Emily in Paris 5 (2025). Roma non basta

Recensione di Emily in Paris 5: una stagione di transizione che sposta Emily a Roma senza rinnovare davvero la serie. Pochi cambiamenti, molti stereotipi e un’unica vera evoluzione: quella di Gabriel.

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Emily In Paris. (L to R) Paul Forman as Nicolas De Leon, Lily Collins as Emily, Eugenio Franceschini as Marcello, Lucien Laviscount as Alfie in episode 509 of Emily In Paris. Cr. Caroline Dubois/Netflix © 2025
Emily In Paris. (L to R) Paul Forman as Nicolas De Leon, Lily Collins as Emily, Eugenio Franceschini as Marcello, Lucien Laviscount as Alfie in episode 509 of Emily In Paris. Cr. Caroline Dubois/Netflix © 2025

Emily in Paris 5

Titolo originale: Emily in Paris

Anno: 2025

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Commedia, Sentimentale, Drammatico

Casa di Produzione: Netflix, Darren Star Productions, Jax Media

Distribuzione italiana: Netflix

Ideatore: Darren Star

Stagione: 5

Puntate: 10

Regia: Andrew Fleming, Erin Ehrlich

Sceneggiatura: Darren Star, Joe Murphy, Alison Brown, Grant Sloss, Robin Schiff, Don Roos, Liz Eney

Fotografia: Seamus Tierney, Stephane Bourgoin

Attori: Lily Collins, Philippine Leroy-Beaulieu, Ashley Park, Lucas Bravo, Samuel Arnold, Bruno Gouery, William Abadie, Lucien Laviscount, Minnie Driver, Paul Forman, Bryan Greenberg, Jonathan Cake, Michèle Laroque, Eugenio Franceschini, Arnaud Binard, Thalia Besson

Trailer di “Emily in Paris 5”

Informazioni sulla stagione e dove vederla in streaming

Il 18 dicembre 2025 viene distribuita su Netflix la quinta stagione di Emily in Paris, composta da dieci episodi e con al centro Lily Collins nei panni dell’americana Emily Cooper. La stagione, che vede ancora Darren Star come showrunner e alla regia Andrew Fleming ed Erin Ehrlich, mantiene quasi intatto il suo cast principale, con una sempre più rilevante Philippine Leroy‑Beaulieu nel ruolo di Sylvie Grateau, Ashley Park in quello di Mindy Chen e Bruno Gouery nei panni dell’eccentrico Luc. Torna anche la new entry della quarta stagione, Eugenio Franceschini (Sapore di te, Maldamore), che interpreta Marcello, la nuova fiamma di Emily.

A questi si aggiungono ulteriori volti nuovi: Minnie Driver, che dà vita alla stramba e imprevedibile Principessa Jane; Bryan Greenberg nel ruolo di Jake — personaggio che avrebbe meritato un maggiore approfondimento — e Michèle Laroque nei panni di Yvette, l’amica d’infanzia di Sylvie. La stagione, ambientata tra Roma, Parigi e Venezia, punta a rendere il viaggio di Emily ancora più entusiasmante, ampliando l’orizzonte narrativo e visivo della serie.

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Trama di “Emily in Paris 5”

Trasferitasi a Roma per dirigere il nuovo ufficio dell’Agence Grateau — salvo poi ritrovarsi nuovamente sotto il controllo di Sylvie — Emily si immerge in una città affascinante ma ricca di insidie, mentre tenta di bilanciare ambizioni professionali e vita sentimentale. La relazione nascente con Marcello ha garantito all’agenzia un prestigioso contratto con il marchio di cashmere della famiglia Muratori, ma l’incarico affidatole da Sylvie si rivela più complesso del previsto: aprire una sede nella capitale significa confrontarsi con nuove dinamiche, gestire collaboratori inediti e affrontare un mercato che non concede margini d’errore.

Quando un’importante iniziativa imprenditoriale fallisce, la carriera di Emily subisce un duro contraccolpo, costringendola a rimettere in discussione molte delle sue certezze. Nel tentativo di ritrovare un equilibrio, si lascia sedurre dalla dolce vita romana, mentre Sylvie valuta di riallacciare i rapporti con un vecchio cliente locale e il team cerca di orientarsi in un contesto completamente nuovo. Ma un segreto che coinvolge una persona a lei cara minaccia di sconvolgere ulteriormente gli equilibri, aggiungendo un ulteriore livello di tensione emotiva alla stagione.

