Biglove (2023). Un corto sull’AI e sull’incomunicabilità

Recensione del cortometraggio Biglove (2023): un racconto disturbante e minimalista sulla dipendenza digitale e sull’illusione affettiva generata dall’AI

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Biglove (2023) - Copyrithg: CG Entertainment - Immagine ricevuta da CG
Biglove (2023) – Copyrithg: CG Entertainment – Immagine ricevuta da CG

Biglove

Titolo originale: Biglove

Anno: 2023

Nazione: Stati Uniti d’America

Genere: Drammatico, Sentimentale

Casa di produzione: Biglove Productions

Durata: 15 minuti

Regia: Cristiano Gazzarrini

Sceneggiatura: Nicolò Gaetani, Enrico Savini

Fotografia: David Becheri

Montaggio: Alessandro Calevro

Musiche: New Spell

Attori: Gaia Grassi, Olga Susini

Trailer di “Biglove”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

Presentato in anteprima mondiale al Trieste Science+Fiction Festival il 31 ottobre 2023, Biglove è un cortometraggio di fantascienza di quindici minuti diretto da Cristiano Gazzarrini (Tetocu, 2015; Zitta!, 2018) e sceneggiato dal collettivo Flow, composto da Nicolò Gaetani (Vicino a te, 2013; Us, 2016) ed Enrico Savini, alla sua prima sceneggiatura. Nel ruolo della protagonista troviamo Gaia Grassi, al debutto nel cortometraggio, che interpreta una sedicenne alle prese con il suo “primo amore”.

Il corto esplora il rapporto tra adolescenti e intelligenza artificiale, mettendo al centro una riflessione sul bisogno umano di connessione. Dal 4 marzo 2026 Biglove è disponibile su CG TV streaming: è offerto sia a noleggio on demand sia incluso per gli utenti abbonati (è prevista anche una prova gratuita per i nuovi iscritti). Inoltre il film fa parte della sezione CG Education, un servizio rivolto a studenti, insegnanti, formatori, associazioni ed enti impegnati nella media literacy e nella film education, che consente l’accesso legale e sicuro a esperienze di visione guidata pensate per scopi educativi e formativi.

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Trama di “Biglove”

In un futuro non troppo distante, i giovani hanno perso ogni impulso alla socialità reale: a ricreazione come in metropolitana, fissano i loro schermi senza scambiare una parola con chi sta accanto. Chiacchierando con l’altro esclusivamente attraverso lo schermo di un dispositivo elettronico, in questo caso uno smartphone. 

In questo mondo vive Chiara, quattordicenne che chatta con un contatto salvato come H. Dopo una giornata scolastica andata male, Chiara decide di incontrare ugualmente H: quella sera spera di scambiare il suo primo bacio. Per tale evento Chiara è fortemente emozionata, trascorrendo la sua giornata a vedere dei reel su tale argomento. H, però, non è ciò che sembra: dietro l’identità digitale si nasconde un’intelligenza artificiale, e l’incontro mette in luce il bisogno umano di connessione e le ambiguità affettive dell’era digitale.

Recensione di “Biglove”

Un suono volutamente ovattato, privo di qualsiasi calore armonico: l’unico elemento sonoro che riempie lo spazio è il ticchettio delle dita sugli smartphone e i freddi segnali elettronici dei dispositivi. Sul piano scenografico e cromatico, soprattutto nell’ambiente scolastico, prevalgono atmosfere marcatamente fredde, con spazi rigidi e geometrici incapaci di trasmettere calore emotivo. Nei primi minuti questo assetto crea un senso di inquietudine: sullo schermo si staglia una generazione di ragazzi “drogati” dagli smartphone e dai social, che preferisce restare connessa piuttosto che vivere la realtà che li circonda.

Brutale e memorabile è la scena, ripresa a macchina fissa come gran parte del cortometraggio, in cui vediamo gli studenti immobili, fissare i loro telefoni: scrollare un reel ha più valore di un abbraccio al compagno di banco. La scelta stilistica — sonoro minimale, palette fredda, inquadrature statiche — costruisce un’immagine netta e disturbante della solitudine collettiva nell’era digitale. Ugualmente brutale è la sequenza all’esterno della scuola, durante l’attesa della metro o dell’autobus. Qui la ripetizione della scena interna si ripropone, ma con un barlume di speranza: la protagonista distoglie lo sguardo dal dispositivo e dalla chat con H, osservando l’ambiente intorno a sé e incontrando lo sguardo dolce di un’altra ragazza. Nasce così un primo contatto visivo significativo, un momento di umanità in un corto che non risparmia nemmeno il mondo degli adulti — la madre di Chiara preferisce comunicare via SMS anziché rimproverarla di persona.

La scelta narrativa al centro del cortometraggio non è soltanto un espediente drammaturgico: diventa il modo per suggerire una possibile deriva sociale in cui tecnologia e social network si trasformano progressivamente in rifugio, sostituto e infine surrogato delle relazioni reali. Nei suoi quattordici minuti, il film estremizza una condizione già presente nel nostro quotidiano, ma la tensione che evoca risulta tristemente plausibile nel mondo post‑2024, segnato dall’esplosione delle intelligenze artificiali che hanno ridefinito il concetto stesso di informazione, percezione pubblica e interazione. Se oggi è già possibile manipolare immagini, emozioni e opinioni attraverso strumenti artificiali, il cortometraggio ci spinge a chiederci quanto tempo manchi prima che esistano veri e propri locali popolati da AI con cui gli esseri umani possano chattare, confidarsi, innamorarsi e magari incontrarle “dal vivo”, come fossero persone. Quanto manca prima che l’AI prenda il posto degli esseri umani non solo nel lavoro ma anche nelle relazioni?

