
Il prigioniero
Titolo originale: El cautivo
Anno: 2025
Genere: Avventura, Drammatico
Casa di produzione: Mod Producciones, Himenóptero, Misent Produzioni, Propaganda Italia
Distribuzione italiana: Lucky Red
Regia: Alejandro Amenábar
Sceneggiatura: Alejandro Amenábar
Fotografia: Alex Catalán
Montaggio: Carolina Martínez Urbina
Attori: Julio Peña, Alessandro Borghi, Miguel Rellán, Fernando Tejero, Luis Callejo, José Manuel Poga, Roberto Álamo, Albert Salazar, Juanma Muniagurria, César Sarachu, Jorge Asín, Mohamed Said, Walid Charaf, Luna Berroa, Khaled Kouka
Trailer di “Il prigioniero”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Il prigioniero rappresenta una tappa significativa nella filmografia di Alejandro Amenábar, non solo per il ritorno al cinema storico, ma soprattutto perché segna il suo primo film apertamente queer. Il regista, da sempre molto riservato sulla propria vita privata ma dichiaratamente omosessuale, ha spiegato in più interviste come questa scelta narrativa sia nata direttamente dal materiale storico e che la vicenda del giovane Cervantes “lo richiedeva”, rendendo artificiale qualsiasi tentativo di neutralizzare la dimensione affettiva e identitaria che emerge da alcune letture storiografiche.
Il film si inserisce inoltre in una linea ormai riconoscibile all’interno del suo percorso autoriale: Amenábar sta costruendo una vera e propria consuetudine con il racconto storico, affrontato ogni volta da prospettive diverse. Nel 2004 aveva diretto Mare dentro, biopic dedicato alla vicenda reale di Ramón Sampedro (vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero); nel 2009 aveva firmato Ágora, ambientato nell’Alessandria del IV secolo e incentrato sulla figura di Ipazia; nel 2019 era tornato alla storia con Dopo la guerra, dedicato agli ultimi mesi di vita di Miguel de Unamuno durante l’ascesa del franchismo. Anche la sua miniserie televisiva La fortuna (2021) si muoveva su un terreno storico‑giuridico, ricostruendo la disputa internazionale sul recupero del tesoro del Cigno Nero.
Il prigioniero prosegue dunque un percorso coerente, in cui Amenábar utilizza la Storia come spazio d’indagine per interrogare identità, potere e memoria culturale, questa volta intrecciandola con una dimensione omoamorosa che non aveva mai affrontato in modo così diretto.
En 30 años no me he sentido llamado a hacer ninguna película sobre el colectivo gay al que pertenezco (Alejandro Amenábar)
La pellicola è stata presentata fuori concorso nel 2025 al 43° Torino Film Festival, dove ha avuto la sua anteprima nazionale. La lavorazione ha coinvolto un articolato sistema di coproduzione tra Spagna e Italia, con il sostegno di istituzioni culturali dei due Paesi e la partecipazione di Netflix, RTVE e Rai Cinema.
Le riprese si sono svolte tra Alicante, Santa Pola, Valencia e gli studi della Ciudad de la Luz, ricreando gli ambienti mediterranei del XVI secolo con un approccio visivo immersivo e rigoroso. Il regista, che si è occupato in prima persona anche della sceneggiatura e della composizione delle musiche, ha dichiarato che il film nasce da un lungo e meticoloso percorso di ricerca biografica e letteraria.
… le voci dei personaggi abbiano iniziato a invadere le scene che immaginavo. (Alejandro Amenábar)
La produzione ha coinvolto figure tecniche di grande rilievo del cinema spagnolo contemporaneo, tra cui molti storici collaboratori del regista e già vincitori di Premi Goya, consolidando un gruppo d’eccellenza. Il film ha attirato l’attenzione della stampa italiana anche per il ruolo interpretato da Alessandro Borghi. L’attore romano ha raccontato in conferenza stampa come il personaggio del Bey di Algeri gli abbia richiesto un profondo lavoro di sottrazione e controllo, distaccandosi nettamente dalle sue precedenti interpretazioni più fisiche. Julio Peña, invece, ha definito il ruolo di Cervantes come “una sfida emotiva e identitaria”, sottolineando l’importanza del lavoro sul linguaggio dell’epoca e sulla dimensione orale del racconto.
