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2000 Metri Ad Andriivka
Titolo originale: 2000 Meters to Andriivka
Nazione: Ucraina, Stati Uniti d’America
Genere: Documentario, Guerra
Casa di produzione: Associated Press, Frontline (PBS)
Distribuzione italiana: Wanted Cinema
Durata: 108 minuti
Regia: Mstyslav Chernov
Sceneggiatura: Mstyslav Chernov
Fotografia: Mstyslav Chernov, Alex Babenko
Montaggio: Michelle Mizner
Musiche: Sam Slater
Trailer di “2000 Metri Ad Andriivka”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Mstyslav Chernov è un regista ucraino pluripremiato, oltre che romanziere e, soprattutto, corrispondente di guerra per l’Associated Press. Vincitore nel 2023 del Premio Pulitzer per il giornalismo di pubblico servizio, è riconosciuto a livello internazionale per i suoi reportage sull’invasione russa dell’Ucraina e per il lavoro svolto in numerose aree di conflitto — Iraq, Siria, Azerbaigian, Afghanistan — oltre che per il servizio fotografico realizzato per MediaPort e Unframe durante le proteste di massa di Euromaidan, note anche come Rivolta di Maidan. Quelle manifestazioni portarono alla caduta del governo filorusso di Viktor Janukovyč e all’insediamento di un esecutivo filo‑occidentale, evento che contribuì ad acuire le tensioni tra Russia e NATO.
Nel 2023 Chernov esordisce alla regia con il documentario 20 Days in Mariupol, accolto con entusiasmo dalla critica e vincitore dell’Oscar 2024 come Miglior documentario, oltre che di un BAFTA e del Premio del Pubblico al Sundance Film Festival. Il film diventa così l’opera ucraina più premiata di sempre. Mentre il documentario continua a circolare nelle sale ottenendo ampi riconoscimenti, Chernov — insieme alla produttrice e montatrice Michelle Mizner e alla produttrice Raney Aronson‑Rath — avvia nello stesso anno le riprese del suo seguito ideale, 2000 Meters to Andriivka.
L’uscita in sala di 20 Days in Mariupol è iniziata a luglio, con tantissimi Q&A, prime, red carpet in città bellissime e tranquille tra USA, Regno Unito ed Europa. Ma nello stesso momento la linea del fronte bruciava: c’era la controffensiva. Passavo dal mondo della pace a quello della guerra con una sequenza surreale: volo, confine, auto, treno, ancora auto… e poi una trincea. Lì sembrava un altro pianeta, o un salto indietro di cent’anni. Questo contrasto è entrato nel film: 2000 Meters to Andriivka parla anche di distanze—non solo chilometriche, ma tra Europa e Ucraina, tra la società e chi combatte.
Dichiarazioni del regista
In questo nuovo lavoro, Chernov torna sul campo di battaglia, rischiando nuovamente la vita per documentare ciò che accade in prima linea. Se 20 Days in Mariupol concentrava lo sguardo sul dramma dei civili, 2000 Meters to Andriivka sposta l’attenzione sui soldati volontari che hanno scelto di imbracciare le armi per difendere il proprio Paese dall’invasione russa, una decisione che per molti di loro si rivelerà fatale.
Il documentario debutta in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2025, per poi essere distribuito limitatamente negli Stati Uniti dal 25 luglio da PBS Distribution e successivamente, a dicembre, sulla rete televisiva Frontline. Uscito in Ucraina il 28 agosto dello stesso anno, arriva nelle sale italiane — grazie a Wanted Cinema — dal 19 al 21 gennaio. Come il precedente, anche questo film viene accolto calorosamente dalla critica e selezionato per rappresentare l’Ucraina agli Oscar come Miglior lungometraggio internazionale, entrando inoltre nella shortlist per il Miglior documentario 2025 e affermandosi come uno dei favoriti per la statuetta.
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Trama di “2000 Metri Ad Andriivka”
Dal 4 giugno fino a dicembre 2023 le truppe ucraine hanno dato vita a quella che viene definita la controffensiva volta a riconquistare i territori perduti per mano dell’invasore russo, principalmente negli oblast di Donetsk e Zaporizhzhia. Sullo sfondo di questa avanzata, che fatica a guadagnare terreno e a mettere realmente in difficoltà le forze russe, nel luglio 2023 Chernov e il collega dell’Associated Press, Alex Babenko, decidono di seguire un plotone ucraino incaricato di liberare il villaggio di Andriivka, un piccolo centro che nel 2001 contava circa 74 abitanti.
Per raggiungerlo devono attraversare 2.000 metri di foresta: un territorio disseminato di trincee, mine e fortificazioni nemiche, dove ogni centimetro conquistato è pagato con il sangue. In questo luogo di morte, il regista e Babenko si ritrovano a muoversi accanto alla 3ª brigata d’assalto — nata dalla fusione dell’unità Azov con volontari locali — che, sotto la guida del comandante Fedya, il 25 luglio 2023 riesce a entrare nel villaggio di Andriivka, scacciare le forze russe e issare la bandiera ucraina sul territorio riconquistato.
