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E tanta paura
Titolo originale: E tanta paura
Anno: 1976
Nazione: Italia
Casa di produzione: Centro Produzioni Cinematografiche Città di Milano, G.P.E. Enterprises
Distribuzione italiana: –
Durata: 98 minuti
Regia: Paolo Cavara
Sceneggiatura: Paolo Cavara, Bernardino Zapponi, Enrico Oldoini
Fotografia: Franco Di Giacomo
Montaggio: Sergio Montanari
Musiche: Daniele Patucchi
Attori: Michele Placido, Corinne Cléry, Eli Wallach, Quinto Parmeggiani, Cecilia Polizzi, Eddy Fay, John Steiner, Jacques Herlin, Tom Skerritt, Greta Vaillant, Enrico Oldoini
Trailer di “E tanta paura”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Paolo Cavara, cineasta bolognese classe 1926, dopo aver debuttato nel cinema come regista di documentari — realizzando insieme a Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi il cult Mondo Cane (1962) e La donna nel mondo (1963) — nel 1967 decide di spostare il proprio focus narrativo dal reale alla fiction, firmando il film d’avventura L’occhio selvaggio, sceneggiato da Tonino Guerra e Alberto Moravia. È però con La tarantola dal ventre nero (1971) che Cavara entra pienamente nel filone del giallo erotico all’italiana, realizzando una delle pellicole più iconiche del genere nei primi anni Settanta.
Dopo aver attraversato altri territori cinematografici — dalla commedia al western — nel 1975 il regista torna al giallo erotico con E tanta paura (1976), scritto dallo stesso Cavara insieme a Enrico Oldoini, qui alla sua prima sceneggiatura, e a Bernardino Zapponi, storico collaboratore felliniano e autore di Tre passi nel delirio (1967), Block‑notes di un regista (1969), Fellini Satyricon (1969), Roma (1972), oltre che del capolavoro argentiano Profondo Rosso (1975).
Con E tanta paura Cavara dà vita a una co‑produzione internazionale che unisce attori italiani e stranieri. Il protagonista è Michele Placido, allora poco conosciuto e reduce dal ruolo in Romanzo popolare di Monicelli (1974). Al suo fianco troviamo l’attrice francese Corinne Cléry, che diventerà celebre come Bond Girl in Moonraker – Operazione spazio (1979), oltre a Eli Wallach (Lord Jim, 1965; Il buono, il brutto, il cattivo, 1966) e al britannico John Steiner (Zanna bianca, 1973; Roma violenta, 1975).
Il film, noto negli Stati Uniti con il titolo Plot of Fear, viene distribuito in Italia il 17 settembre 1976.
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Trama di “E tanta paura”
Nella Milano degli anni ’70, Elvira Meniconi, una prostituta, si reca nell’appartamento di un suo cliente, Mattia Grandi, che la attende con trepidazione. Le cose, però, non vanno come l’uomo sperava: poco dopo essere entrata in casa, la donna lo strangola brutalmente, uccidendolo. Nella stessa serata avviene un secondo delitto, quello della prostituta Laura Falconieri, assassinata con una chiave inglese all’interno di un autobus giunto al capolinea e completamente vuoto. I due casi, apparentemente privi di connessioni, presentano però un elemento comune: sulla scena del crimine viene rinvenuta un’illustrazione, un ritaglio tratto dal libro Pierino Porcospino di Heinrich Hoffmann. Un dettaglio che lascia intuire come gli omicidi siano opera della stessa mano.
L’indagine viene affidata all’ispettore napoletano Gaspare Lomenzo, che intrattiene una relazione sentimentale aperta con una modella afroamericana, relazione che gli consente di frequentare il mondo notturno glamour milanese. Proprio durante una festa in un locale, Lomenzo rincontra Jeanne, una giovane modella francese che vive nel suo stesso palazzo e che aveva conosciuto fugacemente in ascensore. Tra i due nasce rapidamente un legame sentimentale, mentre la mano del serial killer continua a colpire, eliminando individui legati a un giro di festini organizzati a Villa Hoffman e connessi al noto Club della Fauna, nonché alla morte della giovane Rosa Catena, deceduta per infarto durante uno di questi party — festa alla quale aveva partecipato anche Jeanne.
Parallelamente alle indagini ufficiali di Lomenzo, anche l’investigatore privato Pietro Riccio, su richiesta di Angelo Scanavini — frequentatore abituale di Villa Hoffman — inizia a muoversi nell’ombra per far luce sul caso.
