
Backrooms
Titolo originale: Backrooms
Anno: 2026
Nazione: Stati Uniti d’America
Genere: horror
Casa di produzione: A24, Atomic Monster, 21 Laps Entertainment, Chernin Entertainment
Distribuzione italiana: I Wonder Pictures
Durata: 111 minuti
Regia: Kane Parsons
Sceneggiatura: Kane Parsons, Will Soodik
Fotografia: Kane Parsons
Montaggio: Kane Parsons
Musiche: Kane Parsons
Attori: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell
Trailer di “Backrooms”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Prodotto da A24 in collaborazione con James Wan e Shawn Levy, Backrooms segna l’attesissimo esordio alla regia del giovane talento Kane Parsons. L’opera traspone sul grande schermo l’omonimo fenomeno virale nato sul web, trasformando una suggestione collettiva in un’esperienza cinematografica che vede protagonisti i candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve. La pellicola debutta in anteprima mondiale nei cinema italiani il 27 maggio 2026 grazie a I Wonder Pictures. Al termine della programmazione nelle sale, il titolo approderà in esclusiva streaming sulla piattaforma IWONDERFULL e sarà disponibile per l’acquisto e il noleggio digitale sui principali store come Apple TV, Prime Video e Google TV.
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Trama di “Backrooms”
Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi…
Recensione di “Backrooms”
Il cinema contemporaneo sembra aver trovato il suo nuovo baricentro non più negli studi californiani, ma nelle pieghe degradate di un nastro VHS simulato, in quella “credenza” collettiva che nasce dal basso e si fa parola cinematografica. La parabola di Kane Parsons, passato dai render amatoriali di YouTube alla direzione di un lungometraggio sotto l’egida di A24, non è solo il racconto di un successo virale, ma la testimonianza di una riforma mitologica necessaria. Se uno dei drammi della nostra epoca è la convinzione che i miti siano scomparsi sotto il peso del pensiero razionale, l’opera di Parsons ci smentisce brutalmente, dimostrando che il mito non è morto, ha solo cambiato pelle: non più rito, ma atto di consumo e condivisione algoritmica.
Il film si inserisce in questo “multiverso” della nostra realtà attuale, un panorama dominato dall’ansia sociale e da una depressione che si fa architettura. Parsons, che a soli sedici anni aveva già intuito come generare una tensione asfissiante senza budget, porta sul grande schermo un’estetica della soglia che è puramente psicologica. La sua macchina da presa esplora gli spazi liminali, quei “non-luoghi” della transizione , trasformandoli in un enigma che costringe lo spettatore a rivalutare il rapporto tra l’esteriore e l’interiore. È un’estetica estremamente ricercata che non cerca la pulizia formale, ma la verità del degrado: ogni corridoio giallo e ogni ronzio di neon diventa la proiezione visiva di quel ‘terrore dell’ordinario’ nato dal post originale che ha dato vita al mito. Sebbene oggi associata a Reddit, la leggenda nasce ufficialmente il 12 maggio 2019 sulla board /x/ di 4chan, quando un utente anonimo pubblicò la foto di una stanza gialla e vuota, scatenando una risposta che sarebbe diventata il “Vangelo” delle Backrooms che richiama la trama ufficiale del film:
“Se non stai attento e fai noclip fuori dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove non c’è altro che il puzzo di vecchia moquette umida, la follia del mono-giallo, l’infinito rumore di fondo delle luci a fluorescenza al massimo ronzio, e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate casualmente in cui restare intrappolati…”
Parsons codifica quell’inquietudine collettiva legata all’idea di scivolare fuori dalla realtà attraverso il celebre ‘noclip’. Se nei videogiochi il noclip è un comando tecnico per attraversare le pareti, qui diventa una metafora esistenziale: l’idea che la realtà abbia dei glitch, dei punti deboli nel “tessuto” dello spazio-tempo. Se sfortunatamente inciampi o urti un muro in un punto sbagliato, subisci un noclip dalla realtà e precipiti in una dimensione non euclidea, fatta di corridoi infiniti e moquette umida. Parsons trasforma questa intuizione e un’architettura ripetitiva nel labirinto metafisico definitivo, dove l’assenza di vita diventa più spaventosa di qualsiasi presenza.