Recensione di “2000 Metri Ad Andriivka”
Un documentario terribilmente immersivo. Mstyslav Chernov ci permette di comprendere la durezza, la bruttezza e l’assurdità della guerra, catapultando lo spettatore dentro le trincee e nel cuore del campo di battaglia, fino a farci sfiorare e vedere la morte stessa, quella di uomini reali. Il film ci fa assistere, così, alla vita terribile dei soldati ucraini, costretti a rischiare la propria esistenza giorno dopo giorno nel tentativo di respingere il nemico russo. Il regista racconta questo spaccato di realtà tragica e assurda attraverso una regia e un montaggio fortemente immersivi e sensoriali, resi possibili dalle riprese provenienti direttamente dal punto di vista dei soldati grazie all’uso delle bodycam: piccole telecamere fissate sull’equipaggiamento di ciascun militare, che permettono allo spettatore di indossare letteralmente i loro occhi, sentendo, vedendo e udendo ciò che loro percepiscono.
Questa scelta conferisce al film una sensazione di immedesimazione radicale, quasi tattile, che ricorda l’esperienza di un videogioco di combattimento in prima persona, dove siamo noi a muoverci, sparare, sopravvivere. Accanto alle riprese effettuate dalla macchina da presa di Chernov, una parte consistente del materiale visivo proviene proprio da queste bodycam, che restituiscono immagini di una potenza tragica e ci tengono incollati a quel mondo in guerra, facendoci percepire cosa significhi davvero essere soldati: vivere in trincea, subire attacchi continui e potenzialmente mortali, temere tanto il colpo di un cecchino quanto un drone invisibile pronto a ucciderti dall’alto. Le sequenze più adrenaliniche e brutali — come quella che apre il lungometraggio, intrisa di morte, dramma e sangue — rappresentano l’elemento narrativo più potente dell’intera pellicola. Offrono un’esperienza immersiva che, pur vissuta comodamente da casa, ci permette di intuire cosa sia la guerra dal punto di vista di giovani uomini che hanno lasciato mogli, figli e famiglie per imbracciare un’arma, rischiare la vita e tentare di riconquistare quei frammenti di terra sottratti dal nemico. Possiamo essere d’accordo o meno con le loro scelte, ma non possiamo che empatizzare con loro e la loro sofferenza. Eppure, osservare che nel 2023 si ragioni ancora in termini bellici, che si continui a sacrificare la vita di giovani soldati per conquistare territori come Andriivka — un villaggio di appena 75 abitanti nel 2001 e oggi completamente disabitato — appare profondamente assurdo. Come assurda è la battaglia stessa, che nel film vediamo consumarsi in un fazzoletto di terra di soli due chilometri, 2.000 metri impregnati da un numero impressionante di morti.
Guerra tecnologica, guerra retrò
All’interno del lungometraggio non troviamo soltanto l’utilizzo delle riprese in bodycam: la costruzione visiva del film si articola attraverso un montaggio che intreccia materiali eterogenei — la camera di Chernov, le bodycam dei soldati, le helmet cam, le riprese dei droni — in un unico flusso percettivo che restituisce la guerra come esperienza sensoriale totale. Questa sovrapposizione di punti di vista genera una delle contraddizioni più inquietanti del conflitto contemporaneo: la tecnologia, che dovrebbe garantire trasparenza e controllo, finisce per trasformarsi in un’arma contro l’umano. Le immagini dei droni, fredde e chirurgiche, non si limitano a osservare: diventano strumenti di attacco, agenti attivi di una violenza che cala dall’alto come una minaccia costante. La guerra assume così la forma di una sorveglianza verticale e ininterrotta, un occhio meccanico che non concede tregua e che trasforma il campo di battaglia in una griglia monitorata, misurata, cartografata in tempo reale. Eppure, dentro questa modernità estrema sopravvive un immaginario arcaico che riemerge con forza: il paesaggio devastato, il ritmo lento e faticoso dell’avanzata, la logica dell’erosione continua richiamano la memoria della Prima guerra mondiale, delle trincee, della terra che inghiotte uomini e tempo. È un racconto fatto di soldati, di uomini semplici che verranno ricordati come eroi di guerra, persone che hanno messo la nazione sopra se stessi, lottando per ogni singolo centimetro di terra con il sangue e con i fucili.
La sproporzione tra ciò che si conquista e ciò che si perde — un metro alla volta, un corpo alla volta — restituisce una dimensione quasi primordiale del combattimento, come se la tecnologia non riuscisse a cancellare la natura ancestrale della guerra, ma solo a sovrapporle un nuovo strato di crudeltà. In tutto ciò emerge chiara l’assurdità di un conflitto nel 2023, in un mondo che continua a ragionare in termini di possesso e territorialità invece che di pace. E, soprattutto, pensando alla guerra russo‑ucraina, si percepisce la tragicità di uno scontro tra popoli storicamente vicini, una guerra che molti considerano assurda e che, nel film, appare come il risultato di un intreccio di tensioni politiche e accordi infranti che hanno contribuito a innescare un’escalation devastante. Un conflitto che rischia di diventare infinito e massacrante, in primis per gli ucraini e poi per i soldati russi — figure quasi invisibili nel film, ma presenti attraverso il prigioniero catturato e i corpi di soldati morti disseminati sul territorio.
