasconde il difficile (e triste) passato, le scelte inopportune perseguite in gioventù, l’istruzione abbandonata: tutte situazioni che, nonostante la mancanza di un lavoro pagato, intende evitare ai ragazzi del quartiere. Del resto, Gawuala, costretto ad impugnare una pila negli allenamenti notturni e a riparare con del nastro adesivo il finestrino dell’autobus dei Saints “come solo i portoricani sanno fare”, considera quel poco attrezzato campo a East New York il fulcro di una vera comunità. Un polo che ricorda lo stile dei primi clubs inglesi (dal 1860 al 1920), in cui tutti gli abitanti di Brooklyn possono riconoscersi; manifesto di un’intenzione di rivalsa che non si esprime con le (spesso) drammatiche azioni riprese dai notiziari tv, ma al contrario con un immagine, splendida e potente, di un progetto che conquista i cuori, spingendoci ad incitare (anche solo a distanza) quella piccola squadra di periferia.  

Note positive

  • La regia di Rudy Valdez
  • Il racconto di uno straordinario progetto
  • La raffigurazione delle problematiche di un quartiere di East New York

Note negative

  • Nessuna da segnalare

Leave a Reply

undici − sei =