L’uscita nelle sale italiane è fissata per il 10 giugno 2026, distribuito da Lucky Red.
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Trama di “Il prigioniero”
Ambientato nel 1575, Il prigioniero segue Miguel de Cervantes nel momento più oscuro e, al contempo, formativo della sua giovinezza: la cattura da parte dei corsari ottomani e la successiva e drammatica detenzione ad Algeri. Ripercorriamo il suo arrivo in una città complessa e febbrile, costantemente sospesa tra feroci tensioni politiche, traffici di schiavi e un rigido sistema di potere dominato dal Bey locale. Cervantes, ferito e consapevole che il proprio destino è legato al pagamento di un riscatto quanto mai incerto, si ritrova immerso in un microcosmo di prigionieri provenienti da mondi diversi, ognuno portatore della propria storia, delle proprie miserie e delle proprie residue speranze.
La narrazione segue il modo in cui Cervantes osserva, ascolta e interiorizza ciò che lo circonda, trovando nella parola scritta e orale un’insperata ancora di salvezza. Le sue storie si trasformano rapidamente in un potente mezzo per sopravvivere, per creare legami e per mantenere viva la propria identità all’interno di un contesto che tende a cancellarla. Parallelamente, la pellicola esplora il complesso e ambiguo rapporto che si sviluppa tra il giovane scrittore spagnolo e il governatore della città, una figura enigmatica che riconosce nel giovane prigioniero una forza narrativa non comune, capace di esercitare un forte ascendente sugli altri detenuti.
Mentre la situazione politica ad Algeri si fa via via più instabile e pericolosa, Cervantes inizia a elaborare un audace progetto che potrebbe cambiare per sempre il corso del suo destino. Seguiamo così i suoi strenui tentativi di orientarsi in un labirinto di reciproci sospetti, alleanze fragili e improvvisi barlumi di solidarietà umana, in un percorso che mette al centro la resilienza e la capacità ostinata di immaginare un futuro diverso. La trama si sviluppa come un intimo viaggio interiore, in cui le barriere della prigionia diventano il terreno fertile da cui germoglierà una voce artistica destinata a lasciare un segno indelebile nella storia della letteratura mondiale.
Recensione di “Il prigioniero”
Alejandro Amenábar apre Il prigioniero con una sicurezza formale che richiama immediatamente il suo cinema migliore. L’avvio è costruito attraverso una macchina da presa mobile, che attraversa gli spazi con naturalezza e restituisce un ambiente vivo, stratificato, in cui la composizione dell’inquadratura diventa già racconto.
È un’impostazione strutturale che dialoga con Ágora (2009), sia per la gestione dello spazio sia per la capacità di trasformare la scena in un organismo pulsante. La variazione continua di campi e piani, sostenuta da una fotografia che lavora sulla profondità più che sul contrasto, costruisce un mondo coerente e credibile, mai schiacciato da un’estetica artificiosa.
Movimento e spazio nella grammatica filmica di Amenábar
Il film si apre con una regia che sembra voler riaffermare la centralità dello sguardo autoriale del regista iberico. La macchina da presa osserva, attraversa, si insinua negli spazi della prigionia algerina, costruendo un ambiente che vive di dettagli e di movimento.
La fotografia di Álex Catalán accompagna magistralmente questa impostazione con una cura luministica d’alto livello, che evita sagacemente i contrasti saturi tipici del cinema storico e del melodramma contemporaneo, preferendo una variazione tonale che restituisce texture e suggestioni sempre diverse. Il montaggio di Carolina Martínez Urbina sostiene con precisione il ritmo interno delle scene, almeno nella prima parte della pellicola, quando la narrazione mantiene ancora una direzione e un focus nitidi.
