Elena del Ghetto (2026). Una storia importante tradita da una regia fiacca

Il film riporta sullo schermo la vita di Elena Di Porto, donna ebrea romana che durante gli anni bui del fascismo e dell'occupazione nazista sfidò il potere costituito per salvare più vite possibili all'interno del ghetto di Roma.

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Trailer di “Elena del Ghetto”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

“Elena del Ghetto” è il primo film diretto da Stefano Casertano che ha co-scritto insieme a Francesca Della Ragione e Alessandra Kre. La pellicola, prodotta da Titanus Production, Masi Film, Rai Cinema, M74, Sound Art 23, Titanus, con il contributo del Ministero della Cultura, è interpretata da Micaela Ramazzotti, Valerio Aprea, Giulia Bevilacqua, Caterina De Angelis, Giovanni Calcagno, Claudia Della Seta, Matteo Quinzi, Marcello Maietta, Gabriele Cirilli e Florence Nicolas. Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026 Grand Pubblic, il lungometraggio esce nei cinema italiani il 29 gennaio distribuito da Adler Entertainment.

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Trama di “Elena del Ghetto”

Ambientato a Roma tra il 1938 e il 1943, il film ripercorre la straordinaria storia di Elena Di Porto, una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa, che sfidò il regime fascista per salvare molte vite e segnò la storia del ghetto ebraico di Roma durante il fascismo e l’occupazione nazista. Essere diversi richiede coraggio, si rischia di essere emarginati e puniti. I ribelli, però, intuiscono per primi quando qualcosa limita la libertà, e reagiscono anche in solitudine. Così fa Elena. È una donna fuori dagli schemi: separata dal marito, indossa i pantaloni, fuma, beve e gioca a biliardo. Per questo la chiamano “Elena la matta”, ma a lei non importa. Viene arrestata più volte per aver affrontato i fascisti che controllano il quartiere, e quando i nazisti occupano Roma si unisce alla Resistenza e riesce a scoprire in anticipo i piani del rastrellamento del ghetto, avvenuto il 16 ottobre 1943. Cerca di avvisare i suoi concittadini, ma come possono crederle se da tutti è considerata solo una matta?

Recensione di “Elena del Ghetto”

Ci sono storie che meritano di essere raccontate, figure storiche dimenticate che attendono solo il momento giusto per tornare alla luce e trovare il pubblico che spetta loro. “Elena del Ghetto”, diretto da Stefano Casertano e scritto insieme a Francesca Della Ragione e Alessandra Kre, si propone proprio questo obiettivo ambizioso: riportare sullo schermo la vita di Elena Di Porto, donna ebrea romana che durante gli anni bui del fascismo e dell’occupazione nazista sfidò il potere costituito per salvare più vite possibili all’interno del ghetto di Roma.

La premessa è delle più affascinanti. Una protagonista femminile forte, anticonvenzionale, ribelle in un’epoca in cui essere donna, ebrea e sovversiva significava rischiare tutto. Un contesto storico drammatico, quello dell’Italia tra il 1938 e il 1943, quando le leggi razziali prima e la deportazione poi trasformarono Roma in un teatro di orrore e resistenza. Eppure, nonostante tutti questi ingredienti potenzialmente esplosivi, il film delude su quasi tutti i fronti, trasformando una vicenda straordinaria in un prodotto cinematografico privo di emozioni e incapace di coinvolgere lo spettatore.

Roma sotto il fascismo e l’occupazione nazista

Il film si apre il 16 ottobre 1943, anno dell’arrivo dell’occupazione nazista e giorno del rastrellamento del ghetto, quando oltre mille ebrei romani furono deportati ad Auschwitz. Questo rappresenta uno degli episodi più tragici della storia italiana. Elena si trova a operare in condizioni sempre più pericolose, cercando di salvare quante più persone possibili. 

Si fa un passo indietro di 5 anni, 1938, anno della promulgazione delle tristemente note leggi razziali fasciste, quando la vita degli ebrei italiani subì una svolta drammatica. Da cittadini a paria, da parte integrante del tessuto sociale a nemici della nazione, gli ebrei si trovarono improvvisamente emarginati, privati dei diritti fondamentali, espulsi dalle scuole e dalle professioni. In questo contesto di progressiva oppressione, Elena emerge come una figura di resistenza, una donna che rifiuta di piegarsi alle ingiustizie e che decide di combattere per la propria comunità.

Una regia piatta che non trova il ritmo giusto

Il problema principale di “Elena del Ghetto” risiede proprio nella regia di Stefano Casertano, che non riesce a imprimere al racconto il ritmo e la tensione che una storia del genere richiederebbe. Il film procede con un’andatura lenta, quasi asfittica, che trasforma momenti potenzialmente drammatici in lunghe sequenze prive di mordente. Le scene si susseguono senza una reale progressione emotiva, senza che lo spettatore riesca a sentirsi coinvolto nelle vicende rappresentate.

Casertano sembra incapace di scegliere un tono coerente per il suo film. A tratti sembra voler puntare sul dramma storico tradizionale, con inquadrature statiche e dialoghi didascalici; in altri momenti tenta una virata verso un registro più intimista, concentrandosi sui rapporti personali di Elena. Il risultato è un’opera confusa, che non riesce a essere né un affresco storico efficace né un ritratto psicologico approfondito della protagonista.

