Roma, 20 novembre 2024 – In tal data si è svolta, presso l’Hotel Eden, la minipress dedicata a Dostoevskij, la serie Sky Original dei Fratelli D’Innocenzo, in arrivo il 27 novembre su Sky e NOW. La serie, un thriller psicologico cupo e intenso, racconta la caccia a un serial killer enigmatico e il tormento interiore del detective Enzo Vitello, interpretato da Filippo Timi.
Fabio e Damiano D’Innocenzo, registi e sceneggiatori, hanno condiviso approfondimenti sul processo creativo e sulle scelte che hanno reso unica questa produzione durante la conferenza stampa. Qui riportate alcune delle loro riflessioni sulla loro miniserie Sky.
Che emozioni provate riguardo all’uscita di “Dostoevskij” direttamente come serie su Now?
Fabio D’Innocenzo: Provo emozioni languide perché affrontare sentimenti così spigolosi e spinosi ti porta inevitabilmente a rispettare la delicatezza dei personaggi e dei temi trattati. Mi sento profondamente felice e rilassato per l’uscita di ‘Dostoevskij’ su Sky e NOW, un’emozione rara quando si realizza un film, poiché ci si mette a nudo. Questo progetto mi fa sentire protetto grazie alle persone che hanno lavorato con noi, che hanno dato tutto, persino le loro parti più nascoste. Mi sento in debito nei confronti degli attori straordinari e di una produzione che definirei non solo libera ma libertina, come quella di Sky. Sono rinfrancato dal fatto che questa opera possa finalmente appartenere a tutti e rimanere disponibile nel tempo, in modalità on-demand, accessibile quando e come si preferisce. È il nostro piccolo testamento, un progetto che ci rappresenta completamente.
Con l’arrivo di Dostoevskij su Sky e NOW, completate un lungo viaggio iniziato con la Berlinale e proseguito al cinema. Questo progetto, più lungo e complesso rispetto ai precedenti, ha cambiato il vostro modo di fare cinema? Pensate che ci sia un ‘prima’ e un ‘dopo’ Dostoevskij?
Fabio D’Innocenzo: In realtà, non credo di poter rispondere con certezza. Non facciamo mai nulla di progettato, tutto ciò che è artistico viene dall’indagine continua su noi stessi. Dostoevskij, con le sue cinque ore di narrazione, è stato sicuramente più complicato, ma il cinema è anche un’arte agonistica, che richiede una presenza fisica costante. Ogni giorno bisogna reinventarsi, per continuare ad andare avanti. Non penso troppo a queste domande sul cambiamento, perché altrimenti non avrei l’opportunità di perdermi nella creazione. Con mio fratello, il nostro dialogo è sempre privato, non solo su Roma o le nostre esperienze, ma anche su ciò che verrà dopo. Con Dostoevskij, abbiamo avuto l’opportunità di approfondire tematiche che prima non avevamo il tempo di esplorare, come il dolore e le ferite, ma con la consapevolezza che siamo ancora completamente sperduti e outsider. Non avremo mai la risposta pronta alle vostre domande. Non siamo mai all’altezza di ciò che vorremmo essere. Ma questo è ciò che siamo, senza maschere, e spero che questo approccio emerga anche nel nostro lavoro su Dostoevskij.
Com’è nata l’idea delle serie e delle lettere, un elemento onnipresente nel film e nella caratterizzazione del killer?
Fabio D’Innocenzo: Non so come scattano i click nelle vostre giornate, ma per noi a volte è qualcosa di molto banale. Ci diciamo: ‘Dobbiamo fare questa cosa’ e la facciamo. Forse questa storia ce l’avevamo in testa da prima di nascere, era già lì, in attesa. Poi, c’è stato un incontro importante con Sky. Ci hanno chiesto, con grande franchezza e amore, di realizzare un crime. Abbiamo scritto la trama della serie in mezz’ora: c’era tutto, dall’inizio allo sviluppo, fino al finale. Era tutto chiaro, e il loro entusiasmo ha dato subito il via al progetto. Durante la scrittura vera e propria, abbiamo approfondito ogni elemento. È stato affascinante, soprattutto perché viviamo in un momento storico in cui comunichiamo tantissimo, ma spesso nascondiamo le cose più importanti. Questo ci ha portati a cercare una sincerità autentica attraverso la scrittura, un processo che considero molto romantico. Amo l’idea di scrivere a mano, con fatica, come si faceva nel passato, quando si sperava che una lettera arrivasse al destinatario. È un gesto intimo, che racchiude una bellezza senza tempo. Il contenuto delle lettere nella serie rispecchia in parte il nostro modo di vedere alcune cose della vita, anche se non tutto. Noi fatichiamo a dividere tragedia e ironia, perché per noi convivono. Nelle lettere non c’è la nostra ironia diretta, ma c’è un equilibrio tra i due aspetti. Se avessimo scelto un altro titolo per la serie, probabilmente avremmo raccontato una storia diversa. Dostoevskij era già lì, nel titolo e nello spirito del progetto.

La vulnerabilità è un tema centrale in Dostoevskij. Come avete affrontato il racconto di questa fragilità, che nella serie sembra toccare sia il mondo maschile che quello femminile?
Fabio D’Innocenzo: Raccontare la vulnerabilità è sempre una sfida importante, e non si tratta di qualcosa di esclusivamente maschile, ma anche femminile. Dostoevskij è un racconto sull’importanza degli incontri nella vita, incontri che ci permettono di evolvere, a volte mettendoci in crisi. Ed è necessario che accada, perché altrimenti la vita sarebbe fatta solo di solitudine e monologhi, che possono essere interessanti nella vita reale, ma non al cinema. Per uscire da questi monologhi interiori, che a volte diventano molto dolorosi, è essenziale guardarsi intorno. Tuttavia, farlo è incredibilmente difficile, soprattutto in un momento storico in cui avverto una profonda solitudine nelle convenzioni sociali che ci rinchiudono. La vulnerabilità non è limitata: persino un serial killer può dimostrarla nel raggiungere una radicale autonomia di pensiero, anche se con gesti estremi. Non giustifico gli omicidi, ma rispetto quel bisogno di libertà, quell’imposizione delle proprie regole al mondo.
