
Kyuka: Before Summer’s End
Titolo originale: Kyuka: Before Summer’s End
Anno: 2024
Nazione: Grecia, Macedonia del Nord
Genere: Drammatico
Casa di produzione: Heretic, List Production
Distribuzione italiana: –
Durata: 105 minuti
Regia: Kostis Charamountanis
Sceneggiatura: Kostis Charamountanis
Fotografia: Konstantinos Koukoulios
Montaggio: Kostis Charamountanis, Lambis Charalambidis
Musiche: Kostis Charamountanis
Attori: Simeon Tsakiris, Elsa Lekakou, Konstantinos Georgopoulos, Elena Topalidou
Trailer di “Kyuka: Before Summer’s End”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
“Kyuka: Before Summer’s End”, presentato in anteprima italiana il 21 gennaio 2025 alle ore 16 presso il Teatro Politeama Rossetti, all’interno del Trieste Film Festival, dove partecipa in concorso, è un film greco diretto dall’esordiente Kostis Charamountanis. Nato nel 1994, Charamountanis è uno scrittore, regista e montatore autodidatta cresciuto ad Atene.
Il film, sviluppato nell’ambito del programma Midpoint Feature Launch 2020 del Midpoint Institute, ha debuttato a livello nazionale il 15 maggio 2024 nella sezione ACID Cannes, rassegna parallela del Festival di Cannes. Da lì ha intrapreso un lungo percorso festivaliero, toccando il Shanghai International Film Festival, l’Haifa Film Festival e il Thessaloniki Film Festival, dove ha conquistato il Premio del Pubblico e il Finos Film Award.
Trama di “Kyuka: Before Summer’s End”
Estate. Una famiglia composta da Babis, un padre single, e i suoi due figli gemelli, Konstantinos ed Elsa, due adolescenti prossimi all’età adulta, parte per una vacanza sull’isola di Poros a bordo della barca di famiglia, luogo in cui vivranno durante questa villeggiatura estiva. Tra giornate trascorse tra nuotate, sole e nuove conoscenze, i due giovani si trovano a incontrare, senza saperlo, Anna, la loro madre biologica, che li aveva abbandonati durante l’infanzia. L’incontro con questa donna riaccende in Babis profonde ferite mai assopite, risvegliando in lui un rancore a lungo sepolto verso quella donna. Le emozioni e gli eventi trasformeranno la vacanza in un viaggio pieno di luce e malinconia, spensieratezza e pesantezza e crisi personale, un estate capace di segnare un percorso di crescita e di rottura per tutti i protagonisti.

Recensione di “Kyuka: Before Summer’s End”
L’approccio drammaturgico e concettuale di Kyuka: Before Summer’s End avvicina in modo naturale Kostis Charamountanis al cinema della Greek Weird Wave, la corrente cinematografica emersa in Grecia nei primi anni 2000, in un periodo di profonda crisi economica, politica e sociale che ha scosso le fondamenta dello Stato greco.
Come spesso accade, dalle difficoltà nasce una spinta creativa: se in Italia il Neorealismo prese vita dalle macerie della Seconda guerra mondiale grazie a cineasti come Roberto Rossellini, Luchino Visconti e Vittorio De Sica, in Grecia fu proprio la crisi a dare origine alla Greek Weird Wave. Il movimento trova in Yorgos Lanthimos il suo principale esponente con film come Dogtooth (2009) e Alps (2011), affiancato da opere come Attenberg (2010) di Rachel Tsangari e Knifer (2010) di Yannis Economides.
Per certi versi, il cinema della Greek Weird Wave si ispira alla Nouvelle Vague francese e al Neorealismo italiano, ponendo al centro piccole storie di vita quotidiana e personaggi alienati. Tuttavia, a differenza di queste due correnti, il suo realismo è profondamente contaminato da elementi surreali. I registi di questa scuola piegano tempo e spazio secondo la propria visione autoriale, creando sequenze che superano il realismo per esplorare, in chiave visionaria e quasi avanguardistica, le emozioni più profonde, inquietanti e oscure dei personaggi. Un approccio che richiama, per certi versi, le sperimentazioni sul montaggio degli anni ’20.
Lo stesso Kostis Charamountanis, a livello estetico, mescola il cinema del reale con quello dell’irreale. Per due terzi della pellicola, la regia e il montaggio restano ancorati a una descrizione attenta e accurata della quotidianità del nucleo familiare, restituendo con autenticità momenti di vita vissuta. Seguiamo così le giornate di Babis, padre pescatore in piena crisi esistenziale, il cui tormento interiore è simbolizzato dalla sua incapacità di catturare un solo pesce, e quelle dei figli, Konstantinos ed Elsa, che trascorrono l’estate tra bisticci, giornate al mare e incontri con una donna di mezza età, una giovane ragazza e una bambina di cinque anni.