Recensione di “E tanta paura”
La pellicola del 1976 di Paolo Cavara non può essere considerata uno dei migliori esempi del filone poliziesco‑giallo erotico all’italiana, sottogenere nato alla fine degli anni ’60 e esploso culturalmente negli anni ’70 per poi scomparire progressivamente, lasciando spazio a produzioni horror e investigative meno “scandalose” e meno incentrate sul racconto del corpo in senso erotico. Se si analizza il panorama del genere, emergono titoli di valore narrativo e stilistico superiore a E tanta paura: La tarantola dal ventre nero di Cavara, Orgasmo e Così dolce… così perversa di Umberto Lenzi, Sette scialli di seta gialla di Sergio Pastore, Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave di Sergio Martino e l’originale Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci. Difatti, E tanta paura è un film pieno di difetti, ma non privo di pregi: la storia di base è interessante e offre spunti tematici e drammaturgici validi. Purtroppo, questi elementi vengono sviliti da una scrittura e da una messa in scena spesso caotiche e confusionarie, che indeboliscono la forza di un plot altrimenti originale e affascinante.
Dal punto di vista tematico e drammaturgico, affascina la rappresentazione di una sorta di setta aristocratica‑borghese, il cosiddetto Club della Fauna: un’associazione che si presenta come animalista ma che, dietro la cura degli animali, organizza festini a base di droga, giochi sessuali e non solo. L’idea di un’élite segreta richiama lontanamente il club elitario di Eyes Wide Shut (1999); tuttavia, mentre Kubrick riesce a tratteggiare e a sviluppare quell’organizzazione con un senso di inquietudine e mistero, Cavara non riesce a conferire alla sua versione la stessa densità narrativa e il medesimo fascino perturbante.
Eroticità e lo strano investigatore
E tanta paura rientra pienamente nel filone del giallo erotico all’italiana, proponendo numerose sequenze incentrate sulla sessualità e sul racconto dei corpi, senza però scivolare nell’eccesso o nella pornografia. Cavara inserisce l’elemento erotico con grande misura ed eleganza: lo utilizza come strumento tematico per approfondire i caratteri e per rendere credibile il mondo borghese e mondano in cui i personaggi si muovono, evitando stereotipi drammaturgici effimeri. Così, il film offre una rappresentazione della sessualità sorprendentemente avanzata per l’epoca e per la cultura italiana degli anni Settanta, tanto che sorprende come non sia stato travolto dalla censura, soprattutto per i numerosi nudi di Corinne Cléry e per la sequenza del Club della Fauna, dove si svolgono giochi sessuali e si proietta l’animazione erotica italiana Il nano e la strega (1973) di Gioacchino Libratti e Gibba.
Cavara non racconta un erotismo fine a sé stesso: pur mostrando scene esplicite e nudità femminile, evita l’eccesso e non mostra, come gran parte dei gialli eroticci anni ‘70, parti intime maschili, scegliendo invece di impiegare la sessualità come chiave per raccontare la borghesia milanese e il mondo della moda di quegli anni. Il regista non emette giudizi morali netti, ma mette in scena relazioni e pratiche che sfidano il buon senso comune dell’Italia degli anni Settanta, restituendo un ritratto sociale complesso e non moralistico. Il film si concentra su relazioni aperte — come quella nel primo atto tra il protagonista e una modella americana — e mostra anche rapporti bisessuali e omosessuali, il tutto rappresentato senza giudizio e con una buona ampiezza dello spettro delle pulsioni e delle identità sessuali. Tuttavia, questa rappresentazione della sessualità non è una novità assoluta: negli anni ’70 molte pellicole affrontavano temi simili, per poi vederli quasi diventare tabù negli anni ’80, ’90 e 2000. Allo stesso modo, la drammaturgia incentrata sul mondo della moda non è originale: il cinema erotico e giallo di quegli anni ha spesso sfruttato quell’ambiente — si pensi a La morte accarezza a mezzanotte di Ercoli, Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? di Carnimeo, Sette scialli di seta gialla di Sergio Pastore, Sei donne per l’assassino di Bava o La morte cammina con i tacchi alti di Ercolini — tutte pellicole che raccontano glamour e nudità con modalità affini.
