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Il ragazzo dai pantaloni rosa
Titolo originale: Il ragazzo dai pantaloni rosa
Anno: 2024
Paese: Italia
Genere: Drammatico
Casa di Produzione: Eagle Pictures, Weekend Films
Distribuzione italiana: Eagle Pictures
Durata: 123 minuti
Regia: Margherita Ferri
Sceneggiatura: Roberto Proia
Fotografia: Martina Cocco
Montaggio: Mauro Rossi
Musica: Francesco Cerasi
Attori principali: Claudia Pandolfi, Samuele Carrino, Sara Ciocca, Andrea Arru, Corrado Fortuna, Milvia Marigliano
Trailer di “Il ragazzo dai pantaloni rosa”
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Sono passati undici anni da quando le lacrime di Teresa Manes sono cadute sulla carta in forma d’inchiostro, dando vita al libro che ha ispirato il film di Margherita Ferri: “Andrea, oltre i pantaloni rosa”. Il ragazzo dai pantaloni rosa, uscito nelle sale italiane il 7 novembre 2024, racconta la storia vera di Andrea Spezzacatena, dalla nascita all’ultimo giorno passato sulla Terra: il tragico giorno in cui il ragazzo – all’età di 15 anni – si è tolto la vita.
“credo che dobbiamo conoscere tutte le cause per non commettere gli stessi errori”
Così risponde Andrea, quando Christian gli chiede perché si debba studiare la prima guerra mondiale. Con questa premessa, ci accingiamo a parlare del film.
Trama di “Il ragazzo dai pantaloni rosa”
Andrea ama cantare e recensire film. Porta un paio di occhiali tondi alla Harry Potter e il più delle volte se ne sta in disparte con la musica nelle orecchie. Fa amicizia con Sara e si infatua di Christian, un ragazzo che – in prima battuta – sembra amichevole, ma rivela ben altre intenzioni, dopo poco tempo. Le risate e le battutine si trasformano – ben presto – in un feroce vortice di bullismo e cyberbullismo omofobo.

Recensione di “titolo”
Questa recensione è un ulteriore tassello di quell’eterna – e spesso infruttuosa – lotta, tra il sottoscritto e la capacità di sintesi. La quantità di pensieri e riflessioni – sia in positivo, che in negativo – che scaturiscono dall’opera di Margherita Ferri non è facile da condensare in poche battute. Guardare questo film è come correre contro un muro: si va avanti sempre più velocemente sapendo già che la fine del tragitto sarà brusca e irruenta. La voce di Andrea ce lo dice fin dai primi minuti: “oggi avrei ventisette anni”.
L’importanza del riflesso
La macchina da presa indugia molte volte sui riflessi dei personaggi: che si tratti degli specchi nei bagni, dell’acqua della fontanella nel cortile della scuola o del tavolo di vetro in casa di Christian. Tanto Andrea quanto Christian sono ossessionati dall’immagine che gli altri hanno di loro. Il loro riflesso diventa ancora più importante della loro persona. Ad ogni contatto fisico con Andrea, gli occhi di Christian sono preoccupati di cosa gli altri potrebbero pensare di lui. Un tessuto sociale che punta all’omologazione, alla repressione della libertà e delle peculiarità individuali.
Margherita Ferri è abile nel creare una profonda divergenza tra le scene di Andrea con Sara e quelle di Andrea con Christian. Nelle prime, i due sono ripresi spesso nella stessa inquadratura; nelle seconde – invece – il montaggio li unisce senza che uno stesso quadro vada mai a racchiuderli insieme.
I pantaloni rosa
Quei semplici pantaloni sono l’espressione di un peso che il ragazzo si porta dentro e che cerca di far uscire. Sono il desiderio di essere accettato, senza nascondere la propria personalità; di poter amare liberamente, senza preoccuparsi dei bisbiglii alle sue spalle.
I pantaloni rosa sono il suo inalienabile diritto all’espressione, non solo del proprio orientamento sessuale, ma della propria interiorità.
Quando ho letto la sceneggiatura del film Il ragazzo dai pantaloni rosa ho amato da subito i suoi personaggi, raccontati con autenticità e senza retorica. Ho cercato di realizzare un film dal linguaggio totalmente libero dagli stereotipi, proprio come i suoi protagonisti, Andrea e Teresa.
Madre e figlio, nel film come nella vita, sono mossi da un desiderio costante di libertà e di espressione di sé che non teme il giudizio della società, anche se questo giudizio arriva con violenza. La storia di Andrea Spezzacatena porta in sé la preziosa possibilità di cambiare le vite di tanti giovani. Per questo motivo ho cercato di lavorare con gli attori per creare personaggi tridimensionali, sfaccettati, che non fossero dogmaticamente divisi in “buoni e cattivi” nel tentativo di realizzare un film che possa parlare sia ai bulli sia alle vittime.