Questo lavoro sulla vulnerabilità è stato un tema centrale per noi e per gli attori. Filippo, ad esempio, diceva che sarebbe potuto svenire durante una scena, e non sarebbe stato giudicato male, perché c’è qualcosa di eroico nel mettersi a nudo. Questo approccio ci ha portato a lavorare tutti insieme, creando una sinergia e un’energia emotiva condivisa sul set. Ovviamente, il giudizio finale spetta agli spettatori. Ma per noi, è già un miracolo vedere oggi qui un cartonato di Dostoevskij, il simbolo di qualcosa che abbiamo costruito insieme con libertà e autenticità.
Nei vostri lavori c’è spesso un’indagine sul male, su aspetti negativi dell’essere umano. È un tema che riflette il nostro tempo, in cui l’orrore è una presenza quotidiana? Questa visione si traduce in una narrazione che sembra spesso priva di speranza. È davvero così?
Damiano D’Innocenzo: In realtà, quando scrivo non punto la penna verso il mondo, ma verso me stesso. Quel malessere, quel nero di cui parli, è inevitabilmente il mio. Quelle asprezze, quelle fessure, quella muffa, quel pozzo sono io. Non cerco di raccontare il mondo per fare un atto di denuncia, sarebbe un gesto vile, vigliacco. Io parlo di me stesso, cerco di venire a patti con i miei sensi di colpa, i miei fantasmi. Tutto inizia e finisce lì. Il gesto artistico è lì. Cerco di raccontare ciò che mi fa addormentare storto, ciò che mi fa svegliare con una malinconia che non proviene solo da ieri, ma da un passato lunghissimo e da un presentimento di futuro. Non penso che le cose cambieranno, ma questo non significa essere pessimisti. Al contrario, sono un grande cazzone. Però, quando trasformo tutto in una manifestazione artistica, devo essere preciso, non superficiale.
Ogni volta che posso, cerco di approfondire questo lato oscuro, questo palazzo di dolore, in una maniera verticale, esagerata. Con Dostoevskij, avendo più tempo, mi sono dedicato alle ferite che voglio osservare, non guarire. Non vorrei mai che i nostri lavori sembrassero un accanimento verso ciò che non ci piace del mondo. A me e a mio fratello piace tantissimo lo sguardo obliquo che abbiamo sul mondo, e lo difendo. Ma lo difendo anche analizzando le cose che ci fanno stare male in questo stesso sguardo.
Potete parlarci della scena del vomito e del caleidoscopio? Inoltre all’interno di questa serie volevate effettuare una narrazione sul dolore?
Damiano D’Innocenzo: Pensandoci, il dolore che viviamo oggi, quello di cui parlavo prima, è qualcosa che appartiene a una componente diversa, non strettamente artistica. Non vogliamo raccontare una realtà unica, ma piuttosto lasciare spazio alla sensibilità e ai ricordi di chi guarda, perché solo attraverso questi elementi si può dare significato a ciò che mostriamo. Ad esempio, nella scena della colonscopia, inizialmente avevamo concepito l’immagine di Filippo Timi che, durante l’esame, riviveva la scena di corpi bruciati e della lettera letta dal suo collega. Tuttavia, non ci sembrava abbastanza interessante, quindi sul set abbiamo cercato di trovare un’immagine che rappresentasse davvero quell’ingresso nelle viscere, metaforicamente e letteralmente. È stato un modo per esplorare l’interiorità del personaggio lungo tutti e sei gli episodi. Filippo voleva che fosse tutto il più autentico possibile, persino il vomito. È stato un processo di immersione emotiva, che ha richiesto grande intensità da parte di tutto il team sul set. Abbiamo lavorato insieme, creando un’unione che ci ha commossi tutti. È in questi momenti che capisci quanto sia potente il cinema nel toccare corde profonde, non solo per gli spettatori, ma anche per chi lo realizza.
Nei vostri film, il casting è sempre un processo fondamentale. Qual è il ruolo degli attori nella costruzione di un film e come scegliete quelli giusti per i vostri progetti, considerando anche le difficoltà che comportano lunghi casting?
Damiano D’Innocenzo: Noi abbiamo fatto nove mesi di casting, e provo una grande rabbia nei confronti dei colleghi che fanno solo due giorni di provini, o che non li fanno affatto. Spesso vediamo attori che emergono grazie a ruoli precedenti o per premi vinti, ma non è sempre così che funziona. Gli attori sono fondamentali nel nostro lavoro, sono loro che fanno il film. La scrittura è sicuramente importante, ma il film lo fanno gli attori. Il casting non è un jukebox, gli attori devono essere scelti con cura, come è stato nel caso di Federico. È stato un colpo di fortuna, è arrivato, ha fatto un provino gigantesco e in poco tempo sapevamo che sarebbe stato il nostro personaggio. Noi, Fabio e io, ci consideriamo debitori nei confronti degli attori con cui abbiamo lavorato, perché ci hanno regalato non solo film straordinari, ma anche altre possibilità nella vita. Loro ci hanno dato delle case, ci hanno regalato splendidi film. Nonostante l’apparente leggerezza del nostro mestiere, siamo sempre in debito con loro, perché ci regalano quel ‘segreto’ che non possiamo nemmeno spiegare quando scriviamo.