Recensione di “Emily in Paris 5”

Il finale della quarta stagione ha introdotto un cambiamento netto e improvviso nell’intera serie, segnato da un forte cambio di location: Emily abbandona Parigi, la città degli innamorati, per trasferirsi a Roma, capitale dell’archeologia e della storia dell’Impero romano. Tuttavia, questo spostamento non ha soltanto una valenza geografica, ma dovrebbe rappresentare anche una trasformazione personale: ogni città in cui scegliamo di vivere porta con sé nuove esperienze, nuovi modi di leggere il mondo e nuove prospettive che inevitabilmente influenzano la nostra identità, ampliando la nostra personalità verso territori inesplorati. Ed è proprio questo che sarebbe dovuto accadere a Emily Cooper. Se il passaggio da Chicago a Parigi aveva prodotto un cambiamento interiore, spingendola ad assorbire alcuni tratti della cultura francese, il trasferimento da Parigi a Roma avrebbe dovuto arricchirla ulteriormente. Ma ciò non avviene, se non in modo marginale. Per questo motivo, il cambiamento drastico introdotto nella quinta stagione — almeno nei primi quattro episodi ambientati nella capitale italiana — non porta a Emily in Paris alcun frutto narrativo significativo: nessun mutamento, nessuno scossone drammaturgico capace di scardinare l’impianto consolidato nei precedenti quaranta episodi.

A livello narrativo, per come la stagione è strutturata, essere a Roma o Parigi cambia poco o nulla: la differenza resta quasi esclusivamente geografica e culturale. La causa è una evidente mancanza di coraggio da parte dello showrunner Darren Star, che sceglie di non rischiare, di non osare con gli elementi a sua disposizione, limitandosi a trasportare ciò che funzionava a Parigi direttamente a Roma. Questo limite emerge con chiarezza nel lavoro di Emily, in particolare nell’ufficio distaccato dell’Agence Grateau che Sylvie apre nella capitale: un ufficio che, in teoria, dovrebbe essere affidato a Emily in futuro. Una simile apertura avrebbe potuto introdurre nuovi volti, nuovi personaggi italiani, nuove dinamiche professionali. Invece, Star decide di trasferire l’intero team parigino a Roma, catapultando Sylvie, Luc e Julien in Italia e ricreando la stessa struttura narrativa che funzionava in Francia, ma che qui appare fuori contesto, quasi macchiettistica. Questa impostazione caricaturale si riflette anche nella rappresentazione dei Romani e della città stessa, raccontata in modo didascalico attraverso stereotipi, frivolezze e superficialità. Se il tono sopra le righe funzionava a Parigi, qui perde efficacia, generando un senso di artificiosità che indebolisce la credibilità della narrazione. Curiosamente, questo problema non affligge il capitolo veneziano, che risulta più equilibrato sia visivamente sia a livello di scrittura.

A mio avviso, raccontare il passaggio di Emily da Parigi a Roma richiedeva molto più di una nuova storia d’amore e di un semplice cambio di location: serviva un vero cambiamento strutturale dell’impianto drammaturgico, a partire dall’introduzione di nuovi colleghi italiani all’interno dell’Agence Grateau, capaci di dare un respiro diverso allo show. Invece, la serie si perde in nuove relazioni italiane di Sylvie e in gag poco riuscite con Luc, trasformato in una sorta di Don Giovanni. Ancora più discutibile è il trasferimento a Roma di personaggi come Mindy Chen e Alfie. Perché Emily non avrebbe potuto conoscere persone nuove, costruire nuovi rapporti, esplorare nuove dinamiche? Ovviamente senza abbandonare le storie parigine, che — com’è giusto — devono rimanere centrali in una serie che si chiama Emily in Paris.