La messa in scena risulta inoltre piuttosto televisiva, priva di quella cura visiva che potrebbe almeno compensare le debolezze narrative. La parziale ricostruzione storica della Roma degli anni Quaranta appare superficiale, con scenografie che raramente convincono e una fotografia anonima che non aggiunge nulla al racconto. Manca completamente quella capacità di evocare l’atmosfera opprimente dell’epoca, quel senso di crescente pericolo che avrebbe dovuto permeare ogni fotogramma, anche nelle scene girate al ghetto e a Tivoli.

Una sceneggiatura che non rende giustizia alla storia

Anche la sceneggiatura, firmata dallo stesso Casertano insieme a Francesca Della Ragione e Alessandra Kre, contribuisce in modo determinante ai problemi del film. I dialoghi risultano spesso artificiosi, costruiti più per comunicare informazioni storiche allo spettatore che per caratterizzare i personaggi o far progredire la narrazione in modo organico. Si ha l’impressione di assistere a una ricostruzione didattica piuttosto che a un’opera cinematografica viva e pulsante.

I personaggi secondari sono tratteggiati in modo sommario, ridotti a semplici comparse funzionali alla storia di Elena senza una vera profondità psicologica. Questo appiattimento generale impedisce al film di creare una rete di relazioni credibili e complesse, che avrebbe potuto arricchire il racconto e dare maggiore spessore al contesto in cui la protagonista opera.

Anche la caratterizzazione di Elena stessa, pur essendo centrale, soffre di una scrittura che oscilla tra momenti di forza e cadute nel melodramma più scontato. La sua ribellione, la sua anticonvenzionalità, vengono a volte raccontate e altre volte mostrate, affidate a dialoghi esplicativi e a situazioni drammatiche ma poco efficaci. Il film ci dice che Elena è una figura straordinaria, ma fatica a farcelo sentire davvero.

Micaela Ramazzotti e un Cast sopra le righe

Micaela Ramazzotti sembra come ingabbiata in un ruolo che non riesce a far suo. La sua interpretazione oscilla tra momenti di autentica intensità e altri in cui appare eccessiva, sopra le righe, come se cercasse di compensare con l’enfasi recitativa le debolezze del materiale su cui è chiamata a lavorare.

Questo problema della recitazione esagerata non riguarda solo la protagonista ma si estende a buona parte del cast. Molti attori sembrano recitare “per il pubblico” piuttosto che abitare autenticamente i loro personaggi, con il risultato di creare una distanza emotiva che allontana lo spettatore anziché coinvolgerlo. I momenti più drammatici, quelli che dovrebbero stringere il cuore, finiscono per suonare costruiti, privati di quella spontaneità che sola può generare autentica empatia.

È difficile capire quanto questa scelta interpretativa sia da attribuire agli attori stessi e quanto invece sia il risultato di una direzione degli attori inadeguata da parte della regia. Probabilmente la verità sta nel mezzo: un cast che non trova la giusta misura sotto la guida di una regia che non riesce a indirizzarlo verso registri più sobri ed efficaci.

Un’occasione mancata per la Memoria Storica

Ciò che rende particolarmente frustrante “Elena del Ghetto” è proprio il senso di occasione mancata che si porta dietro. La storia di Elena Di Porto è davvero straordinaria, una di quelle vicende che meriterebbero di essere conosciute dal grande pubblico, studiate nelle scuole, celebrate come esempio di coraggio civile e resistenza all’oppressione. Una donna che ha rischiato tutto per salvare i suoi concittadini merita un film all’altezza della sua eredità.

Invece, questo film presenta la storia di Elena in modo poco coinvolgente. Un dramma storico che risulta noioso è una contraddizione in termini quando parla di eventi così drammatici e cruciali. La Shoah italiana, il rastrellamento del ghetto di Roma, la resistenza ebraica sono temi che dovrebbero scuotere lo spettatore, farlo riflettere, commuoverlo. Qui invece lasciano freddi, scivolando via senza lasciare traccia.

In conclusione

“Elena del Ghetto” si configura purtroppo come un’opera fallita, incapace di rendere giustizia a una protagonista e a una storia che meritavano ben altro trattamento cinematografico. Scrittura fiacca, regia priva di ritmo e di visione, recitazioni sopra le righe contribuiscono a creare un prodotto che fatica a emozionare e a coinvolgere, trasformando una vicenda potenzialmente appassionante in un film che scorre via senza lasciare il segno.

È un vero peccato, perché figure come Elena Di Porto hanno bisogno di essere raccontate, celebrate, consegnate alla memoria collettiva. Ma hanno bisogno di essere raccontate bene, con rispetto per la verità storica ma anche con quella sensibilità cinematografica che sa trasformare i fatti in emozione, la cronaca in narrazione coinvolgente. “Elena del Ghetto” non riesce in questo intento, e rimane un’occasione perduta che lascia l’amaro in bocca più per ciò che avrebbe potuto essere che per ciò che effettivamente è.

Note Positive

  • Ambientazione

Note Negative

  • Scrittura
  • Regia
  • Recitazione

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e suono
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.0
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Renata Candioto
Renata Candioto

Diplomata in sceneggiatura alla Roma Film Academy (ex Nuct) di Cinecittà a Roma, ama il cinema e il teatro.
Le piace definirsi scrittrice, forse perché adora la letteratura e scrive da quando è ragazzina.
È curiosa del mondo che le circonda e si lascia guidare dalle sue emozioni.
La sua filosofia è "La vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita".