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Tre regole infallibili
Titolo originale: Tre regole infallibili
Anno: 2024
Nazione: Italia
Genere: Drammatico
Casa di produzione: Bronx Film, Minerva Pictures, Eskimo, Rai Cinema
Distribuzione italiana: Tittimedia
Durata: 101 minuti
Regia: Marco Gianfreda
Sceneggiatura: Marco Gianfreda
Fotografia: Corrado Serri
Montaggio: Claudio Di Mauro
Musiche: Giordano Corapi
Attori: Cristiana Dell’Anna, Matteo Olivetti, Guglielmo Aquaro, Emmanuele Aita, Roberta Rigano, Erica Siracusa, Renato Nuccio, Giuditta Perriera, Dario Frasca
Trailer di “Tre regole infallibili”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Marco Gianfreda, dopo la laurea in Filosofia Teoretica all’Università La Sapienza di Roma, approfondisce la scrittura per il cinema frequentando scuole specializzate e formandosi nelle tecniche di regia e sceneggiatura. Il suo percorso dietro la macchina da presa inizia con una serie di cortometraggi: Tana libera tutti (2006), che entra nella cinquina dei David di Donatello, seguito da Io parlo! (2009) e Pizzangrillo (2011). Accanto all’attività di regista, Gianfreda firma soggetti e sceneggiature per il cinema, contribuendo a film come Vieni a vivere a Napoli (2016), Bob & Marys (2018) e Il ladro di giorni (2019).
Nel 2024 realizza la sua opera prima, il primo lungometraggio di finzione, Tre regole infallibili, un racconto di formazione adolescenziale presentato in anteprima internazionale il 15 luglio 2024 al Taormina Film Festival e successivamente selezionato all’Oldenburg International Film Festival e al Red Rock Film Festival. Il film debutta nelle sale italiane il 29 gennaio 2026 grazie alla distribuzione di TITTIMEDIA, guidata da Cristina Priarone.
Nel cast troviamo Cristiana Dell’Anna nel ruolo di Claudia (già nota per Gomorra – La serie, Francesca Cabrini e Storia della mia famiglia). Accanto a lei Matteo Olivetti (La terra dell’abbastanza, 2018; Felicità, 2023), il giovane Guglielmo Aquaro al suo debutto sul grande schermo, Emanuele Aita (Suburra – La serie, L’Allieva) e Roberta Rigano, già vista ne La Camera di Consiglio (Fiorella Infascelli, 2025) e Prima che la notte (Daniele Vicari, 2028).
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Trama di “Tre regole infallibili”
Bruno, quattordici anni, cresce in una famiglia segnata dall’assenza e dal dolore: una madre fragile, un padre che non c’è più da tempo, e un’età in cui l’infanzia si incrina lasciando spazio a un territorio emotivo nuovo, instabile, spesso spaventoso. È il tempo del primo amore, dell’imbarazzo, del bisogno urgente di capire come ci si muove quando un sentimento inatteso irrompe nella vita e la scombina. La sua rabbia nasce da dentro, da un groviglio di frustrazione che esplode soprattutto tra le mura di casa: porte sbattute, oggetti distrutti, parole che feriscono. In questo caos emotivo, Bruno trova però un punto d’appoggio inatteso in Luca, il nuovo compagno di sua madre Claudia. Un legame nato male, tra diffidenza e ostilità, che lentamente si trasforma in un rapporto di fiducia, di confidenze amorose, dove Luca e Bruno si ritrovano a discorrere di cosa sia effettivamente l’amore.
Parallelamente, anche Claudia attraversa una fase delicata: madre single, prova a costruire una relazione senza perdere l’equilibrio del proprio ruolo genitoriale. È vulnerabile, stanca, ma determinata a non rinunciare alla possibilità di essere felice. Così, madre e figlio finiscono per innamorarsi nello stesso momento — lei di un uomo, lui di una coetanea — costretti a ridefinire confini, ruoli e spazi in una famiglia che sta ancora cercando la propria forma.
Recensione di “Tre regole infallibili”
Siamo dinanzi a un’opera prima che presenta diversi spunti interessanti, soprattutto a livello tematico, sostenuti da una regia discreta: efficace sul piano del racconto e priva di evidenti “errori grammaticali” registici. Si avverte però una certa mancanza di un approccio davvero autoriale alla messa in scena, con un posizionamento della macchina da presa perlopiù scolastico e didascalico. La regia, pur scegliendo di non prendersi particolari rischi formali, riesce comunque a raccontare la propria storia in modo chiaro, rendendo visivamente comprensibili i passaggi narrativi e mantenendo una coerenza interna che non è affatto scontata in un esordio. Ciò che manca, in maniera evidente, è un punto di vista registico pienamente riconoscibile: non troviamo angolazioni o scelte di inquadratura davvero originali e accattivanti, capaci di donare uno spessore ulteriore alle sequenze visive e ai singoli fotogrammi. Le immagini non sembrano voler dialogare con l’inconscio dello spettatore, non lavorano in profondità sul non detto, ma si rivolgono quasi esclusivamente al piano conscio e razionale, limitandosi a illustrare ciò che accade più che a suggerire ciò che si agita sotto la superficie emotiva dei personaggi. In questo senso, la regia appare più funzionale che interpretativa: accompagna la storia, la sostiene, ma raramente la trascende o la rilancia sul piano simbolico.
