First Cow (2019): i dolci frutti dell’amicizia

Recensione, trama e cast del film di “First Cow”, una storia incentrata sulla forza dell’amicizia e sulle origini dell’identità statunitense

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Orion Lee (left) as "King-Lu" and John Magaro (right) as "Cookie" in director Kelly Reichardt's FIRST COW, released by A24 Films. Credit : Allyson Riggs / A24 Films
Orion Lee (left) as “King-Lu” and John Magaro (right) as “Cookie” in director Kelly Reichardt’s FIRST COW, released by A24 Films. Credit : Allyson Riggs / A24 Films FIRST COW_11.17.18_AR_0377.ARW

Trailer di “First Cow”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

“First Cow” è il settimo lungometraggio della regista Kelly Reichardt (“River of Grass”, “Old Joy”, “Wendy and Lucy”, “Meek’s Cutoff”, “Night Moves” e il più recente “Certain Women”), ormai riconosciuta come una delle principali cineaste indipendenti degli Stati Uniti.

Per la quinta volta, Reichardt collabora alla sceneggiatura di un suo film con lo scrittore Jonathan Raymond, autore del romanzo “The Half-Life” (2004), da cui il film è tratto.

Candidato a diversi premi, tra cui l’Orso d’Oro al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2020, e vincitore di riconoscimenti come il New York Film Critics Circle Awards, questo adattamento cinematografico mescola dramma e momenti di commedia per raccontare una storia di amicizia sullo sfondo del colonialismo inglese, in un’epoca in cui iniziano a delinearsi le fondamenta degli attuali Stati Uniti d’America.

“First Cow” arriva in Italia il 9 luglio 2021 in esclusiva su MUBI, piattaforma nota per la sua selezione curata di film d’autore e indipendenti, sia classici che contemporanei.

“L’uccello ha il nido, il ragno la tela, l‘uomo l’amicizia.”

William Blake, poeta e pittore britannico – Frase con cui inizia il film First Cow

Trama di “First Cow”

Otis Figowitz (John Magaro), meglio conosciuto come “Cookie”, è un cuoco solitario e taciturno in viaggio verso Ovest, che si unisce a un gruppo di cacciatori di pellicce nell’Oregon.

L’unica persona con cui sente una reale affinità è King-Lu (Orion Lee), un immigrato cinese alla ricerca della propria fortuna.

Presto, i due scoprono un modo per realizzare il loro sogno americano: derubare un ricco proprietario terriero del latte della sua preziosa vacca—la prima e unica del territorio—per avviare un’attività commerciale di successo.

Recensione di “First Cow”

Nel panorama del cinema contemporaneo, sempre più cineasti indipendenti stanno emergendo con lavori di grande interesse, anche se solo alcuni ottengono una notorietà maggiore rispetto ad altri. Tra i nomi meno celebrati a livello internazionale, ma già ampiamente riconosciuti negli Stati Uniti, spicca Kelly Reichardt, una delle voci più distintive del cinema indipendente americano.

Per la quinta volta, Reichardt ambienta un suo film nel nord-ovest rurale degli Stati Uniti. Il suo settimo lungometraggio, “First Cow”, ha conquistato visibilità grazie alla candidatura all’Orso d’Oro alla Berlinale 2020.

L’Oregon degli ultimi anni dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento fa da cornice a una storia di amicizia tra il cuoco statunitense Otis Figowitz (John Magaro“Not Fade Away”, “Carol”, “Orange Is the New Black”) e il fuggitivo cinese King-Lu (Orion Lee“Star Wars: The Last Jedi”, “Informer”, “Skyfall”). I due uomini si incontrano per caso durante un viaggio e, sebbene sembrino opposti, sviluppano un legame che va oltre la semplice lealtà e devozione. Dopotutto, la loro diversità riguarda solo le origini.

Per ragioni personali, ma anche per via della realtà di un paese in formazione, dove le opportunità sembrano infinite, Otis (soprannominato spesso Cookie) e King-Lu si riconoscono nella loro posizione svantaggiata e nel comune desiderio di realizzare il loro personale sogno americano. Così, mettono in atto un piano rischioso—un equilibrio tra lavoro onesto e truffa—per ottenere il capitale necessario a costruire il proprio futuro.

La premessa ruota attorno a un elemento apparentemente semplice, ma profondamente simbolico: una vacca. L’unico esemplare della regione, introdotto nel territorio dell’attuale Oregon su richiesta del sovrintendente inglese (Toby Jones“The Hunger Games: Catching Fire”, “Berberian Sound Studio”, “Tinker Tailor Soldier Spy”) per poter gustare il tè con latte, proprio come in Gran Bretagna.

Per Otis e King-Lu, invece, quella stessa mucca rappresenta un’opportunità unica per avviare un’attività commerciale mai vista prima in quel luogo: preparare e vendere frittelle, utilizzando il latte per scopi ben diversi da quelli del sovrintendente.

Così, “First Cow” non si limita a esaltare il valore dell’amicizia come fenomeno naturale tra gli uomini—come suggerisce la frase che compare nei titoli di testa—ma sfrutta il contesto storico per riflettere sulle radici dell’identità statunitense e sulle dinamiche capitalistiche che la definiscono.

“C’è chi non si immagina di poter essere derubato.”