Dire però che la quinta stagione non porti con sé alcuna novità drammaturgica non sarebbe del tutto corretto, soprattutto per quanto riguarda la parte parigina, che modifica — seppur in misura minima — la sua struttura narrativa eliminando dalla scena due personaggi fondamentali delle prime quattro stagioni. Due figure che, per certi versi, avevano sostenuto l’evoluzione della storia insieme a Emily: Camille Lalisse, interpretata da Camille Razat, completamente assente in questa stagione, e lo chef stellato Gabriel, interpretato da Lucas Bravo. Quest’ultimo, pur essendo stato una presenza centrale nell’arco evolutivo della Cooper, viene relegato in secondo piano attraverso una scelta narrativa che lo estromette per quasi tutta la stagione, salvo poi farlo riemergere nel finale con un peso significativo in vista della sesta stagione. I suoi unici momenti davvero rilevanti si concentrano infatti nell’episodio 5×10, in una scena dal sapore quasi di addio con Emily — un addio che, tuttavia, appare poco credibile alla luce del finale.

Oltre a questo taglio netto con personaggi cardine delle stagioni precedenti, la serie abbandona anche il suo lato più spumeggiante e contemporaneo legato al mondo degli influencer: Emily è meno incline a scattare foto, a fare selfie, a documentare la propria vita attraverso lo smartphone. Questa scelta, a mio avviso, priva la serie di quel senso di attualità e di quella forza pop che l’avevano resa riconoscibile, perché la commistione glamour tra moda, social media e romanticismo da soap opera era uno degli elementi più riusciti del progetto. In questa stagione tali componenti risultano poco presenti, così come il lavoro di Emily, che appare più concentrata sulla relazione con Marcello — interpretato in modo poco convincente da Eugenio Franceschini — che sul suo consueto spirito professionale. Una scelta che indebolisce ulteriormente la coerenza del personaggio e la freschezza della serie.

Questa è una delle mie stagioni preferite della serie. Penso che prenda una direzione diversa e la storia mi sembra davvero fresca. Non ruota più attorno alla relazione tra Emily e Gabriel — non è più quello il motore dello show. Si svolge in location straordinarie: siamo a Roma, a Parigi, a Venezia. Volevo davvero dare alla serie un respiro più ampio questa stagione, espandere gli orizzonti di ciò che può diventare e dei luoghi in cui può arrivare. C’è anche una grande crescita per il personaggio di Emily. Le relazioni sembrano più mature quest’anno e credo che ci sia molto da fare per tutto il cast. È qualcosa su cui riflettiamo molto nella writers’ room: abbiamo un cast eccezionale e vogliamo dare opportunità a tutti. Ci piace ragionare insieme ai personaggi, così la serie diventa più grande, più ricca e più profonda.

Darren Star

Una stagione di passaggio: evoluzioni mancate e temi solo abbozzati

Se però escludiamo il finale e l’evoluzione narrativa di Gabriel — che finalmente decide di cambiare la propria vita — la quinta stagione non apporta alcun tipo di effettiva evoluzione drammaturgica alla vicenda, rivelandosi, salvo l’ultimo episodio, una stagione di passaggio e di preparazione alla sesta. In questo senso, eliminando la storia d’amore di Emily, dal finale imbarazzantemente prevedibile, non possiamo che constatare come la nostra protagonista abbia attraversato un percorso narrativo piatto e superficiale, privo di una crescita netta e significativa. Diverso è invece il discorso per Mindy, che in questi dieci episodi assume un ruolo ancor più centrale rispetto alle stagioni precedenti. Il suo personaggio, pur mantenendo una certa leggerezza, viene portato avanti con maggiore attenzione, trovandosi nel finale di stagione di fronte a una scelta importante per la sua evoluzione, raccontata attraverso un triangolo amoroso piacevole e ben gestito. Interessante, inoltre, come la storia connessa a Mindy introduca nella serie la tematica dell’amicizia e del tradimento tra amiche: un tema che, in un certo momento della stagione, sembra ergersi a vero epicentro della narrazione. Questa riflessione sull’amicizia viene ripresa anche da Sylvie, che si ritrova a riconnettersi con una cara amica d’infanzia con cui aveva rotto brutalmente in passato. Peccato, però, che tali tematiche — amicizia e fallimento — vengano introdotte e subito ritratte, trattate sia nella parte romana sia nel finale francese con una superficialità che impedisce loro di acquisire il necessario spessore drammaturgico.