Nei primi due atti, il film adotta una narrazione estremamente realistica e lineare, supportata da inquadrature prevalentemente statiche e da un uso corposo di musica classica e canzoni tipiche degli anni ’50. Questo linguaggio visivo e narrativo subisce però un cambiamento radicale nell’ultima parte del film: qui Charamountanis abbandona la rigidità del realismo per spingere sulla potenza evocativa del montaggio, dando vita a sequenze poetiche che ci immergono nel tumulto interiore dei personaggi.
Il cineasta gioca con il montaggio, abbracciando l’estetica del cinema avanguardistico degli anni ’20 per dar vita a sequenze dal sapore quasi onirico. Un esempio emblematico è la scena legata ai pesci: mentre ascoltiamo la voce di Babis conversare al telefono con una donna sulla sua difficoltà a pescare, le immagini ci mostrano pesci che nuotano liberamente nel mare, con una resa visiva dal gusto rétro. Un’altra sequenza di grande impatto è quella montata al contrario, dove l’inizio diventa la fine, enfatizzando emotivamente un momento di forte peso drammaturgico all’interno della narrazione.
Tra le scelte di montaggio più significative spicca anche la ripetizione insistita di un singolo istante nel finale: la caduta di Babis in acqua viene mostrata più volte, amplificando il senso di dramma e disorientamento. Un altro momento chiave è l’ultima cena sulla barca, che si distingue per un montaggio insolitamente ritmico rispetto al resto del film. Qui il montaggio accelera, scandendo un crescendo drammatico che culmina nell’esplosione emotiva di Babis. In aggiunta, nel finale il regista introduce una rottura della quarta parete, inserendo elementi di metacinema.
Tuttavia, questo cambio stilistico repentino tra i primi due atti e il terzo, seppur interessante e in linea con l’evoluzione interiore dei personaggi, risulta un pizzico sbilanciato, soprattutto a livello stilistico. Difatti l’inserimento di queste sequenze sperimentali concentrate quasi esclusivamente nella parte finale della pellicola crea una sorta di frattura estetica, che avrebbe potuto essere mitigata distribuendo queste scelte stilistiche lungo tutta la pellicola. Il risultato finale è dunque un contrasto tra un primo segmento dal ritmo fin troppo lento e un ultimo atto molto più dinamico e visivamente interessante.
Quotidianità straniante
La pellicola, sostenuta da interpretazioni attoriali di grande spessore, si distingue per la sua capacità di mescolare il surreale e l’assurdo con il quotidiano, creando una realtà cinematografica densa di significati ambigui e affascinanti. Il racconto audiovisivo sembra voler destabilizzare lo spettatore, che si trova a fronteggiare un mondo apparentemente familiare, ma ricco di anfratti stranianti che ne sovvertono la percezione. Una ricerca che però riesce solo a tratti a causa di un eccesso di lentezza ritmica narrativa.
Le situazioni paradossali e disturbanti che emergono verso il finale non sono mai gratuite, ma fanno parte di un progetto narrativo ben definito. Non si tratta di una semplice fuga nell’incredibile, ma di un processo di esplorazione delle fragilità umane e delle complessità psicologiche dei personaggi, che vivono il loro malessere in un contesto di relazioni familiari difficili e spesso irrisolte. Questo aspetto permette alla pellicola di restituire una visione cinica ma realistica delle dinamiche interpersonali, in cui ogni figura, dai figli ai genitori, sembra lottare con un’identità sfuggente e indecisa.
Il regista, con una sensibilità particolarmente raffinata, gioca con l’assurdo per sondare le profondità emotive dei protagonisti. La loro incomunicabilità, la solitudine esistenziale e l’incapacità di trovare una pace interiore si riflettono nel ritmo del film, che spesso sembra rallentare per indugiare su dettagli minimi ma significativi (talvolta esagerando). La narrazione si fa veicolo di un’intensa riflessione sulla condizione umana, un invito a riflettere sull’identità, sulle aspettative e sul peso che la realtà ha sulle nostre vite.
Il finale, pur non offrendo soluzioni concrete, risulta essere la chiave di lettura dell’intero film. In esso, il regista non tenta di risolvere le tensioni accumulatesi lungo la trama, ma piuttosto le esalta, lasciando i personaggi in un limbo emotivo che rispecchia perfettamente la loro condizione di stasi interiore. In questo senso, il film non cerca di rispondere alle domande sollevate, ma piuttosto di spingere lo spettatore a riflettere sulle proprie certezze e percezioni, destabilizzandolo con un’esperienza cinematografica che è al contempo emotiva e intellettuale.
In conclusione
Con questa sua opera prima, il regista utilizza l’assurdo intrecciandolo con il reale, creando un’esperienza più emotiva e intellettuale che meramente narrativa. Il suo intento è destabilizzare le certezze dello spettatore, spingendolo a interrogarsi sulle emozioni e sulle situazioni messe in scena, piuttosto che offrire risposte univoche.
Note positive
- Interpretazioni
Note negative
- Ritmo narrativo

