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28 anni dopo – Il tempio delle ossa
Titolo originale: 28 Years Later: The Bone Temple
Anno: 2026
Nazione: Stati Uniti d’America, Regno Unito
Genere: Horror, Azione, Drammatico, Fantascienza
Casa di produzione: Columbia Pictures, DNA Films, Decibel Films, Sony Pictures Releasing
Distribuzione italiana: Eagle Pictures
Durata: 109 min
Regia: Nia DaCosta
Sceneggiatura: Alex Garland
Fotografia: Sean Bobbitt
Montaggio: Joe Walker
Musiche: Hildur Guðnadóttir
Attori: Ralph Fiennes, Jack O’Connell, Emma Laird, Alfie Williams, Chi Lewis‑Parry, Robert Rhodes, Maura Bird, Sam Locke, Ghazi Al Ruffai, Natalie Cousteau, Elliot Benn
Trailer di “28 anni dopo – Il tempio delle ossa”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Dopo l’universo creato da Danny Boyle e Alex Garland in 28 Anni Dopo, la regista Nia DaCosta raccoglie il testimone e dirige 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, secondo capitolo di una trilogia che segna il ritorno all’interno di questo universo narrativo. Il film, uscito nelle sale italiane il 15 gennaio 2026, possiede un cast che combina interpreti di grande esperienza e volti emergenti: Ralph Fiennes spicca come presenza centrale, affiancato da Jack O’Connell ed Emma Laird. Alfie Williams rappresenta invece la generazione nata dopo il collasso, priva di memoria del mondo precedente. Completano il cast Chi Lewis‑Parry, Robert Rhodes, Maura Bird, Sam Locke, Ghazi Al Ruffai, Natalie Cousteau ed Elliot Benn.
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Trama di “28 anni dopo – Il tempio delle ossa”
Il dottor Kelson, interpretato da Ralph Fiennes, si trova coinvolto in una relazione sconvolgente, con conseguenze capaci di cambiare il destino del mondo, mentre l’incontro di Spike (Alfie Williams) con Jimmy Crystal (Jack O’Connell) si trasforma in un incubo senza via di scampo. In questo scenario, gli infetti non rappresentano più la principale minaccia alla sopravvivenza: è la disumanità dei sopravvissuti a rivelarsi l’aspetto ò più inquietante e terrificante.
Recensione di “28 anni dopo – Il tempio delle ossa”
Con il la pellicola 28 anni dopo. Il tempio delle ossa la saga nata dall’idea di Danny Boyle e Alex Garland compie un passaggio decisivo, difatti l’apocalisse smette di essere una frattura narrativa e diventa struttura e una sorta di forma di governo. Il film diretto da Nia DaCosta non racconta ciò che è andato perduto, ma ciò che resta, soprattutto ciò che è stato costruito sulle macerie.
Sono passati quasi trent’anni dalla diffusione del virus della Rabbia, il mondo non è più sospeso nell’emergenza, ha trovato un equilibrio distorto, fondato sulla normalizzazione della violenza e sulla trasformazione della paura in linguaggio politico. Coloro che erano infetti, un tempo causa del terrore, ora abitano lo sfondo come una presenza stabile, quasi inclusa nell’ ecosistema moderno. Il vero orrore si annida nelle dinamiche umane, nelle comunità che hanno imparato a sopravvivere rinunciando progressivamente a ogni principio etico.
28 anni dopo. Il tempio delle ossa è un film profondamente politico, capace di dialogare con il presente senza ricorrere a facili allegorie. Racconta un mondo in cui la sicurezza diventa valore assoluto, la memoria uno strumento di controllo, la violenza un principio organizzativo. La distopia non viene proiettata in un futuro remoto, ma emerge come riflesso deformante di dinamiche già riconoscibili.
Se da una parte l’intreccio delle trame può essere funzionale all’evoluzione della storia, dall’altro rallenta la narrazione a discapito del ritmo a tratti frammentato.
Si percepisce più di una volta la sensazione che questo capitolo sia di passaggio e di preparazione per il capitolo finale.
Il film sviluppa questa narrazione attraverso figure emblematiche. Da un lato abbiamo Spike, nato dopo il collasso, che incarna una generazione senza memoria storica, per la quale la brutalità non rappresenta una deviazione, ma una regola non scritta. Il suo ingresso nella comunità guidata da Jimmy Crystal rivela con lucidità inquietante come la promessa di sicurezza possa trasformarsi in una nuova forma di oppressione, mascherata da necessità.
In netto contrasto si colloca il dottor Ian Kelson, un Ralph Fiennis totalmente in parte e catalizzante. il personaggio è uno dei pochi medici rimasti, una figura fragile con una razionalità di un passato che ormai non esiste più. La sua ricerca non è solo scientifica, ma profondamente morale, quando in un mondo che ha smesso di credere nella guarigione, ha ancora senso parlare di cura? Il suo percorso conduce verso il luogo che dà titolo al film, quel Tempio delle Ossa, più simbolo dell’episodio che struttura..
Il Tempio non è semplicemente un’ambientazione, ma rappresenta una visione concettuale di grande forza. Oltre ad essere un monumento alla morte si dimostra essere ino spazio in cui i resti del passato vengono sacralizzati per legittimare nuove gerarchie. È in questo spazio che il film articola il suo discorso più radicale rappresentando la critica sociale, suggerendo che il vero pericolo non risiede nel caos, ma nella sua organizzazione rituale con una società costruita, che auto giustifica l’essenza di etica e di morale.
La regia di Nia DaCosta adotta uno stile controllato e rigoroso, rispetto a quella più frenetico di Boyle del capitolo precedente. Le immagini privilegiano la durata e a tratti si lavora di sottrazione e l’elemento horror si insinua nella quotidianità, nella ripetizione dei gesti, nella freddezza delle strutture sociali. Le rovine non vengono mai estetizzate, ma osservate come testimonianze materiali di una civiltà che sopravvive solo come simulacro.
Il film alterna sequenze di pura tensione horror a momenti di riflessione, non sempre equilibrate, le scene horror risulta però fin troppo cruente e disturbanti a tratti e non sono sempre funzionali.
Una pellicola che non vuole avere una catarsi o una redenzione. Il film si chiude lasciando lo spettatore dentro una domanda irrisolta e forse la più scomoda: quando la sopravvivenza diventa l’unica via di fuga possibile, cosa resta davvero dell’umano?
In conclusione
28 anni dopo – Il tempio d’ossa è un sequel che funziona nel complesso anche se con qualche imperfezione narrativa e visiva; non è solo un film di zombie, ma un’analisi impietosa della regressione sociale e della crudeltà umana. Il film, alla fine dei conti, risulta una pellicola di preparazione al capitolo finale della saga.
Note positive
- Regia
- Personaggio ed interpretazione di Ralph Fiennes
- Tematiche sociali
Note negative
- La narrazione, possedendo svariate trame secondarie, soffre di alcuni problemi di ritmo.
- Alcune scene horror che potrebbero essere disturbanti.
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| Sceneggiatura |
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3.3
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