Al centro di tutto ci sono degli esseri umani
Nonostante il film adotti una prospettiva chiaramente pro‑ucraina — che emerge dalle dichiarazioni dei soldati e dalla voce‑pensiero del regista — Chernov non introduce mai un giudizio morale esplicito. Si concentra invece sul racconto e sulla rappresentazione della brutalità della morte e del combattimento, lasciando che siano le immagini a parlare. Il cineasta permette che la narrazione emerga attraverso frammenti di vita reale: silenzi, respiri affannati, rumori secchi di spari ed esplosioni. Al centro di tutto ci sono gli esseri umani, i soldati, che si aprono con Chernov in conversazioni spontanee, mai impostate come interviste, ma come chiacchiere di campo tra compagni. Forse proprio queste conversazioni rappresentano l’elemento più prezioso della pellicola, perché permettono di cogliere le motivazioni e la personalità di uomini che non si percepiscono come eroi, ma semplicemente come soldati che combattono per ciò che ritengono il bene della loro nazione.
Se l’azione definisce la dimensione più “cinematica” del racconto, sono i volti a restituirne la parte davvero “umana” alla pellicola. Nei rari momenti di tregua Chernov si avvicina ai soldati, li ascolta, li lascia parlare: in quei frammenti di quotidianità sospesa emerge una vulnerabilità che nessuna immagine di combattimento potrebbe restituire. Poi arriva un momento che spezza il respiro: la voce narrante ritorna su alcuni di quei volti, su quelle conversazioni improvvisate, e rivela che molti di loro moriranno nel giro di pochi mesi. È un colpo di realtà che attraversa il film come una fenditura, trasformando quelle immagini in un memoriale involontario, un archivio di vite destinate a spegnersi mentre la camera le stava ancora registrando.
I dubbi di Chernov
Accanto alle testimonianze dei soldati, Chernov lascia emergere anche i propri dubbi attraverso una voce‑pensiero che accompagna le immagini come un controcanto intimo e inquieto. Nei rari momenti di quiete, mentre osserva i volti dei combattenti — volti che restituiscono la parte più umana del film, più ancora delle sequenze d’azione — il cineasta riflette sull’andamento del conflitto, sulla sua durata potenzialmente interminabile, sulla sproporzione tra il sacrificio richiesto e i risultati ottenuti. Questa consapevolezza — che molti combattimenti e molte morti siano, in fondo, evitabili e tragicamente inutili — trova un riscontro amaro nella didascalia finale, che informa lo spettatore di come, dopo la fallimentare controffensiva ucraina, Andriivka sia tornata nel 2024 sotto controllo russo. Pur adottando un punto di vista chiaramente pro‑ucraino, il film non si limita a un’immersione sensoriale nella guerra: diventa una riflessione lucida sul costo umano del conflitto, sulla quasi impossibilità di immaginare una vittoria militare contro un avversario più forte e radicato, e sulla fragilità di ogni conquista territoriale. In un racconto dove la morte di determinati soldati, alla fine dei conti non ha portato nessun vantaggio agli ucraini. E tuttavia, questa lucidità disincantata non cancella la speranza ostinata dei soldati. Nei loro sguardi, nelle loro parole, nella loro determinazione a resistere, si intravede la volontà di credere ancora in un futuro possibile: la possibilità di ricostruire, una volta cacciato l’invasore russo, un Paese più giusto e più bello di quello che la guerra ha devastato. È in questa tensione — tra la consapevolezza tragica del cineasta e la fede incrollabile dei combattenti — che 2000 metri ad Andriivka trova la sua forza più profonda.
In realtà ho intrapreso questo film anche per ritrovare speranza io stesso. Sono entrato in quella foresta con un senso di disperazione e lì ho scoperto luce nelle persone: ciascuno degli uomini che ho incontrato mi ha dato speranza. Ho visto alberi distrutti dall’artiglieria ricrescere. Ho visto persone che, pur sapendo che possono perdere tutto – amici, vita, perfino quel gesto simbolico di piantare una bandiera – continuano a farlo e a difendere le loro famiglie. Questo mi dà speranza che l’Ucraina, per quanto dura sarà, resterà.
Dichiarazione del regista
In conclusione
2000 metri ad Andriivka è un documentario che non si limita a mostrare la guerra: la fa vivere sulla pelle dello spettatore. Chernov costruisce un’esperienza sensoriale e morale che unisce immersione totale e lucidità analitica, trasformando le immagini raccolte sul campo in un atto di testimonianza. La forza del film non risiede solo nella brutalità delle riprese in bodycam o nella tensione dei combattimenti, ma soprattutto nella capacità di restituire l’umanità dei soldati, le loro paure, le loro speranze e la loro fragilità
Note positive
- Regia
- Tematica
Note negative
- Eccessiva durata
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| Fotografia |
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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| Emozione |
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SUMMARY
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3.9
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