Otis “Cookie” Figowitz (John Magaro) Cit. First Cow

Metaforicamente visivo

“First Cow” si distingue soprattutto per la prevalenza del racconto visivo. I dialoghi, scritti da Kelly Reichardt insieme a Jon Raymond—già collaboratore della regista in altri due film, “Meek’s Cutoff” e “Night Moves”, e candidato a un Primetime Emmy per la sceneggiatura della miniserie HBO “Mildred Pierce”—sono misurati e ben ponderati. Il vero pregio della sceneggiatura risiede nella costruzione di una narrazione visuale che attribuisce grande peso ai dettagli e alle metafore su cui si fonda la storia.

La metafora più significativa è senza dubbio la vacca, che non è semplicemente un animale all’interno della trama, ma rappresenta la ricchezza stessa—una risorsa dalla quale tutti cercano di trarre profitto. Per alcuni è un privilegio e un’esclusività (come nel caso del sovrintendente inglese), per altri un’opportunità di sfuggire alla povertà e di accumulare un capitale (come per Cookie e King-Lu). Rubare al ricco sovrintendente il latte della sua mucca per avviare un’attività commerciale e migliorare la loro qualità di vita apre il dibattito su ciò che è lecito o meno nel loro piano, trascinando lo spettatore in quello che sembra essere il circolo vizioso del capitalismo.

Probabilmente è proprio questo l’aspetto più affascinante del film: come premesse semplici e apparentemente marginali riescano a offrire una chiave di lettura più profonda, donando originalità al trattamento di temi già esplorati in passato. Inoltre, permettono alla narrazione di creare efficaci momenti di tensione e commedia.

Sul piano visivo, il lavoro di Christopher Blauvelt—direttore della fotografia di altri tre film di Reichardt e di produzioni come “Emma” di Autumn de Wilde, “A Single Man” di Tom Ford e “The Bling Ring” di Sofia Coppola—è cruciale. La sua macchina da presa resta quasi sempre vicina al suolo e statica per intere scene, mentre l’immagine mantiene per tutta la durata il formato 4:3 (tipico della televisione per lungo tempo), creando un racconto visivo statico e sottraendo alla narrazione la grandiosità del widescreen, solitamente associato ai film Western (sebbene “First Cow” si limiti a sfiorare questo genere per via dell’ambientazione).

La scelta di “ingabbiare” lo spettatore in un campo visivo ridotto e di costringerlo a osservare per lunghi minuti la stessa prospettiva—senza movimenti di macchina né stacchi di montaggio—risponde alla semplicità intenzionale e “ingannevole” di Reichardt, che ha curato anche il montaggio. L’obiettivo è far emergere l’essenza della storia e spingere il pubblico fuori dalla sua zona di comfort. Per questa ragione, cogliere il racconto interiore ed emotivo delle immagini è fondamentale per apprezzare il film.

Tutti questi elementi—insieme alle ottime interpretazioni del cast e a una colonna sonora coinvolgente—rappresentano un punto di forza. Tuttavia, potrebbero risultare un ostacolo per un certo tipo di pubblico. Oltre a inserirsi nel panorama del cinema indipendente più autoriale e meno mainstream, “First Cow” appartiene a un cinema contemplativo: chiaro ma non esplicito, profondo e intimo. Non è privo di una storia universale, ma la sua forza risiede nella forma narrativa adottata.

Gli aspetti legati alla sceneggiatura, alla regia, alla fotografia e al montaggio contribuiscono a dare al film un ritmo volutamente lento e uno stile essenziale, attirando maggiormente l’interesse dal secondo atto in poi.

Risulta evidente che “First Cow” risponde perfettamente alla premessa e all’intenzione di Reichardt: costruire una storia che evita l’ovvietà e la critica superficiale nel confronto con tematiche già ampiamente esplorate nel cinema. Il rischio di riproporre argomenti già affrontati, ma con una rielaborazione originale, è un merito da valorizzare in un’industria che tende a giocare sul sicuro e che fatica a dare spazio non solo ai talenti emergenti, ma anche alla creatività e all’arte stessa.

“I poveri hanno bisogno di capitali per iniziare qualcosa, un miracolo, o un crimine.”

King-Lu (Orion Lee) Cit. First Cow

In conclusione

First Cow” merita di essere visto perché non è la classica storia su colonialismo, razzismo e capitalismo: piuttosto, interroga e riflette sulle radici di un grande paese come gli Stati Uniti, ponendo l’accento sull’amicizia come un rifugio emotivo—un modo per sentirsi davvero a “casa”.

Note positive

  •  La prospettiva originale da cui vengono trattate tematiche comuni come il capitalismo e il “sogno americano”.
  • Interpretazioni
  • Fotografia
  • Musica

Note negative

  •  Il ritmo del film può sembrare lento: è un cinema molto contemplativo, con degli snodi narrativi quasi impercettibili per come si evolve la storia e con scene statiche di una durata un po’ lunga, caratterizzandosi per la macchina da presa ferma per molto tempo nello stesso posto.

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Interpretazione
Emozione
SUMMARY
4.1
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Adelina Dragotta Guerrieri
Adelina Dragotta Guerrieri

Giornalista, filmmaker, video editor e sceneggiatrice. Laureata in Scienze della Comunicazione; Master in Sceneggiatura e Produzione Cinematografica e Televisiva. Da sempre appassionata dello storytelling audiovisivo.