Non è però corretto imputare al film, in modo eccessivamente severo, il fatto di possedere una regia didascalica. Parliamo pur sempre di un’opera prima e, in questa prospettiva, è indubbiamente preferibile un Gianfreda che, al suo esordio, costruisce una regia pulita, leggibile e funzionale alla narrazione, piuttosto che un cineasta che, già al primo film, tenta di “giocare” con la macchina da presa senza averne ancora pieno controllo, generando sequenze visive confusionarie e drammaturgicamente incomprensibili. In altre parole, la scelta di restare su un impianto formale più tradizionale può essere letta anche come un atto di responsabilità: prima si consolida la grammatica, poi si può iniziare a piegarla, a forzarla, a reinventarla.
Un tono fiabesco‑romantico tra luce e cupezza interiore
Al di là delle scelte talvolta scolastiche nelle inquadrature, la pellicola possiede un tono ben riconoscibile, che emerge con chiarezza dalla composizione musicale, dal cromatismo fotografico e dalle scelte scenografiche. Questi elementi concorrono a costruire un’atmosfera fiabesca‑romantica attraversata da venature drammatiche, una sorta di incanto incrinato da una cupezza esistenziale che si manifesta soprattutto attraverso il personaggio di Bruno, in particolare nella parte iniziale del film, e in Claudia: una donna visivamente e interiormente instabile, bloccata, incapace di credere in sé stessa, che tende a sabotare tutto ciò che di bello le accade per paura della bellezza stessa e, di conseguenza, della felicità. Una felicità che desidera, insegue, ma che finisce per rifiutare, convinta di non meritarla.
L’elemento fiabesco e sentimentale rappresenta probabilmente l’aspetto più riuscito del film, sia sul piano visivo sia su quello della scrittura. Il cineasta riesce a trasportare lo spettatore all’interno delle due storie d’amore che il racconto intreccia: da un lato quella di un ragazzino di quattordici anni che non sa come comportarsi quando scopre che la ragazza di cui è innamorato ricambia i suoi sentimenti; dall’altro quella di un uomo e di una donna quarantenni che si innamorano perdutamente e trascorrono le loro giornate immersi nella natura, trovando in quello spazio sospeso una profonda sintonia interiore. In entrambe le traiettorie affettive, il film lavora su un doppio registro: da una parte la leggerezza quasi da romanzo di formazione sentimentale, dall’altra la consapevolezza che ogni slancio amoroso porta con sé fragilità, paure, auto‑sabotaggi. È in questo equilibrio tra dolcezza e ferita, tra idillio e insicurezza, che il tono del film trova la sua identità più compiuta, grazie anche alla presenza di azzeccate scelte paesaggistiche.
La natura – i paesaggi della Sicilia, luoghi semplici e carichi di bellezza – accompagna il percorso di maturazione di Bruno, offrendogli rifugio e nuovi punti di vista. Da ragazzo irrequieto, troverà il proprio riscatto, scoprendo che nella vita non esistono regole infallibili o scorciatoie, ma solo scelte coraggiose
Note di regia
Attraverso la storia di Bruno e del suo sentimento per la compagna di classe Flavia, e parallelamente attraverso la relazione tra Luca e Claudia, il film costruisce una riflessione abbastanza stratificata su cosa sia l’amore e su ciò che, in ultima analisi, conta davvero all’interno di un legame affettivo. L’opera suggerisce che l’amore a quattordici anni e l’amore a quaranta condividono la stessa natura emotiva: i dubbi, le esitazioni, le paure che crediamo “da adulti” non sono altro che le stesse che ci accompagnavano da bambini, solo rivestite di nuove forme. In questo senso Tre regole infallibili si configura come un piccolo manifesto sentimentale, un’indagine sul valore dell’amore e sulla sua essenza più semplice e autentica.
Il film rifiuta l’idea che siano i grandi gesti a definire un rapporto: ciò che davvero conta è la possibilità di condividere un luogo tranquillo, un angolo di natura, un tempo sospeso in cui fare cose semplici con la persona amata. Non servono eventi eclatanti per rendere un amore indimenticabile; bastano una carezza, un atto di gentilezza, un abbraccio, una passeggiata mano nella mano. È in questa poetica della semplicità che il film trova la sua voce più limpida, opponendosi al fasto performativo che spesso caratterizza le relazioni contemporanee, soprattutto tra i più giovani, convinti che per conquistare qualcuno sia necessario stupire con il lusso e il denaro.
