
I contenuti dell'articolo:
Il Testamento di Ann Lee
Titolo originale: The Testament of Ann Lee
Anno: 2025
Nazione: Gran Bretagna
Genere: Drammatico, Storico, Musicale
Casa di produzione: Kaplan Morrison, Carte Blanche, Curious Gremlin, Film i Väst, FirstGen Content, Göta Film AB, Göteborg, Intake Films, Mid March Media, Mizzel Media, Proton Cinema
Distribuzione italiana: The Walt Disney Company Italia
Durata: 136 minuti
Regia: Mona Fastvold
Sceneggiatura: Mona Fastvold, Brady Corbet
Fotografia: William Rexer
Montaggio: Sofía Subercaseaux
Musiche: Daniel Blumberg
Attori: Lewis Pullman, Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Tim Blake Nelson, Christopher Abbott, Shannon Marie Woodward, Stacy Martin, Matthew Beard, Scott Handy, Willem van der Vegt, Viola Prettejohn
Trailer de Il Testamento di Ann Lee
Informazioni sul film e dove vederlo in streaming
Dalla pluripremiata sceneggiatrice e regista Mona Fastvold (The World to Come, The Brutalist) arriva la straordinaria storia vera di Ann Lee, fondatrice della setta religiosa nota come gli Shakers. La candidata all’Oscar® Amanda Seyfried interpreta l’indomabile leader del movimento, che predicava l’uguaglianza di genere e sociale ed era venerata dai suoi seguaci. Il Testamento di Ann Lee cattura l’estasi e il tormento della sua missione utopica, con oltre una dozzina di inni tradizionali Shaker reinterpretati come movimenti estatici, coreografati da Celia Rowlson-Hall (Vox Lux) e accompagnati da brani originali e colonna sonora firmati dal vincitore dell’Oscar® Daniel Blumberg (The Brutalist).
Scritto da Fastvold e Brady Corbet, Il Testamento di Ann Lee ha ottenuto molti riconoscimenti nei festival cinematografici e ha ricevuto numerose nomination, tra cui quella ai Golden Globe come Miglior Attrice in un Film – Musical o Comedy e quella della Critics Choice Association. Il film, che vede anche la partecipazione di Thomasin Mckenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson e Christopher Abbott, arriverà nelle sale italiane il 12 marzo.
Vuoi aggiungere il titolo alla tua collezione Home video?
Trama de Il testamento di Ann Lee
Nella Manchester di metà Settecento, la pia Ann Lee, giovane sposa di un fabbro ferraio con quattro gravidanze interrotte alle spalle, si unisce alla setta quacchera degli «shakers» e ne diventa la guida spirituale, predicando la frugalità, l’astinenza sessuale e l’egalitarismo come comunione dello Spirito. Insieme ai suoi discepoli, che cominciano a ritenerla la seconda venuta di Gesù Cristo, nel 1774 Ann decide di lasciarsi tutto alle spalle e trasferirsi oltreoceano, nella Nuova Inghilterra, dove spera di dare vita ad un nuovo Eden.
Recensione de Il testamento di Ann Lee
C’è qualcosa di profondamente magnetico nell’ultimo lavoro di Mona Fastvold, la regista e sceneggiatrice norvegese che ha conquistato la critica internazionale con “The World to Come” e ha contribuito in maniera decisiva alla genesi di “The Brutalist”: “Il Testamento di Ann Lee” si presenta fin dai suoi primi fotogrammi come un’opera che non intende compiacere lo spettatore, ma piuttosto trascinarlo in un vortice di fede, potere e utopia collettiva che ha radici nella storia americana del Settecento e ramificazioni profondissime nel presente.
Fastvold, che firma la sceneggiatura insieme a Brady Corbet, compagno di vita e sodalizio artistico ormai collaudato, costruisce la narrazione attorno alla figura di Ann Lee, fondatrice del movimento religioso degli Shakers, una donna che nel XVIII secolo predicava l’uguaglianza di genere e sociale con un fervore quasi soprannaturale, attraendo fedeli da ogni ceto sociale e sfidando apertamente le convenzioni di un’epoca che alle donne non concedeva né voce né autorità.