A livello registico, Cristiano Gazzarrini costruisce la distopia di Chiara attraverso un linguaggio visivo che non si limita a rappresentare il suo mondo interiore, ma lo replica e lo impone allo spettatore. La scelta del formato — 4:3 nella prima parte e 9:16 nel finale — non è un semplice vezzo estetico: è un dispositivo narrativo che restringe progressivamente lo spazio visivo, simulando la sensazione di un ambiente che si chiude, si comprime e costringe a rimanere incollati al volto della protagonista e al suo smartphone. Questa compressione dello sguardo diventa la traduzione formale della sua condizione emotiva: Chiara vive in un mondo che non le offre vie di fuga, e la regia ci obbliga a condividere quella stessa claustrofobia.

La comunicazione della protagonista avviene quasi esclusivamente attraverso lo schermo. L’unica frase pronunciata a voce in tutto il cortometraggio è un “ti amo” posto in chiusura, un dettaglio che sottolinea quanto la sua vita sia ormai filtrata dal digitale. Tutto il resto — desideri, fragilità, bisogni affettivi — emerge dalla chat con H. e dai reel che scrolla compulsivamente. Gazzarrini ci porta letteralmente dentro il dispositivo: le inquadrature ravvicinate, spesso al limite dell’invasione, ci permettono di leggere ogni messaggio, di osservare la relazione nascere, crescere e strutturarsi come se fossimo noi stessi parte di quella conversazione. È un’immersione totale, che annulla la distanza tra spettatore e personaggio.

In un primo momento, H. appare come un appiglio affettivo credibile, quasi un miracolo di autenticità in un mondo svuotato di comunicazione reale. La sceneggiatura lavora proprio su questa ambiguità: la vicinanza emotiva che percepiamo è costruita attraverso la grammatica visiva dei social, dei messaggi privati, dell’intimità digitale. Ma nella seconda metà del cortometraggio la verità emerge con forza dirompente: H. non è una persona, bensì un servizio di intelligenza artificiale progettato per simulare una relazione. La rivelazione ribalta completamente il senso della storia e il nostro coinvolgimento emotivo, perché ciò che sembrava un legame umano si rivela parte integrante della stessa distopia tecnologica che imprigiona Chiara.

Il film lavora per sottrazione, costruendo la sua forza proprio attraverso ciò che decide di non mostrare o non far sentire. Il sonoro è ovattato, dominato da ticchettii, notifiche e segnali elettronici che diventano la colonna sonora di un’esistenza filtrata dallo schermo. Questo paesaggio acustico ridotto all’essenziale non è un semplice accompagnamento: è la traduzione sonora di un mondo in cui la comunicazione umana è stata sostituita da impulsi digitali, dove il silenzio tra un messaggio e l’altro pesa più di qualsiasi parola non detta. Le inquadrature strette e ravvicinate, che mostrano messaggi e reel scorrere sullo smartphone, amplificano questa sensazione di isolamento. La macchina da presa non concede respiro: rimane fissa, immobile, per gran parte del cortometraggio, accentuando l’idea di una collettività paralizzata, incapace di muoversi o reagire. La scenografia, con i suoi toni freddi e l’ambiente scolastico reso emotivamente inospitale, contribuisce a rafforzare la percezione di un mondo che ha perso calore, spontaneità e contatto umano.

In questo contesto, l’unico luogo che sorprende per una lieve variazione cromatica è il locale dell’AI, che appare paradossalmente più caldo rispetto agli spazi “reali”. È un dettaglio sottile ma significativo: la regia suggerisce che l’unico ambiente in cui Chiara percepisce un’illusione di accoglienza è proprio quello artificiale, quello progettato per sedurre, rassicurare e trattenere. Un calore sintetico, costruito a tavolino, che contrasta con la freddezza del mondo esterno. Pur essendo comprensibile che il formato breve limiti l’approfondimento del funzionamento interno del locale, della relazione fisica tra AI e Chiara, l’insieme delle scelte formali — dal sonoro alla fotografia, dalla composizione all’uso dei formati — costruisce un racconto coerente inerente alla progressiva erosione del calore umano nell’era digitale. Ogni elemento visivo e sonoro lavora nella stessa direzione: mostrare come la vita di Chiara sia stata risucchiata in uno spazio sempre più stretto, più silenzioso, più artificiale, dove l’unico dialogo possibile è quello con un algoritmo. Il risultato è un cortometraggio che non denuncia apertamente, ma lascia emergere la sua critica attraverso la forma stessa. La distopia non è dichiarata: è percepita, respirata, interiorizzata. E proprio per questo risulta così inquietante.

In conclusione

Il cortometraggio di Cristiano Gazzarrini è un piccolo ma lucidissimo monito sul presente, più che una distopia sul futuro. La sua forza non risiede nella trama — semplice, quasi scheletrica — ma nella costruzione di un linguaggio audiovisivo che diventa esso stesso denuncia. Da evidenziare anche la discreta performance attoriale della protagonista, interpretata da Gaia Grassi

Note positive

  • Uso magistrale della sottrazione: suono, dialoghi, regia minimalista
  • Fotografia

Note negative

  • Worldbuilding del locale AI solo accennato, avrebbe meritato più spazio

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.8
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.