Il 21 settembre 2025, Michele Riondino è stato ospite del Lucca Film Festival, dove ha ricevuto il Golden Panther Award e ha tenuto una masterclass al Cinema Astra. L’incontro si è incentrato sulla sua opera prima da regista, Palazzina Laf, sulla situazione in Palestina e sul suo ultimo lavoro da protagonista, La valle dei sorrisi, horror diretto da Paolo Strippoli e co-prodotto tra Italia e Slovenia da Fandango, Vision Distribution, Nightswim e Spok.
Il film è stato presentato in anteprima fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ed è uscito nelle sale italiane il 17 settembre 2025, con programmazione prevista anche al Cinema Centrale di Lucca.

Ambientato a Remis, un villaggio isolato tra le montagne dove gli abitanti sembrano vivere in una felicità innaturale, La valle dei sorrisi racconta la storia di Sergio Rossetti (interpretato da Riondino), nuovo insegnante di educazione fisica tormentato da un passato misterioso. L’incontro con Michela, giovane locandiera del paese, lo conduce alla scoperta di un inquietante rituale: una notte a settimana, gli abitanti si riuniscono per abbracciare Matteo Corbin, un adolescente capace di assorbire il dolore altrui. Il tentativo di Sergio di salvare il ragazzo porterà alla luce il lato più oscuro di colui che tutti chiamano “l’angelo di Remis”.
Durante la masterclass, Riondino ha rilasciato le seguenti dichiarazioni su La valle dei sorrisi
La Valle dei Sorrisi è un film fortemente simbolico, metaforico. Mi ricorda una vita che noi crediamo sia reale, ma che è totalmente virtuale, digitale, cioè la vita dei social dove dobbiamo essere tutti performanti, tutti sorridenti, tutti di buon umore, mostrare qualcosa di noi che non in realtà non ci rappresenta. Secondo me questo film è un film che parla di qualcosa di concreto, parla di qualcosa che ci coinvolge tutti. È un po’ un anti-Inside Out, se vogliamo, perché poi alla fine il tema bene o male è lo stesso.
Paolo Strippoli è riuscito a inserire all’interno di un film drammatico l’elemento di genere, in un film che anche senza l’elemento magico — cioè senza il soprannaturale — sarebbe comunque stato solido e compiuto. E invece no: lui sceglie di introdurre il rituale, l’evento magico, trasformando quello che poteva essere un dramma puro in qualcosa di completamente surreale. È un film ricco, densissimo di spunti: la genitorialità, l’adolescenza, l’inserimento nella società sono solo alcuni dei temi che affronta.
Il mio personaggio, un professore, cerca di fuggire dal proprio dolore. Cerca riparo, sollievo, e lo trova in una cittadina dove vive un ragazzino — un adolescente — che assorbe le sofferenze degli altri come una spugna, perché ritenuto un santo. C’è anche il tema della fede, e di come certe figure religiose possano diventare catalizzatori di malessere, ma anche generatori di qualcosa di nuovo. Sono due solitudini che si incontrano: quella di un padre che ha subito un lutto gravissimo, e quella di un figlio che non riconosce nel proprio genitore una figura capace di restituire affetto. Alla fine si connettono, riescono a creare un ponte tra due mondi — il bene e il male — che si confondono, si sovrappongono, fino a non capire più chi è cosa. Il film si articola in tre atti. Nell’ultimo, gli equilibri si capovolgono: il piano narrativo crolla, tutto si disgrega, tranne questi due personaggi che restituiscono un finale ambiguo.
Io speravo che Paolo mi offrisse un ruolo in un film che proseguisse l’esperienza di Piove. Quel film parlava della rabbia, della sua gestione. Questo invece affronta la capacità di elaborare un lutto, di attraversare il dolore. La difficoltà che ho incontrato come attore è quella che lo spettatore non ha quando compra un biglietto per un horror: insieme al biglietto acquista anche la sospensione dell’incredulità. Per lo spettatore è un esercizio piacevole. Per l’attore, invece, è più complesso: bisogna trascinare le atmosfere, la suspense, credere che l’albero sia posseduto… sono tutti elementi che vanno oltre il realismo.
Su Palazzina Laf:
C’era l’intenzione innanzitutto di confondere il pubblico, anche perché soprattutto in certe categorie della politica, del sindacato, e anche tra chi conosce o si è informato sulla questione tarantina, molti si aspettavano un film legato a certi temi: ambiente, impatto sanitario, inquinamento. Addirittura volevo fare un trailer finto, che restituisse un film completamente diverso da quello che poi era. Io ho voluto col mio film restituire la complessità del problema della mia città. Siccome sono un attivista e cittadino di Taranto, conosco bene la storia e la genesi del problema. Il problema ambientale e sanitario, per quanto grave e drammatico, è comunque collaterale. Il problema centrale della vertenza tarantina sta nel ricatto occupazionale: quel ricatto per cui i figli degli operai erano destinati a sostituire i propri genitori. Io stesso, primogenito, avrei dovuto sostituire mio padre che andava in prepensionamento nello stesso impianto. Questa era la base del ricatto: tu fai quello che dico io, io ti premio col lavoro. Se non lo fai, il lavoro te lo tolgo.
