La casa degli spiriti (2026). Tra realismo magico e femminismo

Recensione di La casa degli spiriti (2026): la miniserie Prime Video ispirata al romanzo di Isabel Allende restituisce magia e sentimento, ma sceglie un approccio più commerciale, sacrificando parte della complessità politica e familiare dell’opera originale.

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Trailer di “La casa degli spiriti”

Informazioni sulla stagione e dove vederla in streaming

Nata a Lima nel 1942, Isabel Allende ha trascorso la sua giovinezza in Cile fino al 1973, anno del violento colpo di stato che portò all’insediamento della dittatura di Augusto Pinochet. Rifugiatasi prima in Venezuela e poi negli Stati Uniti, la Allende è diventata una delle voci più autorevoli della narrativa contemporanea, ricevendo nel 2014 la Medaglia presidenziale della libertà dal presidente Barack Obama. Il suo successo letterario ebbe inizio con il romanzo d’esordio La casa degli spiriti (1982), un’opera cardine del realismo magico sudamericano nata originariamente come una lunga lettera al nonno e trasformatasi in una complessa saga familiare incentrata sulle donne della famiglia Del Valle-Trueba. In Italia, il volume fu tradotto e distribuito da Feltrinelli già nel 1982, casa editrice che da allora cura la pubblicazione di ogni sua opera nel nostro paese. Il romanzo è considerato parte di un ciclo narrativo che comprende anche La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2000) e Il mio nome è Emilia del Valle (2024), sebbene i titoli possano essere letti indipendentemente.

Sotto il profilo delle trasposizioni audiovisive, il romanzo approdò sul grande schermo nel 1993 con un lungometraggio diretto da Bille August e un cast stellare composto da Meryl Streep, Antonio Banderas, Winona Ryder e Glenn Close. Dopo un annuncio nel 2018 relativo a un progetto di Hulu con Eva Longoria che non vide mai la luce, la storia dei Trueba torna nel 2026 in una veste seriale. Si tratta di una miniserie originale spagnola prodotta da FilmNation Entertainment per Prime Video, composta da otto episodi. La distribuzione è avvenuta in due momenti: i primi tre capitoli sono stati rilasciati il 29 aprile, seguiti dal finale di stagione il 13 maggio 2026.

La regia di questa produzione è affidata a un duo composto da Francisca Alegria, qui al suo primo incarico di rilievo, e dal cineasta cileno Andrés Wood. Il cast vede come protagonisti Alfonso Herrera, la giovane attrice spagnola Nicole Wallace — nota per Skam España e Culpa Mia — la cantante argentina Rochi Hernández e l’attrice cilena Sara Becker. In questa trasposizione, gli autori hanno cercato di restituire lo spirito magico e politico del testo originale, sfruttando il formato seriale per approfondire le dinamiche di una narrazione profondamente corale

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Trama di “La casa degli spiriti”

L’amore, la magia, il mistero e i sogni si intrecciano inestricabilmente con le violenze e gli orrori della guerra civile cilena che ha spianato la strada all’ascesa di Pinochet. Tra la splendida tenuta delle Tre Marie e la Casa dell’angolo, rifugio di Clara del Valle, si avvicendano tre generazioni della famiglia Trueba, le cui vite sono attraversate da passioni travolgenti, ambizioni smisurate, amori proibiti e rivalità profonde.

Al centro della vicenda si erge Esteban, un patriarca volubile e orgoglioso, la cui esistenza è ossessionata dal potere politico. Tuttavia, sono le donne della famiglia a plasmare il microcosmo in cui si muovono tutti i protagonisti: Clara, la moglie di Esteban, è indissolubilmente legata al mondo degli spiriti e immersa in una realtà fatta di visioni e ricordi. Accanto a lei si muovono Férula, la sorella di Esteban che sacrifica se stessa per la devozione agli altri, e Blanca, figlia del patriarca, pronta a sfidare la furia paterna pur di difendere il sentimento che la lega al servo Pedro.

