Due (2019): il ritratto di un amore senile al femminile

Due

Titolo originale: Deux

Anno: 2019

Nazione: Francia, Belgio, Lussemburgo

Genere: drammatico

Casa di produzione: Paprika Films, Tarantula Luxembourg, Artemis Films

Distribuzione: Tarantula Distribution sàrl, Dulac Distribution, Filmtrade, Karma Films, Tongariro Releasing

Durata: 95 min

Regia: Filippo Meneghetti

Sceneggiatura: Filippo Meneghetti, Malysone Bovorasmy

Fotografia: Aurélien Marra

Montaggio: Ronan Tronchot

Musiche: Michele Menini

Attori: Barbara Sukowa, Martine Chevallier, Léa Drucker, Jérome Varanfrain, Muriel Bénazéraf, Augustin Reynes.

Trailer italiano del film Due (2019)

Le opere prime sono sempre alimentate da un’urgenza. Da quel desiderio impellente di maneggiare l’audiovisivo per raccontare una personale visione del mondo che ha bisogno di giungere dritta al cuore dello spettatore. Quella del regista nostrano, Filippo Meneghetti, tira in ballo un’intima dimensione relazionale: la storia di un amore senile al femminile, pronto a superare i confini dell’etero normatività, in nome dell’affermazione della piena libertà del sentimento. Due (Deux) è stato presentato nel 2019 al Toronto International Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, ha rappresentato la Francia agli Oscar nel 2021, è stata candidata ai Golden Globe e si è aggiudicata un premio César (su quattro candidature) e due Prix Lumières, riscuotendo un’unanime approvazione da parte della critica.

Trama di Due

Madeleine (Martine Chevallier) e Nina (Barbara Sukowa), due donne in pensione, condividono da anni una relazione amorosa. Tutti, compresi i rispettivi familiari, non conoscono la reale natura del loro legame. Agli occhi di conoscenti e parenti, dunque, sono semplici amiche che vivono sullo stesso pianerottolo di casa, scambiandosi gesti di comune gentilezza tra coinquiline. Il sopraggiungere di un evento imprevisto, però, rischierà di portare a galla il segreto che le unisce.

Recensione di Due

L’amore saffico non ha età. Non è fatto solo di corpi giovani privi di rughe, pronti a esibire la loro sensualità. Come, allo stesso modo, non è esclusivamente alimentato dalla foga di una passione carnale incontrollabile. Lo sa bene Meneghetti che, trattando di un rapporto senile, ritrae sul grande schermo la fenomenologia di un sentimento dalle tonalità tenui, in cui domina la dolcezza del condividersi giorno per giorno. Quello di Nina e Madeleine, soprannominata Mado, è un accompagnarsi reciproco nell’evolversi della routine quotidiana. Si baciano nel buio della notte, lontano da occhi indiscreti; si svegliano al mattino, tra un abbraccio e una leggera carezza, per poi, di tanto in tanto, abbandonarsi alla leggiadria della danza, sotto le note di Chariot, di Bette Curtis.

Davanti gli occhi dello spettatore si manifestano tutti gli elementi propri di un idillio amoroso, speso all’insegna del reciproco scambio di attenzioni e premure. Eppure, c’è una nota stonata che rischia d’incrinare l’equilibrio di questo armonico puzzle: l’incapacità di Madeleine di vivere il rapporto con l’amata alla luce del sole. Quest’ultima, infatti, è restia a parlarne con la famiglia, perché ne teme un giudizio di natura inquisitoria. Ma l’occasione effettiva per vuotare il sacco le arriva nel momento in cui, assieme a Nina, progetta di trasferirsi a Roma. Prima di lasciare l’appartamento, quindi, Mado ha la possibilità di parlare con i suoi figli per rivelare loro una verità tenuta nascosta per troppo tempo. Nonostante le buone intenzioni, però, ella non riesce nell’intento prefissatosi. Il ricordo dell’ex marito tirato in ballo dalla figlia Anne (Léa Drucker), la blocca completamente.

All’immobilità di lei si contrappone l’irruenza caratteriale di Nina che, invece, forte e determinata, non esita a scaricare addosso alla sua compagna la sua frustrazione. Non è più in grado di sopportare l’inazione di una donna che, alla sua età, ancora si lascia influenzare dall’opinione degli altri. Il loro è un dialogo acceso – fatto di scuse, recriminazioni, durezze verbali – che dà una profonda scossa all’impasto narrativo, anticipando il sopraggiungere dell’evento clou: la malattia di Mado. Un ictus improvviso, infatti, la costringe al mutismo. A una terribile afasia che le impedisce di articolare le parole, pur mantenendo più o meno intatte le proprie facoltà mentali. Si tratta di un evento che sconvolge emotivamente Nina e che, inevitabilmente, sfalda l’orizzonte di convivenza della coppia.