Le crepe di una sceneggiatura frammentata che diventa dispersione
Il problema principale del film risiede nella sceneggiatura, che sembra voler seguire troppe linee narrative senza l’intenzione di approfondirne nessuna. La struttura parte originariamente come un biopic storico‑biografico su Cervantes, interpretato dall’attore spagnolo Julio Peña, filtrato però dalla voce narrante di Antonio de Sosa. Una presenza, quest’ultima, che rimane ingiustamente ai margini, priva di un reale sviluppo e che risulta incompiuta anche al suo culmine drammatico, nella scena dell’incontro con il figlio dato per morto.
Successivamente, la scrittura vira verso la dimensione più intima dell’autore spagnolo, introducendo la sua presunta omosessualità e intrecciandola con la figura del Bey interpretato da Alessandro Borghi. Anche qui, tuttavia, la traiettoria rimane incompleta: la storia personale del governatore è appena accennata, mentre il rapporto tra i due protagonisti si costruisce più per suggestioni che per reale progressione drammaturgica. Persino le accuse mosse a Cervantes di essere un pederasta evaporano rapidamente, rimanendo confinate al rango di mero pettegolezzo di corte.
Il queer come suggestione che sfiora il rischio del baiting
Amenábar evita il ricorso a un immaginario sensazionalistico, non indulge in nudità gratuite né in un erotismo forzato. Tuttavia, rimane la sensazione che il film sfiori il terreno del queer baiting, perché la dimensione affettiva e identitaria tra Cervantes e Hasan viene evocata più che realmente esplorata. Il bacio tra i due protagonisti è contestualizzato e coerente all’interno del climax, ma il film non riesce a costruire intorno a quel gesto un percorso emotivo compiuto.
Al contrario, alcune scelte narrative risultano decisamente meno efficaci, come la già citata scena del ritrovamento del figlio di De Sosa: un momento che avrebbe potuto spalancare una profonda riflessione sul feroce contesto omofobico dell’epoca, ma che si risolve invece in una reazione decisamente fuori tono, non coerente con il personaggio e mai più ripresa o approfondita nel resto del minutaggio.
Il conflitto ideologico e religioso come motore sotterraneo del racconto
Il film introduce un messaggio politico evidente che attraversa l’intera narrazione: la critica aperta a una precisa visione del cattolicesimo, incarnata dal personaggio di Blanco de Paz (un efficace Fernando Tejero). Il frate è volutamente dipinto come vile, egoista e manipolatore; un abile calunniatore, incline a fomentare dissidi e divisioni tra i prigionieri, pronto a tradire i tentativi di fuga di Cervantes pur di ingraziarsi il potere. La sua funzione drammaturgica è limpida: rappresenta il potere religioso usato come mero strumento di controllo e terrore psicologico. Un’abiezione morale che fa progressivamente sgretolare la sua autorità di fronte al carisma di Cervantes.
Tale dinamica viene rispecchiata anche nel personaggio di Dorador, interpretato da Luis Callejo, il quale abiura la propria fede ma la cui infamia viene comunque svelata a seguito del tradimento verso i compagni in fuga.
Anche i cristiani uccidono. (Battuta dal film)
Al contrario, la pellicola riserva un’evidente indulgenza nella descrizione della società musulmana. Algeri viene dipinta quasi come una terra di opportunità e tolleranza: lo dimostrano i racconti dei convertiti e una sorprendente libertà nei costumi e negli orientamenti sessuali. Persino le figure di potere ne escono umanizzate: la guardia principale dimostra una sincera stima per Cervantes, avvisandolo del pericolo. Lo stesso Hasan Bey, pur applicando una violenza cruenta, la esercita alla luce del sole e secondo una precisa logica di potere o reazione a un’offesa. Il Bey non è un mostro bidimensionale, ma un sovrano magnetico che arriva a risparmiare Cervantes e a offrirgli una scelta di condivisione.
Il film pare così ricercare un provocatorio ribaltamento di prospettiva: laddove l’Occidente cattolico si autoassolveva presentandosi come baluardo di civiltà, l’opera di Amenábar ne mostra il volto più ipocrita e oscurantista, concedendo invece il beneficio dell’umanità e della modernità a quello che la storia ha sempre demonizzato.