Il film non si accontenta di raccontare una biografia, ma esplora l’anatomia di una missione spirituale attraverso una struttura narrativa che alterna momenti di quiete quasi meditativa a esplosioni di energia coreografica, costruendo un ritmo interno che riflette fedelmente la tensione tra la dimensione umana di Ann Lee e quella quasi trascendente che i suoi seguaci le attribuivano con devozione assoluta e, talvolta, inquietante.
Amanda Seyfried: il corpo come strumento di fede
Amanda Seyfried consegna con questo ruolo la performance più complessa e sfaccettata della sua carriera: candidata ai Golden Globe come Miglior Attrice in un Film Musical o Comedy e nominata dalla Critics Choice Association, l’attrice americana abita Ann Lee con una fisicità imponente e una vulnerabilità sottile che emergono soprattutto nelle sequenze corali, quando il suo corpo smette di recitare nel senso convenzionale del termine e diventa invece puro veicolo di una spiritualità collettiva che attraversa il film come una corrente elettrica.
Tuttavia, è proprio nella recitazione più tradizionalmente dialogica che il film mostra qualche crepa: in alcune scene, soprattutto quelle in cui Ann Lee deve confrontarsi con le autorità esterne o difendere il proprio movimento dalle accuse, Seyfried, e con lei parte del cast, cede a una certa enfasi melodrammatica che fa sembrare i personaggi più simboli di un’idea che esseri umani veri, con la conseguenza che il coinvolgimento emotivo dello spettatore vacilla proprio nei momenti in cui dovrebbe essere più intenso.
Il cast di supporto, che è formata da nomi di tutto rispetto come Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson e Christopher Abbott, si muove in maniera disomogenea all’interno di questa tensione, con alcuni attori capaci di trovare una misura autentica anche nei momenti più carichi e altri che sembrano invece smarrirsi nella grandiosità dell’impianto visivo e sonoro, producendo in certi dialoghi una sensazione di artificio che contrasta con la verità storica del racconto.
La colonna sonora: il cuore pulsante del film
Se c’è un elemento che eleva “Il Testamento di Ann Lee” al di sopra dei suoi stessi limiti, trasformando i momenti di debolezza narrativa in esperienze comunque toccanti e memorabili, è senza dubbio la colonna sonora firmata da Daniel Blumberg, vincitore dell’Oscar® per il suo lavoro su “The Brutalist”, che qui costruisce un paesaggio sonoro di straordinaria raffinatezza intrecciando composizioni originali con la reinterpretazione di oltre una dozzina di inni tradizionali della comunità Shaker.
Blumberg riesce nell’impresa non banale di rispettare l’essenza liturgica di quelle musiche, la loro semplicità strutturale, la loro spiritualità austera e terrena al tempo stesso, senza relegarle al ruolo di semplice illustrazione storica, ma rendendole invece il vero motore emotivo del film, capaci di aprire nello spettatore spazi interiori che la parola scritta o recitata non sempre riesce a raggiungere con la stessa efficacia diretta e commovente.
Il lavoro coreografico di Celia Rowlson-Hall, già apprezzata per il suo contributo a “Vox Lux”, amplifica ulteriormente questa dimensione sonora trasformando gli inni in sequenze di movimento corporeo che hanno al tempo stesso qualcosa di primitivo e di sofisticatissimo, come se gli Shaker avessero inventato una lingua gestuale capace di esprimere ciò che le parole non possono contenere, e il cinema di Fastvold si dimostrasse il medium perfetto per tradurre quella lingua in immagini.