L’operazione di Parsons si muove su un crinale estetico pericolosissimo e, proprio per questo, straordinario. Il film non tradisce l’iconografia che ha reso le Backrooms un virus semantico nel web; al contrario, ne esaspera il rigore formale. Ritroviamo quella saturazione malata dei gialli, la luminescenza ronzante dei fluorescenti e quella sensazione di spazio “renderizzato” che sfida la nostra percezione della realtà. Eppure, la vera forza del film risiede nello scarto narrativo: Parsons non si limita a replicare il loop infinito della fuga, ma aggiorna la mitologia da una prospettiva radicalmente aliena rispetto al materiale originale. Il cast si muove in questo labirinto non come semplici pedine di un gioco horror, ma come vettori di un’angoscia esistenziale che trasuda da ogni scelta di montaggio. La recitazione è sottile, quasi sommessa, perfettamente integrata in un sound design che privilegia il riverbero e il silenzio, rendendo la presenza umana un errore in un ecosistema di pareti e moquette. Tuttavia, è proprio in questa coerenza quasi maniacale che il film incontra il suo limite più divisivo. Questa scelta di sottrazione spinge l’opera verso una soglia di rarefazione estrema: i protagonisti, privati di una traiettoria psicologica leggibile, finiscono per apparire bidimensionali, quasi delle sagome necessarie solo a testare la profondità degli spazi. È una piattezza strutturale che può generare un distacco fatale nel pubblico: Ejiofor e Reinsve diventano corpi anonimi che evaporano nel giallo dei neon, rendendo difficile, se non impossibile, provare una reale empatia per la loro sorte. La loro funzione è puramente cinetica: sono vettori di un’angoscia che non appartiene a loro, ma al luogo stesso. In questo senso, il film sacrifica deliberatamente il calore del dramma umano sull’altare del rigore formale. Se il fenomeno web viveva di una soggettività esasperata, qui la macchina da presa recupera una distanza critica, quasi da documentario scientifico deviato. È un approccio che trasforma il found footage in una cronaca dell’assurdo lynchiana, dove l’orrore non risiede nel salto spaventoso, ma nella persistenza di una realtà che ha smesso di essere a misura d’uomo. In questo senso, l’opera di non si limita a occupare lo schermo, ma lo infetta, lasciandoci addosso la sensazione che la fine del film non coincida con la fine del labirinto, ma con l’inizio di una nuova, disturbante consapevolezza visiva.
Nonostante i problemi di narrazione, è in questo aggiornamento dello sguardo che Parsons dimostra la sua maturità. Non stiamo solo guardando un film sulle Backrooms, stiamo osservando la nascita di un nuovo codice visivo che fonde la nostalgia del nastro magnetico con la freddezza della geometria digitale. Questo non è che il prologo di un autore che ha compreso come il vero terrore non nasca dal mostro, ma dalla deformazione dello spazio che abitiamo. Mentre scorrono i titoli di coda, si percepisce chiaramente che questa non è la conclusione di un esperimento web, ma il momento in cui l’estetica nativa del digitale contamina il cinema in modo definitivo, ridefinendo i confini e le possibilità formali.
In conclusione
La A24 non ha investito su un regista, ma su un’esigenza mitica universale. È solo l’inizio di un percorso che promette di influenzare l’horror del futuro, spostando l’asse della paura del mostro visibile al vuoto geometrico delle nostre esistenze. In questa foresta di pixel e leggende metropolitane, Parsons ha trovato la chiave per riformulare il mito, ricordandoci che, anche nel caos collettivo, il cinema può ancora essere il luogo in cui l’umanità si ritrova per guardare dentro il proprio annichilimento.
Note positive
- Rigore estetico: Il film non si limita a replicare il web, ma ne esaspera l’iconografia.
- Maturità autoriale: Parsons comprende che il vero terrore non nasce dal mostro, ma dalla deformazione dello spazio.
Note negative
- Rarefazione narrativa: La scelta di una sottrazione estrema sacrifica la profondità psicologica dei personaggi. Questa bidimensionalità strutturale crea un distacco che può alienare il pubblico.
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| Sceneggiatura |
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| Colonna sonora e sonoro |
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3.5
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