Ciò che rimane davvero di alto livello all’interno della serie è il lavoro di taglio e costume, da sempre fondamentale per evidenziare le evoluzioni interiori dei personaggi. In questa stagione, tuttavia, la trasformazione dei personaggi sembra emergere più dai costumi e dal trucco che non dalla sceneggiatura, segno di una scrittura che fatica a sostenere la complessità visiva che la serie continua invece a esprimere con efficacia.

In questa stagione ci siamo ispirati a numerose icone del cinema classico e della moda, proprio come nell’omaggio a Charade. Abbiamo reso tributo ai film italiani in bianco e nero degli anni ’50, guardando a leggende come Sophia Loren e Claudia Cardinale. Abbiamo anche richiamato Juliette Gréco nel periodo di Saint‑Germain‑des‑Prés con Miles Davis, così come l’iconica modella e attrice Capucine, vestita Givenchy, ne La Pantera Rosa. Altre influenze includono Anita Pallenberg negli anni ’70, Yves Saint Laurent e, naturalmente, l’eleganza senza tempo di Audrey Hepburn. Ogni riferimento ha contribuito non solo al guardaroba di Emily, ma all’intera estetica della stagione, creando un’atmosfera radicata nella storia del cinema e allo stesso tempo moderna e fresca.

Emily è più forte, più audace, più coraggiosa, più sicura di sé e pronta all’azione e all’avventura. Si sente finalmente a suo agio: con se stessa, con il proprio corpo, nel lavoro e nella vita. Nei suoi outfit c’è una nuova maturità e un senso di semplicità. Non noiosa — mai noiosa — ma chic, sofisticata e con un’audacia essenziale. La semplicità non significa mescolare colori, stampe, texture e stili tutti insieme; può voler dire un solo colore, una scarpa statement o un paio di occhiali da sole che parlano da soli. Con il nuovo taglio di capelli, era importante che fosse proprio il taglio a dire tutto, mentre i look lo valorizzavano. Non si trattava sempre di creare outfit elaborati o di cambiare drasticamente capelli e trucco in ogni scena. Gli abiti da soli costruivano per Emily un’estetica audace e coraggiosa, con un tocco sofisticato e maturo, mentre i capelli aggiungevano il dettaglio finale — il sigillo che completava quell’atmosfera. Direi che Emily è decisamente evoluta in questa stagione. È qui per restare, sta facendo passi importanti e si sente sicura di sé.

Lily Collins

In conclusione

La quinta stagione di Emily in Paris tenta un rinnovamento radicale attraverso il trasferimento romano, ma finisce per rivelare i limiti strutturali della serie: un cambio di location senza un reale cambio di paradigma. Roma diventa un fondale estetico più che un motore narrativo. Darren Star sceglie la via più prudente, replicando dinamiche, personaggi e toni parigini senza sfruttare le potenzialità drammaturgiche offerte dal nuovo contesto. Il risultato è una stagione di transizione, priva di coraggio e incapace di generare un vero scossone narrativo, fatta eccezione per il finale e per l’arco di Gabriel, unico elemento realmente significativo in vista della sesta stagione.

A brillare è soprattutto Mindy, che diventa, quasi, la vera protagonista, mentre Emily rimane intrappolata in un percorso piatto, prevedibile e sorprendentemente poco incisivo. Le tematiche dell’amicizia, del fallimento e della crescita personale emergono ma non vengono mai sviluppate con profondità. Rimane invece impeccabile il lavoro sui costumi e sul taglio visivo, che continua a essere il marchio di fabbrica della serie. Emily in Paris 5 è dunque un capitolo interlocutorio: elegante, leggero, piacevole da guardare, ma narrativamente timido e incapace di sfruttare davvero la promessa del suo nuovo inizio.

Note positive

  • Cambio di location potenzialmente interessante
  • Ottimo lavoro di costumi, trucco e styling

Note negative

  • Cambio di location non accompagnato da un vero cambio drammaturgico
  • Emily priva di evoluzione significativa
  • Mancanza di nuovi personaggi italiani: cast riciclato e fuori contesto
  • Marcello: interpretazione e scrittura poco convincenti

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
3.2
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.