Fotografia e regia: l’utopia come paesaggio visivo
Dal punto di vista della regia e della fotografia, “Il Testamento di Ann Lee” conferma Mona Fastvold come una delle voci più interessanti del cinema internazionale contemporaneo: ogni inquadratura è pensata con cura maniacale, la luce naturale, prediletta in quasi tutte le sequenze, dona ai volti e ai paesaggi una qualità quasi pittorica che richiama certi dipinti di Vermeer o di Rembrandt, e la macchina da presa si muove con una pazienza e una fiducia nel tempo cinematografico che raramente si incontrano nel cinema di produzione anglosassone.
La regia di Fastvold costruisce lo spazio della comunità Shaker come un microcosmo utopico che ha qualcosa di paradisiaco e di claustrofobico al tempo stesso: le case bianche, gli arredi essenziali, i ritmi comunitari scanditi dalla preghiera e dal lavoro manuale creano un’atmosfera di sospensione temporale che il film esplora con intelligenza, senza mai cedere alla tentazione romantica di idealizzare quella vita o a quella opposta di smascherarla come una truffa religiosa.
Qualche dialogo suona artificioso e poco autentico rispetto alla densità visiva del resto, come se la sceneggiatura, pur firmata da due autori di talento indiscusso, avesse avuto difficoltà a trovare una voce scritta all’altezza del linguaggio corporeo e musicale che domina il film: in questi momenti si sente il peso di un progetto ambiziosissimo che non riesce sempre a tenere la tensione su tutti i fronti contemporaneamente, rivelando i limiti di chi vuole dire troppo in troppi linguaggi diversi.
In conclusione
“Il Testamento di Ann Lee” è un film che si ama e si discute allo stesso tempo, e questa sua capacità di generare conversazione, su cosa sia la fede, su cosa significhi costruire una comunità alternativa, su come una donna possa esercitare un potere carismatico in un mondo che quel potere non le riconosce, è già di per sé un merito non secondario in un panorama cinematografico spesso troppo timoroso di fare domande senza offrire risposte rassicuranti e preconfezionate.
Il riconoscimento ottenuto nei festival cinematografici internazionali è meritato, anche se il film non è privo di sbavature: la storia di Ann Lee è coinvolgente e la regia di Fastvold riesce a renderla universale senza tradirne la specificità storica, mentre la colonna sonora di Blumberg e la coreografia di Rowlson-Hall creano sequenze di rara bellezza che rimangono impresse nella memoria dello spettatore molto più a lungo di quanto non facciano i dialoghi più espositivi.
In definitiva, vale la pena di vedere “Il Testamento di Ann Lee”, perché è il tipo di cinema che spinge a riflettere, che non si dimentica facilmente, e che dimostra come anche una storia del Settecento americano possa parlare con urgenza e pertinenza al nostro presente: un’opera imperfetta ma interessante, firmata da una regista che sa esattamente cosa vuol dire avere una visione e che, pur tra qualche inciampo, riesce a trasmetterla con forza.
Note Positive
- Scrittura
- Regia
- Recitazione
- Fotografia
- Colonna sonora
Note Negative
- In alcune scene la recitazione è sopra le righe
- Alcuni dialoghi sono finti e poco autentici
L’occhio del cineasta è un progetto libero e indipendente: nessuno ci impone cosa scrivere o come farlo, ma sono i singoli recensori a scegliere cosa e come trattarlo. Crediamo in una critica cinematografica sincera, appassionata e approfondita, lontana da logiche commerciali. Se apprezzi il nostro modo di raccontare il Cinema, aiutaci a far crescere questo spazio: con una piccola donazione mensile od occasionale, in questo modo puoi entrare a far parte della nostra comunità di sostenitori e contribuire concretamente alla qualità dei contenuti che trovi sul sito e sui nostri canali. Sostienici e diventa anche tu parte de L’occhio del cineasta!
| Regia |
|
| Sceneggiatura |
|
| Fotografia |
|
| Colonna sonora e suono |
|
| Interpretazione |
|
| Emozione |
|
|
SUMMARY
|
4.6
|

