Good Boy (2025). Anatomia di una redenzione imposta nel thriller di Jan Komasa.

Recensione, trama e cast del film Good Boy (2025), pellicola di Jan Komasa, presentata alla Festa del cinema di Roma

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Good Boy (2025) - Immagine ricevuta a uso editoriale da Punto e Virgola
Good Boy (2025) – Immagine ricevuta a uso editoriale da Punto e Virgola

Trailer di “Good Boy”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Good Boy è il un lungometraggio del regista Jan Komasa, scritto da Bartek Bartosik e Naqqash Khalid. Nel cast troviamo Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon e Kit Rakusen.

Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival il 5 settembre 2025 , il film è stato successivamente selezionato in Concorso alla Festa del Cinema di Roma, all’interno della sezione Progressive Cinema. Visioni per il mondo di domani . Per Komasa si tratta di una svolta simbolica e produttiva: Good Boy è infatti il suo primo film realizzato interamente in lingua inglese.

«Good Boy è nato da un’idea che non riuscivo a togliermi dalla testa: in un mondo affamato di attenzione, la libertà è ancora desiderabile se nessuno ti vede? Sceglieremmo l’autonomia in solitudine o preferiremmo rinunciare alla libertà per il conforto di cure costanti?  Lavorando con Stephen Graham, Andrea Riseborough e Anson Boon, ho voluto esplorare la sottile linea di demarcazione tra amore e tirannia, silenzio e violenza, il tutto intriso di un senso dell’umorismo nero britannico e polacco senza compromessi, che aleggia provocatoriamente nella zona grigia della moralità»

Jon Komasa

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Trama di “Good Boy”

Tommy, interpretato da Anson Boon, è un diciannovenne che consuma le proprie giornate in una deriva fatta di risse, vandalismi e notti senza argini, trascinando con sé un gruppo di amici in una spirale di violenza che sembra non conoscere responsabilità né conseguenze.

Dopo una notte di baldoria sfrenata con i suoi amici, si separa dal gruppo e viene rapito da una figura misteriosa. Sebbene non sia estraneo alla violenza, resta inorridito quando si risveglia con una catena al collo nel seminterrato della casa isolata della ricca famiglia di Chris (Stephen Graham), di sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough) e del loro giovane figlio Jonathan. Il rapimento fa parte del disegno di questa strana famiglia che vuole trasformare Tommy in un “bravo ragazzo”.

Per Tommy comincia così una “riabilitazione” forzata. I suoi rapitori non cercano semplicemente di contenerlo, ma di riforgiarlo: trasformarlo in un bravo ragazzo, educarlo a un modello domestico di ordine e obbedienza, piegando la sua identità a un progetto che si impone come cura e, al tempo stesso, come punizione.

Intrappolato in una dinamica familiare claustrofobica e profondamente disfunzionale, il ragazzo tenta di fuggire, ma ogni gesto di resistenza sembra avvicinarlo a un nucleo sempre più oscuro di verità. Tra controllo, manipolazione e violenza psicologica, Tommy è costretto a scegliere se adattarsi, piegarsi o ribellarsi, nella consapevolezza che, in questo universo regolato da un’idea distorta di redenzione, la libertà è una conquista possibile solo pagando un prezzo altissimo.

Recensione di “Good Boy”

 È preferibile una condizione di prigionia, attenuata dall’illusione di essere amati e protetti oppure una piena libertà, ma segnata dall’assenza di relazioni e di punti di riferimento?”

Da questo quesito parte la logica narrativa del film Good Boy.

Dopo Corpus Christi e Haters, il regista Jan Komasa prosegue  il suo percorso, scavando nelle zone più fragili del potere contemporaneo e della fragilità umana, in questo caso sceglie un campo di battaglia estremamente attuale e apparentemente intaccabile come quello della famiglia.