Madeleine in una scena di Due

Ora che Madeleine è debilitata, infatti, c’è la figlia a occuparsi di lei, assieme a una colf che l’assiste giorno e notte. In questa rinnovata condizione, allora, sembra non esserci più spazio per Nina. O quantomeno per la Nina nelle vesti di compagna per la vita. Ma – si sa – l’amore è duro da uccidere. Non a caso, la donna non si dà per vinta, e, sfidando il buio dell’appartamento e la presenza – inutile – della colf, non esita a intrufolarvisi cercando, come può, di stare vicina alla sua Mado. Quest’ultima non può parlare, ha i riflessi rallentati, ma è evidente che riconosce il volto, i lineamenti, e il suono della sua voce della persona con cui ha condiviso gran parte della vita. E lo si comprende dall’espressione compiaciuta che, di sfuggita, le rivolge. In altre parole, Madeleine riconosce bene l’amore che Nina rappresenta e ha sempre rappresentato per lei. Come a voler sottintendere che, per questo processo d’identificazione, non sono necessarie le parole. E allora, nonostante l’assordante silenzio che ingombra la mente e i pensieri, entrambe sono consapevoli di avere bisogno l’una dell’altra.

È proprio sul loro cercarsi – attraverso la profondità degli sguardi rivoltisi – che la camera di Meneghetti si focalizza con estrema cura e minuzia. È sugli occhi assorti di Mado che il regista spesso si sofferma, nel tentativo di far trasparire le sue emozioni, quei pensieri ai quali non può più dare voce. Il risultato è la materializzazione di una regia intimistica, che indaga e mostra le movenze interiori ed esteriori di due personaggi femminili di grande spessore morale. Due anime nel cui universo più intimo il regista sembra entrare in punta di piedi, con la cautela propria di chi non vuole sbandierare ai quattro venti l’accadere dell’amore. Un evento troppo personale da rendere visibile integralmente. In questo senso, il cineasta sceglie di non mostrare lo scambio di corpi, l’atto sessuale nudo e crudo, bensì lo lascia immaginare allo spettatore, che, dall’altra parte dello schermo, recepisce solamente l’eco attenuato di gemiti e sospiri.

La storia raccontata da Meneghetti è anche quella di due anime messe a dura prova dalla mossa inaspettata di un destino beffardo. Ma la malattia – e il dolore connesso – in fondo diventano una preziosa occasione di crescita. Diventano lo strumento tramite cui Nina e Madeleine possono indirettamente rinsaldare le basi del loro rapporto, il quale, a un certo punto, non può che svelarsi naturalmente per quello che è realmente: qualcosa di più che un’occasionale relazione amicale.

Mado e Nina sugellano il loro amore nella danza.
Mado e Nina sugellano il loro amore nella danza.

In conclusione

Se la forza del sentimento si dimostra in grado di vincere ostacoli, resistenze e cecità esterne, vuol dire che, evidentemente, esso è destinato a vincere anche la sfida del tempo. Ma intanto, non rimane che lasciarsi travolgere dalla potenza visiva di un ultimo frame. Nell’ambito di una calibrata narrazione dalla struttura circolare, si finisce da dove si era partiti. Dalla stanza di un appartamento disadorno dove, in un crescendo di adrenalina e tensione emotiva, si balla per non morire succubi dei mortificanti pregiudizi. Si balla per reagire al gioco della sorte. Si balla con la certezza che – come ricordano ancora le note di Betty Curtis – «la terra, la terra, la terra sarà senza frontiere». Quella scritta e diretta da Meneghetti è una pellicola che fa del sentimento un mezzo attraverso cui rimanere aggrappati alla complessa trama dell’esistenza. Un film che porta in scena il racconto di due moderne eroine che combattono per il loro amore.

Nota positiva:

  • Regia raffinata, capace di cogliere e restituire per immagini l’universo emozionale di due interpreti femminili magistrali.

Nota negativa:

  • La narrazione, a tratti, perde di dinamismo.
  • L’introspezione primeggia sull’azione.

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