Il mistero della donna scomparsa (1988): il guscio claustrofobico

Recensione, trama e cast Il mistero della donna scomparsa del 1988. Un thriller avvincente e oscuro di George Sluizer. Scopri trama e cast di questo classico degli anni '80.

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Trailer di “Il mistero della donna scomparsa”

Informazioni sul film e dove vederlo in streaming

“Il mistero della donna scomparsa” (1988), il cui titolo originale è Spoorloos, è stato diretto da George Sluizer. Il soggetto è stato tratto dal romanzo Het Gouden Ei (The Golden Egg) di Tim Krabbé, il quale collaborò con il regista per la realizzazione della sceneggiatura. Nel 1988 i due produttori, Sluizer e Lordon, ricevettero il Golden Calf per il miglior lungometraggio al Film Festival dei Paesi Bassi. Johanna ter Steege nello stesso anno vinse l’European Film Awards come migliore attrice non protagonista.

Trama di “Il mistero della donna scomparsa”

Undicesimo film di George Sluizer, descrive il rapporto di due giovani tedeschi innamorati in partenza per un viaggio in macchina, con destinazione Francia. Saskia ha come sogno ricorrente di ritrovarsi all’interno di un uovo che galleggia nello spazio. Nel mentre sono in macchina il sogno si evolve, la giovane ragazza si ricorda di un altro uovo contenente un’altra persona, e si ricorda che la collisione potrebbe portare alla fine di qualcosa. Questa sensazione di claustrofobia e incertezza accompagnerà lo spettatore sino agli ultimi minuti della pellicola, durante la ricerca da parte di Rex di Saskia all’interno di questo “uovo”.

Recensione di “Il mistero della donna scomparsa”

Qualsiasi traduzione del titolo mette di fronte lo spettatore di fronte a qualcosa che è scomparso, di cui non ci rimane traccia (Spoorloos in olandese), un mistero di una donna svanita in un’area di servizio. La pellicola ci introduce in prima istanza la coppia all’inizio di questo viaggio, sono innamorati e giovani ma anche un po’ sprovveduti e ingenui. Il loro è un amore frizzante e impulsivo, litigano e fanno pace come due bambini, piangono, urlano, si rincorrono per poi voler giocare insieme nuovamente. Ed è forse questo lo spirito che accompagna Saskia fino alla fine, la sua ingenuità e la sua bontà fanciullesca saranno la causa del suo male.

La sua sparizione non verrà spiegata sino alla fine del film, in cui non si avrà effettivamente un processo o un flashback, ma un voler ripercorre gli stessi passi di Saskia. Ecco allora che il sogno raccontato all’inizio diventa sempre più significativo, o forse premonitore.

Ogni equilibrio esistente ha la necessità di essere interrotto, e in questo caso l’artefice sarà Raymond, uomo inquadrato, con una famiglia pressappoco perfetta e un lavoro stabile. A cambiare la sua vita sarà l’acquisto di una casa in campagna, e in particolar modo l’urlo di sua figlia di fronte a un cassetto pieno di ragni. Quell’urlo sveglierà in lui un’idea, che forse è da sempre esistita dentro di lui, forse era rimasta in un angolo in silenzio come quei ragni all’interno del cassetto. The vanishing porta su pellicola l’atteggiamento di un sociopatico, consapevole di esserlo, e di come la casualità degli eventi possa cambiare la vita di due individui per sempre.

Rex, compagno di Saskia, cercherà di rifarsi una vita, di superare la scomparsa, cercando nella sua nuova compagna un po’ di sollievo, ma senza mai riuscirci pienamente. Nonostante per lui Saskia sia ormai un’amica il pensiero di ritrovarla diventa sempre più morboso. Sarà proprio questa necessità di sapere a spingerlo così tanto sino a scoprire, forse, la verità. Come detto prima né lo spettatore né Rex saprà mai effettivamente la fine che ha fatto Saskia. In un maniera poetica si sono ritrovati adiacenti ciascuno all’interno di un uovo e il loro sfiorarsi porterà al un differente finale per Raymond.

Stanley Kubrick, durante un’intervista, definì la pellicola come una delle più terrificanti, tanto da avere la necessità di parlare con Sluizer stesso come era stato realizzato il montaggio. Kubrick aveva colto nel segno, il montaggio è la chiave di lettura del film, non è la trama ad avere le redini della pellicola, ma l’ordine delle vicende, come e quando i personaggi vengono presentati. Se il fulcro della vicenda è la scomparsa di Saskia, perché il regista lascia più di venti minuti per introdurre un personaggio e il suo modo di agire? Non esiste una risposta corretta o sbagliata, ma coerente con il pensiero di Sluizer, più complicato rispetto al romanzo. Non ci dà la possibilità di legarci emotivamente ai personaggi, ce li presenta da lontano, con un occhio imparziale e neutro, è lo spettatore che deve discernere il male e il bene, la realtà dalla finzione, la giustizia dalla follia.

Tutto il film è costantemente accompagnato da un sentimento di disorientamento, i due giovani sono inesperti e si ritrovano all’interno di una galleria da soli al buio. Rex è in preda al panico di fronte alla scomparsa di Saskia, Raymond quando il suo piano non sta andando come previsto decide di abbandonarlo. Tutti e tre di fronte a un contrattempo riflettono la loro confusione mentale. L’altro sentimento, presente nella seconda parte della pellicola è la claustrofobia che culminerà nella penultima sequenza. L’assenza di spazio, luce e aria accompagneranno lo spettatore nella ricerca disperata di una ragazza nascosta all’interno di un uovo che galleggia nello spazio.

In conclusione

“Il mistero della donna scomparsa” venne acclamato dalla critica per la capacità di mettere in formato audiovisivo una trama di un romanzo in maniera impeccabile. Nel 1993 Sluizer realizzò un remake con un finale molto più positivo e una produzione americana, probabilmente quest’ultimi due dati messi insieme portarono a diversi pareri contrastanti. Il finale venne cambiato per il pubblico, portando però a un film “schematico e poco convincente”, così definito da Variety. Il successo della prima versione fu proprio perché è un film anticonvenzionale, non ricerca di compiacere il pubblico ma vuole parlare a esso raccontare una storia fuori dal comune ma portando personaggi reali, molto più vicini a noi di quanto possiamo immaginare. Il finale della versione del 1988 è perfetto perché Sluizer non risponde a tutte le domande che lo spettatore può fare, lascia dei dubbi, ma la sua coerenza è all’interno di un altro mondo, non quello del reale ma dei sogni di Saskia.

Note positive

  • Psicologico
  • Claustrofobico
  • Anticonformista

Note negative

  • /
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Sara Cristina Iordache
Sara Cristina Iordache