Good Boy è una pellicola  che lavora prevalentemente in sottrazione, dove la concessione è tanto importante quanto la mancanza.  Il suo fulcro narrativo risiede soprattutto nella sua capacità di rendere ambiguo il limite sottile tra cura e dominio. I carnefici vengono infatti rappresentati come una famiglia apparentemente perfetta, ma altamente disfunzionale; partendo dal personaggio Chris, un padre che incarna una razionalità gelida e strutturata, passando da Kathryn, una madre emotivamente instabile, la cui empatia si confonde con la manipolazione, concludendo con il piccolo e silenzioso Jonathan  che insieme a Tommy, funzionano come specchio distorto e rappresentano una generazione che osserva e apprende,  destinatari di una follia strutturale e strutturata.

L’elemento thriller del film si sviluppa con una tensione quasi impalpabile e non attraverso escalation spettacolari, ma mediante una narrazione fatta di micro regole e rituali domestici. La regia di Komasa insiste soprattutto a fare vedere “la struttura casa”, attraverso spazi chiusi e ben definiti e dove ogni stanza  è un’ aggiunta di una libertà agognata e negoziata; partendo proprio dal seminterrato, simbolo sia di detenzione e del sistema educativo che pretende di riscrivere il comportamento del protagonista. La pellicola trova la sua parte più inquietante nel mostrare che la ferocia della famiglia non è dettata dall’impulso, ma da una convinzione di poter essere i custodi di un determinato ordine dove l’attenzione, l’etica e la morale sono più forti dalle struttura di una vita apparentemente appagante, ma effettivamente vuota e senza via d’uscita, che porta alla distruzione dell’individuo.

Il film rifiuta deliberatamente la retorica del riscatto. Difatti Tommy, il protagonista, non è stato costruito come figura da compatire, il regista volutamente non delinea la backstory del personaggio se non per alcuni elementi funzionali alla trama, perché ciò che interessa non è l’origine del disagio, ma la sua evoluzione e la sua risoluzione. La sceneggiatura non propone mai una sorta di redenzione narrativa e quei pochi spiragli vengono compressi in una soffocante ambiguità. Quando Tommy oscilla tra adattamento e collaborazione non sono comportamenti del tutto volontari, ma piuttosto una strategia per poter sopravvivere in un sistema che ha già determinato il suo ruolo e in attesa di poter scappare. 

A tratti però si ha la sensazione che il film metta in secondo piano le sorti del protagonista e non chiuda alcune sotto trame, puntando di più  ad analizzare la struttura in cui si trova. In quella casa dove il potere è rappresentato come intimo, domestico e quotidiano, dove la famiglia rappresenta l’assoluto micro-cosmo, la cucina e il salotto luoghi di negoziazione e la punizione un atto educativo. Fino ad arrivare ad un finale che non ha una  liberazione, ma la triste consapevolezza da parte del protagonista di voler scegliere il male minore per sopravvivere emotivamente.

In conclusione

Con Good Boy il regista Jan Komasa porta sullo schermo un’opera asciutta e minimale, che può essere letta anche come critica sociale, che sostituisce la tensione narrativa con un disagio persistente. Un film che potrebbe inquietare non tanto per quello che mostra, ma che insinua il dubbio che la “rieducazione” di un individuo attraverso la violenza, in determinati contesti, possa essere l’alternativa più accettabile.

Note positive

  • Tematiche trattate
  • Regia
  • Cast

Note negative

  • Assenza di conclusione di alcune sotto trame


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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e Sonoro
Interpretazioni
Emozione
SUMMARY
3.8
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Tatiana Coquio
Tatiana Coquio

Amo alla follia la settima arte, la sceneggiatura è ciò che mi interessa di più in un film, tanto da aver fatto degli studi in merito.
Star Wars fan da una vita e serie TV addicted.
Lettrice e scrittrice compulsiva, sempre pronta ad appuntare note e pensieri un po' ovunque, quando posso viaggio per il mondo accompagnata dal mio fido ipod e una colonna sonora a tema.