Se in E tanta paura si può individuare una novità, questa risiede nella caratterizzazione dell’ispettore Gaspare Lomenzo, figura che si discosta dal detective canonico. Lomenzo fonde procedure ufficiali e rigore professionale con un approccio pragmatico, intuitivo e profondamente umano: non si limita a raccogliere prove seguendo protocolli, ma costruisce l’indagine attraverso reti di contatti, collaborazioni con investigatori privati e un uso sapiente dell’intuito. Il suo coinvolgimento emotivo lo porta a confrontarsi con dilemmi morali e tensioni personali che ridefiniscono le sue scelte operative. Indubbiamente, Lomenzo non è il detective distaccato che osserva il crimine dall’esterno, ma un protagonista che si sporca le mani, si lascia toccare dalle storie delle vittime e talvolta piega le regole per arrivare alla verità. Narrativamente, questa ibridazione lo rende uno strumento ideale per un cinema che mescola giallo, erotismo e critica sociale: la sua figura riflette le ambiguità del contesto, mette in luce le contraddizioni di una società corrotta e permette alla trama di esplorare non solo il “chi” e il “come” del delitto, ma anche il “perché” umano e culturale che lo genera. Attraverso questo personaggio, e il caso stesso, il film pone un dilemma morale centrale: come può una persona diventare un assassino e fino a che punto la complessità umana giustifica o spiega l’omicidio? Il coinvolgimento personale dell’ispettore — che per amore è disposto a piegare le leggi — suggerisce che, in circostanze estreme, chiunque potrebbe trovarsi a compiere atti estremi. Lo spettatore viene così messo di fronte a una domanda etica: se a causa di eventi della vita, dovesse scegliere tra uccidere per proteggersi o non uccidere ed avere dei grossi problemi, cosa farebbe?
Sceneggiatura e coesione drammaturgica
Se a livello visivo il film non è privo di momenti riusciti — in particolare la sequenza con Hoffman dietro la gabbia e la scena degli specchi nel finale — il vero tallone d’Achille di E tanta paura resta la sceneggiatura: il modo in cui gli eventi vengono raccontati indebolisce costantemente la tensione drammaturgica. Gli sceneggiatori non riescono a costruire un senso duraturo di paura né a dare vita scenica a delitti memorabili; le scoperte investigative arrivano spesso in modo improvviso e non sono sostenute da un percorso logico che conduca lo spettatore dall’A alla B.
La narrazione risulta troppo verbale e frammentata: si passa da un episodio all’altro senza raccordi efficaci, generando confusione e disorientamento. La mancata integrazione tra il registro poliziesco e l’elemento fiabesco legato a Pierino Porcospino, fiaba illustrata del 1845, è l’esempio più evidente di questa debolezza. La fiaba avrebbe dovuto agire come filo tematico e simbolico, ricorrente e funzionale agli omicidi; invece resta un elemento episodico, poco connesso alla trama principale, privando il film di una coesione simbolica che ne avrebbe potuto rafforzare il senso e la tensione. Questa assenza di commistione tematica è il vero limite del film: mentre esempi come Non ho sonno di Dario Argento mostrano come la fusione tra fiaba e investigazione possa generare inquietudine e profondità, qui la fiaba rimane un ornamentazione priva di peso drammaturgico.
La pellicola, al di là delle valide interpretazioni — in particolare di Corinne Cléry ed Eli Wallach, perfettamente a loro agio nei rispettivi ruoli — e di un soggetto di partenza interessante, si perde in una sceneggiatura mal costruita che rende il film eccessivamente intricato. Se l’intreccio complesso può talvolta essere un pregio, qui diventa un limite: la narrazione non riesce a trasformare la complessità in tensione drammaturgica coerente. Si salvano alcuni aspetti: il trattamento dell’erotismo, gestito con misura ed efficacia; l’uso della mediacità (telefono, televisione, registrazioni audio) come dispositivo narrativo; e il tema della violenza intesa come possibilità umana, ossia l’idea che chiunque, in determinate circostanze, possa diventare un assassino. Per il resto, però, il film risulta complessivamente non riuscito.
In conclusione
E tanta paura di Paolo Cavara è un film che affascina per alcune intuizioni tematiche e per la capacità di rappresentare una borghesia corrotta attraverso l’erotismo e il mondo della moda, ma che alla fine non riesce a trasformare queste potenzialità in un’opera compiuta. Alla fine restano momenti visivamente riusciti e interpretazioni solide, ma il film paga il prezzo di una costruzione narrativa confusa che impedisce al progetto di raggiungere la forza inquietante e simbolica che avrebbe meritato.
Note positive
- Idea di base solida: il Club della Fauna come élite corrotta è un concept intrigante.Trattamento dell’erotismo: misurato, funzionale alla critica sociale e non gratuito.
- Interpretazioni: Corinne Cléry ed Eli Wallach in parte convincente.
Note negative
- Sceneggiatura debole: narrazione frammentata e scarsa coesione tematica.
- Mancata integrazione simbolica: la fiaba di Pierino Porcospino resta un elemento episodico.
- Tensione drammatica insufficiente: i delitti non acquistano la forza scenica necessaria.
- Percorso investigativo poco logico: scoperte improvvise e raccordi narrativi carenti.
- Intreccio eccessivamente intricato che non si traduce in profondità.
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| Colonna sonora e sonoro |
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SUMMARY
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3.0
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