Raccontare questo avrebbe spaventato qualunque produttore, tranne Carlo Degli Esposti, che ha creduto nel film quasi più di me. Ci ho lavorato sette anni, volevo che nel film fossero contenuti anche gli altri elementi: inquinamento, malattia, morte. Ma credo che la scelta di raccontare questa storia senza cadere nella drammaticità degli eventi abbia dato allo spettatore la possibilità di osservare, fare e conoscere una storia senza il coinvolgimento emotivo diretto.
Per me ci sono stati tanti film che mi hanno condizionato. Uno su tutti: I compagni di Monicelli. Anche La classe operaia va in paradiso. Ma Fantozzi per me è stato il film più importante, perché ci permetteva di ridere delle umiliazioni subite dal personaggio senza entrare in empatia, senza metterci al suo posto. Oggi, molti anni dopo, è come se ci sentissimo in colpa per questo. Io ho voluto ricreare la stessa dinamica con Caterino, il protagonista del mio film: ho cercato di evitare che lo spettatore potesse farsi la domanda “io che avrei fatto?”, perché ci riteniamo diversi da Caterino. Ma non è vero, perlomeno per la mia città. A casa mia, a Taranto, di Caterino La Manna ne abbiamo piene le stanze. Diventava un’operazione quasi di analisi collettiva. Io ho creato la mia identità, oltre che artistica anche politica, su certi libri, storie, film. Lulu della classe operaia è un personaggio che non puoi colpevolizzare. Caterino è lo specchio della classe operaia di quegli anni a Taranto, e anche di oggi.
Tornare a Piombino per ricreare la Palazzina Laf, che non esiste più a Taranto, è stato incredibile. Ogni volta che si vede la palazzina nel film, c’è quella struttura enorme in acciaio arrugginito: è l’altoforno, lo stesso dove il mio personaggio in Acciaio lavorava. Come regista credo ancora di dover dimostrare. Un film non basta. Ho voglia di mettermi alla prova, di capire se le cose che ho capito nel mio primo film possono diventare una mia impronta.
La possibilità di lavorare con gli attori è la cosa più bella. Ho girato il film in cinque settimane, ma ho chiesto fortemente una settimana di prove con gli attori nei luoghi del film. Abbiamo provato come una compagnia teatrale, e ognuno sapeva esattamente cosa serviva alla scena. Anche gli elettricisti e i macchinisti erano lì a capire come muoversi geometricamente nella palazzina. Questo mi ha aiutato anche come interprete. Alcune scene corali mi vedono poco, perché sono gli altri a muovere la scena. È stata una cosa bellissima, che voglio assolutamente rivivere.
Sulla situazione in Palestina:
Allora, io racconto la mia esperienza. L’8 ottobre ero sconvolto, scioccato, completamente turbato. Per me è stato un altro 11 settembre. Quel 7 ottobre l’ho vissuto come l’11 settembre: attraverso le immagini, tantissime immagini. Le immagini che abbiamo visto tutti in quei momenti sono terribili. Mostrano fanatici, pazzi, criminali che trucidano a sangue freddo persone disarmate, gente che festeggiava, che ballava. Donne, uomini, bambini. Persone che guidavano tranquille e magari si fermavano per capire cosa stesse succedendo, e venivano fucilate sul momento. Inseguimenti folli. Immagini da 11 settembre. Io ho provato pietà, empatia per tutte quelle persone ammazzate, rapite, esposte in quelle immagini. Per intenderci, avrei potuto essere uno di quei partecipanti alla festa che si svolgeva nei campi, in aperta campagna. Ho provato pietà e disperazione per ciò che è accaduto. Ma non ho avuto il tempo di piangere i morti, perché il governo israeliano, l’esercito israeliano, non mi ha dato la possibilità di farlo. Non mi ha permesso di provare pietà per quelle anime, per quei corpi dilaniati, per quei rapiti. Ed è questa un’ulteriore responsabilità del governo israeliano e dei vertici dell’esercito: bisognerebbe far luce su come sia stato possibile che tutti quegli assalitori abbiano avuto campo libero. Io non ho avuto il tempo di piangere i morti.
Gli israeliani non hanno avuto la possibilità. E Israele, il governo israeliano, avrebbe potuto — tra virgolette — approfittare di quella strage per reclamare una giustizia: la giustizia di esistere, il diritto all’esistenza di Israele. Perché chiunque minacci un popolo e la sua esistenza compie un atto criminale. Tanto Hamas quanto Israele. E quindi io recrimino questo senso di giustizia che mi è stato negato dal governo israeliano. Perché abbiamo dimenticato tutti le oltre mille persone — mille, milleduecento, non ricordo esattamente, non sappiamo nemmeno quanti siano — perché non abbiamo avuto il tempo di piangerli. A quella tragedia ne è stata subito sostituita un’altra, molto più grande, molto più ingiustificabile. Perché non crea giustizia. Quello che sta succedendo oggi a Gaza non restituisce giustizia a Israele. Non fa altro che alimentare un senso non tanto di vendetta, ma di ingiustizia, nei confronti di un governo che sta perpetrando un crimine contro l’umanità. Ed è ancora più odioso che a commettere questo genocidio sia un popolo che ha subito un genocidio altrettanto grave come la Shoah. I riferimenti che ho già fatto al ghetto di Varsavia sono esattamente lo specchio di ciò che oggi vive Gaza. Non può esserci un “ma”, un “però”, davanti a un popolo che viene trucidato.
Per vedere le dichiarazioni complete v’invitiamo a visionare il video:

