Gli ultimi giorni del Paradiso (2025). La famiglia, la disperazione e l’incendio

Recensione de Gli ultimi giorni del Paradiso: un film rigoroso e stratificato, costruito su una regia di sottrazione e una forte critica ecologica, che esplora tre prospettive femminili senza offrire risposte rassicuranti.

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Gli ultimi giorni del Paradiso (2025). Credit. Trent Film
Gli ultimi giorni del Paradiso (2025). Credit. Trent Film

Trailer di “Gli ultimi giorni del Paradiso”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Presentato in anteprima internazionale il 13 novembre 2025 al Tallinn Black Nights Film Festival, Gli ultimi giorni del Paradiso è una coproduzione portoghese-argentina che segna il ritorno dietro la macchina da presa di João Nuno. Il cineasta lusitano aveva esordito nel lungometraggio nel 2010 con América, un ritratto graffiante e ironico del Portogallo osservato attraverso la lente dell’immigrazione clandestina. Dopo un decennio di gestazione, nel 2020 ha firmato la sua opera seconda, Mosquito, una pellicola ispirata alle memorie belliche di suo nonno in Mozambico durante la Grande Guerra.

Gli ultimi giorni del Paradiso rappresenta il suo terzo impegno cinematografico e si distingue per un primato ecologico: è infatti il primo film portoghese ad aver ottenuto la certificazione internazionale Green Film per la sostenibilità ambientale. Prodotta da Wonder Maria Filmes con il titolo originale 18 Buracos para o Paraíso (letteralmente “18 buchi per il paradiso”), l’opera vanta un cast d’eccellenza che vede protagoniste Beatriz Batarda, nota per Treno di notte per Lisbona, Margarida Marinho e Rita Cabaço. La pellicola approderà nelle sale cinematografiche italiane il 16 aprile 2026, distribuita da Trent Film, realtà da sempre attenta alla circuitazione del cinema d’autore più ricercato

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Trama di “Gli ultimi giorni del Paradiso”

In seguito al decesso del patriarca, i figli — due sorelle e un fratello — si ricongiungono insieme ai rispettivi nuclei familiari per trascorrere la stagione estiva in una raffinata, benché ormai decadente, tenuta portoghese immersa nel paesaggio arido e riarso dell’Alentejo. La dimora è stata gestita per decenni da Alma, una domestica in età avanzata che manifesta i primi segni di demenza senile. Il ritrovo, che vede protagonista un’agiata borghesia, si trasforma rapidamente in un aspro terreno di scontro d’interessi: i tre eredi danno vita a un conflitto in cui riemergono antichi rancori mai sopiti e ciniche ambizioni di profitto economico.

Mentre l’intenzione prevalente è quella di alienare la villa per capitalizzarne il valore, Francisca manifesta una ferma opposizione; ella desidera preservare un luogo intriso di memorie d’infanzia e di legami familiari, sebbene i potenziali acquirenti siano già pronti a concludere l’affare. In questo clima di incertezza, Susanna, figlia di Alma, solleva il dilemma legato al futuro della madre: la donna non possiede un’abitazione propria e ha dedicato l’intera esistenza al servizio della famiglia, trovandosi ora in una condizione di fragilità dovuta alla malattia. Susanna esige dunque che gli eredi riconoscano alla madre una somma economica significativa, quale compensazione per l’infaticabile lavoro svolto sin dalla loro infanzia. Mentre la tensione domestica raggiunge il culmine, la regione è colpita da una siccità estrema che precipita verso la catastrofe quando un violento incendio divampa poco distante dalla tenuta, con le fiamme che iniziano minacciosamente ad avvicinarsi alla proprietà

Recensione di “Gli ultimi giorni del Paradiso”

Sotto il profilo estetico, Gli ultimi giorni del Paradiso si distingue per una scelta formale rigorosa: l’impiego di una fotografia in aspect ratio 4:3, una soluzione visiva capace di comprimere l’ambiente circostante per focalizzare l’attenzione dello spettatore esclusivamente sui personaggi. Tale restrizione del campo non solo enfatizza la dimensione intimistica del racconto, ma genera un’atmosfera volutamente soffocante che riflette la stasi dei protagonisti. La regia di João Nuno modula il linguaggio filmico attraverso un’alternanza congeniale di brevi e rare panoramiche, primi piani e campi medi, sfruttando le potenzialità tecniche della Sony Venice 2. Sebbene in alcune sequenze (specialmente nei totali) la stabilità suggerisca l’uso del cavalletto, predomina un ricorso espressivo alla macchina a mano, che conferisce al lungometraggio un leggero dinamismo interno in contrasto con il suo ritmo pacato e quasi sonnolento a livello di montaggio. Eppure, questa cadenza dilatata non induce alla noia; al contrario, dopo una fisiologica necessità di orientarsi tra i complessi legami di parentela, inizialmente poco chiari, lo spettatore viene trascinato in una narrazione fatta di silenzi densi e dialoghi efferati, capaci di svelare gradualmente fragilità e drammi interiori.