Un comparto tecnico consapevole al servizio di un racconto irregolare
La fotografia di Álex Catalán, come già accennato, merita un plauso a parte lavorando sapientemente sulla variazione tonale degli ambienti, riesce ad accompagnare lo spettatore in ogni pertugio della prigione e in ogni sfarzoso spazio della città algerina, donando alle inquadrature la giusta enfasi estetica ed emotiva.
Il montaggio di Carolina Martínez Urbina, pur efficace nella prima parte, finisce per essere travolto dalla frammentazione della sceneggiatura. Urbina paga una colpa non sua e riesce, nonostante ciò, a non cadere completamente nelle briglie più contorte della narrazione.
La colonna musicale, composta dallo stesso Amenábar, accompagna il racconto con coerenza, ma raramente sorprende: segue l’azione senza scarti significativi, salvo pochi momenti in cui emergono innesti melodici più moderni. Ci troviamo di fronte a una funzionalità piena, ma decisamente poco esaltante dal punto di vista puramente emotivo.
Attori tra palcoscenico e schermo con la naturalezza calibrata di Borghi
La recitazione dei prigionieri e dello stesso Cervantes tende a un registro vistosamente più teatrale che filmico, con una ampollosità che, pur non appesantendo l’opera, rende comunque alcune sequenze avulse dal contesto. Il tono cambia radicalmente con l’ingresso in scena di Alessandro Borghi, capace di portare una naturalezza splendidamente calibrata, priva di eccessi istrionici o di fastidiosi stereotipi. Il suo spagnolo è sorprendentemente fluido, privo di sbavature e non compromette mai l’intenzione profonda o la credibilità del personaggio.
Borghi diventa così il vero valore aggiunto della pellicola: la sua presenza modifica il ritmo interno delle scene e dona al Bey un’aura di complessità psicologica che la sceneggiatura non aveva pienamente definito. Di contro, Julio Peña funziona decisamente meglio nelle interazioni corali con gli altri prigionieri che nei duetti serrati con l’attore italiano. Peña cerca un equilibrio interpretativo che però si incrina nei momenti di maggiore intensità drammatica, complice una scrittura che non sempre lo sostiene.
Tra gli interpreti secondari si distinguono per precisione e controllo sia il personaggio di Abderramán, parrucchiere e tenutario del bordello omosessuale, sia la fidata guardia del Bey: entrambi fautori di una prova misurata, mai sopra le righe.
In conclusione
Il prigioniero è un film indubbiamente pensato per il grande schermo, nonostante la forte componente produttiva televisiva che ne ha sostenuto la realizzazione. Amenábar costruisce un impianto visivo solido e riconoscibile, ma la sceneggiatura fallisce nel tentativo di sorreggere l’ambizione e la complessità del progetto. La linea storica rimane il filo conduttore più efficace, mentre molte delle sottotematiche introdotte si disperdono lungo il percorso, lasciando allo spettatore solo intuizioni non sviluppate e personaggi che avrebbero meritato maggiore profondità.
Il regista raggiunge solo in parte il suo obiettivo originario: raccontare un momento cruciale e intimo della giovinezza di Cervantes attraverso una lente contemporanea, senza però trovare un equilibrio pieno tra rigore storico, istanze identitarie e tenuta drammaturgica. L’opera finisce per peccare di quella “nuova scuola” di scrittura che costringe le sceneggiature moderne occidentali ad affrontare bulimicamente molteplici percorsi tematici contemporaneamente, quasi a voler porre un rimedio preventivo alla scarsa soglia d’attenzione del pubblico medio, ormai assuefatto ai ritmi frenetici degli short di TikTok o dei contenuti instagrammabili.
Note positive
- Regia iniziale solida, coerente con il miglior Amenábar
- Fotografia di grande qualità, mai ridondante
- Borghi porta naturalezza e misura
- Ambientazione credibile e ben costruita
Note negative
- Sceneggiatura frammentata e dispersiva
- Linee narrative aperte e mai approfondite
- Dimensione queer evocata ma non sviluppata
- Ritmo che cede nella seconda parte
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| SUMMARY | 2.9 |