I momenti in cui l’amore viene rappresentato risultano tra i più riusciti dell’intera pellicola, perché rivelano una sensibilità sincera e un’attenzione al dettaglio emotivo che arricchiscono il racconto. Rimane però evidente uno sguardo prevalentemente romantico tendente al maschile: lo spettatore ascolta le paure di Bruno e di Luca, segue i loro tentativi di avvicinarsi all’altro, ma fatica a percepire con la stessa intensità la voce femminile. Claudia, pur essendo un personaggio centrale, appare solo parzialmente approfondita: è raccontata, delineata, ma non pienamente esplorata nelle sue contraddizioni interiori. Lo stesso accade per Flavia, che pur avendo un ruolo determinante nel percorso di Bruno, viene tratteggiata con una certa superficialità, più come immagine idealizzata di “fidanzatina” che come personaggio complesso e reale.
Questa dinamica si estende anche ai personaggi secondari, come l’amico di Luca, figure che restano ai margini senza trovare un reale sviluppo drammaturgico. È una scelta che non compromette la forza del nucleo centrale del film, ma che lascia intravedere un potenziale non del tutto espresso: un racconto che avrebbe potuto arricchirsi ulteriormente attraverso una maggiore pluralità di sguardi, soprattutto femminili, capaci di ampliare la riflessione sull’amore oltre la prospettiva dei protagonisti maschili.
Il punto più fragile: una scrittura poco coraggiosa e interpretazioni non sempre all’altezza
Il tallone d’Achille del film, oltre alla scelta di non affondare davvero le mani “nello sporco” della narrazione — che rimane confinata entro i confini rassicuranti di un coming‑of‑age fiabesco‑sentimentale, rinunciando così a un maggiore spessore psicologico — risiede nella recitazione, dove gli interpreti, fatta eccezione per Cristiana Dell’Anna, non risultano pienamente convincenti. Inoltre la sceneggiatura evita di esplorare le zone d’ombra dei personaggi, limitandosi a suggerirle senza mai penetrarle davvero: un approccio che, pur coerente con il tono delicato del film, finisce per impoverire la complessità emotiva che la storia avrebbe potuto raggiungere.
Sul fronte attoriale, Matteo Olivetti offre una prova solo parzialmente riuscita: a tratti lascia intravedere qualità interpretative, ma si perde in una performance poco naturale, talvolta artificiosa, come se non riuscisse a trovare un equilibrio tra il registro realistico e quello più favolistico che il film richiede. Una difficoltà simile emerge anche nel giovane protagonista Guglielmo Aquaro: pur riuscendo a restituire la rabbia di Bruno, rimane ancorato a una recitazione rigida, controllata, che fatica a sciogliersi nei momenti più emotivi. È un limite comprensibile per un attore così giovane, ma che incide sulla credibilità del personaggio, soprattutto nelle scene che avrebbero richiesto una maggiore spontaneità. Più efficace risulta invece la performance di Erica Siracusa, che si dimostra un’interprete interessante e capace di dare vita a un personaggio credibile nonostante la scrittura quasi inesistente che la riguarda. La sua presenza scenica suggerisce sfumature che la sceneggiatura non approfondisce, e proprio per questo la sua prova spicca: riesce a far emergere un mondo interiore anche dove il testo non glielo offre esplicitamente.
Questa disparità interpretativa mette in luce un problema più ampio: la direzione degli attori appare incerta, come se il regista non sapesse sempre quale registro emotivo chiedere ai propri interpreti. È un limite che spesso accompagna le opere prime, dove la regia — pur solida sul piano tecnico — fatica a guidare gli attori verso una coerenza tonale condivisa.
In conclusione
Tre regole infallibili è un’opera prima che mostra chiaramente i limiti tipici degli esordi, ma anche una sensibilità narrativa già riconoscibile. Gianfreda firma un film che funziona soprattutto quando abbraccia la sua dimensione fiabesco‑sentimentale, raccontando l’amore con una delicatezza che attraversa età diverse e che restituisce allo spettatore un’idea semplice e autentica del sentimento. La regia, pur scolastica e priva di slanci autoriali, è pulita, leggibile e coerente con il tono del racconto; ciò che manca è un vero sguardo personale, un uso più espressivo dell’immagine e una maggiore profondità psicologica nei personaggi femminili e secondari.
Note positive
- Tematica dell’amore trattata con delicatezza e sincerità
- Cristiana Dell’Anna offre una performance solida
Note negative
- Personaggi femminili e personaggi secondari poco approfonditi
- Sceneggiatura che evita il conflitto e non approfondisce la psicologia dei personaggi
- Interpretazioni altalenanti, con prove poco naturali
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| Colonna sonora e sonoro |
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3.1
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