Il film mette in scena un’acuta analisi sociale accostando due classi all’antitesi: un’aristocrazia in evidente decadenza economica e la sfera dei subalterni, rappresentata dalla servitù. Tuttavia, la sceneggiatura evita abilmente il manicheismo, evidenziando come i bisogni e i desideri umani restino i medesimi a prescindere dal censo: alla prova dei fatti, figure come Francisca, Maria Catarina e la domestica Susanna appaiono mosse dai medesimi bisogni e ad aspettative talvolta egoistiche che le rendono profondamente simili tra loro, nonostante la divergenza di classe sociale. Se però si volesse muovere un appunto critico alla pellicola, questo risiederebbe nella gestione dell’arco evolutivo di alcuni comprimari. La narrazione adotta una rigorosa struttura tripartita che rielabora il medesimo segmento temporale attraverso tre distinti punti di vista femminili. La prima sezione si focalizza su Francisca, esplorando i suoi conflitti interiori, con particolare attenzione al problematico e mancato rapporto con il figlio e alla sua volontà di restare ancorata a luoghi densi di memorie d’infanzia e di legami familiari. Successivamente, il racconto si sposta su Maria Catarina, delineata con una tridimensionalità ancora più profonda rispetto alla sorella; qui la sceneggiatura ne tratteggia la complessa disperazione interiore, mettendo in luce il matrimonio tossico in cui è invischiata con un uomo italiano che si rivela ben lontano dall’essere il coniuge ideale. Infine, l’opera restituisce la medesima temporalità dalla prospettiva della servitù, concentrandosi sulla figura di Susanna: l’obiettivo ne indaga le insicurezze e la resiliente forza interiore, sottolineando la sua ferma necessità che i “padroni” corrispondano alla madre un cospicuo esborso economico, riconoscendo la dignità della donna al pari della loro

A causa di questa rigorosa impostazione narrativa tripartita, la sceneggiatura sembra tuttavia trascurare la caratterizzazione approfondita degli altri personaggi secondari che popolano il racconto. A partire dalla figura del fratello, un personaggio connotato da tratti xenofobi e sentimenti anti-immigrazione che, ciononostante, rimane confinato in una dimensione ancillare e piuttosto bidimensionale, agendo quasi esclusivamente sullo sfondo. Allo stesso modo, anche i figli appaiono penalizzati, privi di un reale arco di trasformazione o di un percorso evolutivo significativo nel corso della pellicola. Per onestà intellettuale, va rilevato che in alcuni frangenti uno dei figli di Maria Catarina sembra acquisire una temporanea rilevanza scenica, salvo poi eclissarsi rapidamente dalla narrazione. Una maggiore attenzione nella scrittura di queste linee narrative secondarie avrebbe indubbiamente conferito un peso specifico superiore all’intero impianto filmico, potenziando la portata della critica sociale — intesa sia come analisi della stratificazione di classe, sia come monito ecologico — che il film intende veicolare.

Tale intento metaforico emerge con forza nella sequenza finale: un momento visivamente suggestivo ma dalla semantica volutamente nebulosa, al punto che si può affermare che Gli ultimi giorni del Paradiso rifugga una risoluzione narrativa chiusa e definitiva, preferendo lasciarsi aperto a molteplici chiavi di lettura e interpretazioni soggettive. Ciò che si manifesta in modo inequivocabile lungo tutto il lungometraggio è però l’istanza di critica ecologica. Il regista João Nuno mette in atto una denuncia politica esplicita contro l’inerzia dello Stato portoghese, criticando aspramente la mancanza di impegno civile e sociale nel soccorrere i cittadini vittime della carestia idrica e dei sempre più frequenti rischi di incendio.

Per comprendere appieno la profondità della tematica ambientalista e climatica che permea l’opera, appare necessario dare spazio alle riflessioni dello stesso cineasta riportate nelle sue note di regia.

Gli ultimi giorni del paradiso nasce dal profondo desiderio di riflettere sulla catastrofe ambientale a cui stiamo assistendo; non come una minaccia astratta, ma come una realtà quotidiana. Da quando mi sono trasferito nell’arida regione dell’Alentejo in Portogallo nel 2020, ho vissuto fianco a fianco con una comunità che affronta siccità, desertificazione e le pressioni del turismo e della speculazione immobiliare. Sono stato testimone di un paesaggio in cui i ruscelli non si riempiono più, l’erba non cresce più, e dell’ansia per l’assenza d’acqua. Questa realtà locale è l’eco di una crisi globale. Il film riguarda, nella sua essenza, il fuoco, sia letterale che metaforico, nato da un pensiero predatorio, una mentalità che continua a dominare e a guidarci verso un abisso.

In conclusione

Gli ultimi giorni del Paradiso è un’opera che colpisce per la sua sobrietà formale e per la capacità di intrecciare intimità psicologica e critica sociale senza mai ricorrere a soluzioni narrative facili. La struttura tripartita offre un’interessante moltiplicazione dei punti di vista, pur sacrificando la profondità di alcuni comprimari. Ciò che resta impresso è la forza del sottotesto ecologico, che attraversa il film come una ferita aperta e trova nel finale una sintesi visiva potente e inquieta. João Nuno firma un’opera rigorosa, densa di silenzi e tensioni sotterranee, che rifugge conclusioni rassicuranti per lasciare allo spettatore il compito di colmare i vuoti. Un cinema che osserva, ascolta e denuncia, con una lucidità rara nel panorama contemporaneo.

Note positive

  • Struttura tripartita originale e ben orchestrata
  • Tematica ecologica
  • Dialoghi ben scritti

Note negative

  • Mancanza di approfondimento dei personaggi secondari
  • Finale filmico

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Intepretazione
Emozione
SUMMARY
3.5
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.