Nonostante il tragico epilogo, la storia de Il ragazzo dai pantaloni rosa risuona nell’esperienza universale di tutti noi che, a prescindere dall’orientamento sessuale, dall’espressione di genere e dalla nostra identità, da adolescenti siamo stati alla disperata ricerca di noi stessi e del nostro posto nel mondo. Chi sono io? Chi sono in relazione agli altri? Sono come gli altri mi dipingono? Queste sono le domande che i giovani protagonisti si pongono, incasellati in una società che impone rigide norme sociali di genere. Ho voluto riflettere sulla maschilità, su come si diventa uomini e su quanto è difficile crescere liberi dagli stereotipi di genere. Christian infatti è totalmente schiacciato dalle aspettative sociali su come dovrebbe essere un ragazzo così incarna e replica la violenza che tradizionalmente si vede associata alla maschilità. Vorrei che si leggesse chiaramente la sua insicurezza che lo porta ad agire violentemente contro Andrea che invece è semplicemente sé stesso, al di là di come i bulli lo disegnano. Il tono il film è chiaramente drammatico, ma con una buona dose di ironia nella prima parte e pieno di vitalità, come il carattere del protagonista. La storia non ha la classica struttura divisa in tre atti, ma una più interessante parabola discendente che si sviluppa dalla nascita di Andrea e arriva fino alla sua drammatica scelta di togliersi la vita quando non vede alcuna via d’uscita alla sofferenza inflitta dai coetanei che lo fanno sentire sbagliato, inadatto, diverso.
Nell’ultima parte del film infatti, quando il dramma non lascia scampo, ho scelto di distorcere il tempo e l’immagine ricorrendo allo slow motion e utilizzando l’ottica Jesse James per raccontare l’isolamento e lo scollamento del personaggio dalla realtà. La macchina da presa si muove elegante nella scena, passando da un personaggio all’altro, cercando di cogliere sempre le relazioni tra i personaggi e il punto di vista di Andrea. Mi sono tenuta sempre vicina ai personaggi, seguendone i loro movimenti in modo armonico pronta a cogliere le espressioni dei protagonisti, i loro silenzi e le loro emozioni.
Note di regia – Margherita Ferri
Lo scorrere del tempo
Forse è vero quello che diceva Vittorio Gassman ne Il sorpasso, che l’infanzia ci sembra bella perché non ce la ricordiamo. Ed è proprio nell’infanzia che Andrea trova il suo rifugio. Non riesce a farsi rassicurare dalle parole della madre sul suo futuro. Gli anni a venire sono una minaccia per lui.
Proprio su questo tema, il film di Ferri insiste molto. In adolescenza, si è portati a vivere il proprio microcosmo, quasi non si sapesse di non star vivendo che un piccolo frammento della propria vita. Un messaggio ai più giovani quello che il film si prefigge di dare: le cose cambieranno e il dolore, che accompagna i giorni da sedicenni o diciassettenni, un giorno potrà passare. Su questo, il film dimostra di conoscere il proprio target di riferimento e riesce a fare centro.
Il mondo social
“Se fossi in lui mi ammazzerei” è uno dei tanti messaggi d’odio che proliferavano sul profilo Facebook creato appositamente per mortificare Andrea. Interessante affrontare un argomento del genere oggi, che la violenza social è così sdoganata e che un augurio di morte via internet è così frequente da non far più tanto effetto. Il film riflette sulla normalizzazione dell’odio e sul peso che un commento può avere su una persona non abituata all’esposizione mediatica.
I problemi del film
Per quanto sentire le parole di Andrea dall’aldilà mentre assistiamo alla sua nascita possa risultare d’effetto; la voce narrante toglie pathos alla vicenda, quasi andasse a offrire allo spettatore una rassicurazione.
Dopo una prima parte che scorre via senza problemi, il film presenta una gestione subottimale di alcune sottotrame. I personaggi di padre e fratello di Andrea vengono abbandonati senza una conclusione degna del loro arco narrativo. Il rapporto con Sara, punto di forza della prima parte del film, si perde un po’ fino ad un epilogo che risolve i loro problemi in modo troppo rapido e semplicistico.
Detto ciò, Il ragazzo dai pantaloni rosa è un film che non si piange addosso e non cerca la lacrima facile: quando si piange, lo si fa solo per la forza con cui la storia prende vita sullo schermo.
L’epilogo
La vita di Andrea si spegne il 20 Novembre 2012. Forse è questo che succede quando un grido d’aiuto cade nel silenzio, quando i raggi del sole non sono sufficienti a illuminare una via d’uscita, quando la musica negli auricolari non basta a coprire il rumore degli insulti e delle prese in giro. Quando anche l’abbraccio di una madre, non basta a scaldare dal freddo che fa dentro.
Il ragazzo dai pantaloni rosa fa emergere l’umanità di Andrea, senza ridurne la vita a quell’ultimo gesto. Andrea viene presentato come un ragazzo sorridente, affezionato alla madre e alla sua amica Sara. Un ragazzo desideroso di amore, che si sentiva solo anche in mezzo a tante persone. Un entusiasmo – il suo – che si schianta contro un muro di intolleranza, indifferenza e rabbia repressa.

In conclusione
Un film che inciampa in qualche ingenuità di scrittura e magari non sfrutta a pieno il suo potenziale. Ma anche un’opera che raggiunge i suoi obiettivi e non sceglie metodi banali per arrivare al cuore dello spettatore. Un viaggio emozionante e travolgente, che racconta, senza pietismi, una tragedia che abbraccia l’umanità intera.
“Con mio figlio ho fatto tanti errori, ma permettergli di indossare quei pantaloni rosa non è tra questi” – Teresa Manes
Note positive
- Recitazione
- Regia
- Modo di affrontare la tematica
- coinvolgimento
Note negative
- Archi narrativi di alcuni personaggi