Infine, la storia giunge ad Alba, la nipote determinata che si trova a dover fare i conti con la brutalità della dittatura, cercando con forza un modo per sopravvivere alla repressione. Attraverso un secolo di trasformazioni sociali, le lotte e i segreti dei Trueba e dei Del Valle compongono una saga familiare in cui si rispecchiano il destino e le ferite di un intero popolo

Recensione di “La casa degli spiriti”

Da appassionato ed estimatore del romanzo di Isabel Allende, e del genere del romanzo familiare in generale, non potevo non accingermi alla visione di questa serie televisiva. In passato avevo visto il lungometraggio, subito dopo aver concluso la lettura del libro, e il film, pur risultando godibile e supportato da una regia più che discreta, non era riuscito a catturare il vero spirito del testo originale. Si era perso all’interno di un’opera ben recitata ma dal sapore marcatamente commerciale, in cui il senso profondo della storia svaniva in un eccessivo “taglia e cuci” controproducente alla riuscita filmica. FilmNation Entertainment ha compreso correttamente che questa storia, per essere narrata, necessita di un minutaggio superiore; così, in un’epoca diversa in cui le serie rappresentano ormai il focus principale delle piattaforme di streaming, ha deciso saggiamente di trasporre il romanzo attraverso la costruzione di una miniserie in otto episodi. In questo modo, gli sceneggiatori sono riusciti a portare in scena parte di quello spirito magico, filosofico, politico e concettuale di cui il romanzo della scrittrice cilena si fa portatore. La serie riesce a dare maggior peso ad alcune emozioni e riflessioni dei personaggi all’interno di una narrazione profondamente corale. Tuttavia, purtroppo, commette anch’essa un paio di errori che riducono la forza della drammaturgia, sacrificando in parte la profondità e la tragicità del racconto originale della Allende.

Il limite principale di questa produzione risiede nella volontà di confezionare, a ogni costo, un’opera dall’impronta marcatamente commerciale, concepita per intercettare il favore di un pubblico generalista. Sebbene la qualità drammaturgica e la resa registica siano nettamente superiori agli standard delle abituali fiction della RAI, la miniserie fatica a svincolarsi del tutto da certe logiche mainstream. Indubbiamente, il prodotto vanta una scrittura solida, dialoghi curati e una direzione tecnica di pregio. La regia, pur indulgendo spesso in un approccio didascalico, manifesta picchi di indubbio valore e soluzioni registiche profondamente autoriali, capaci di arricchire il racconto con un sottotesto fatto di “non detto” . Tuttavia, tale dimensione sommersa emerge solo sporadicamente, soffocata dalla scelta degli autori di esplicitare verbalmente troppo, a partire dall’impiego di una voce narrante onnipresente. Si tratta di una soluzione stilistica che, pur essendo legittima, accosta questa trasposizione alla serie Netflix Cent’anni di solitudine; entrambe le opere sfruttano il voice-over per veicolare sensazioni e riflessioni interiori che difficilmente troverebbero una traduzione visiva altrettanto immediata ed efficace. Ciononostante, pur condividendo il medesimo espediente narrativo, nel confronto tra i due titoli è proprio La casa degli spiriti a risultare meno incisiva e più vincolata a una dimensione commerciale.

Il carattere “generalista” della serie emerge chiaramente attraverso specifiche scelte drammaturgiche e registiche, a partire da un’estetica che coinvolge fotografia, scenografia e costumi. La produzione adotta un approccio visivo che strizza l’occhio a un immaginario fiabesco, caratterizzato da un cromatismo fortemente acceso e trasognante che talvolta stride con la crudezza dei temi trattati. Questo elemento favolistico permea l’intero racconto, manifestandosi con maggiore intensità nei primi episodi e mantenendosi pressoché intatto fino alla scomparsa di Clara, vero emblema della dimensione magica della saga. Solo in seguito alla sua morte, e in modo più evidente nelle ultime due puntate, si percepisce un tentativo di mutamento tonale: il nitore onirico lascia spazio a una fotografia leggermente più cupa e tragica, sebbene tale operazione non appaia del tutto riuscita negli intenti.

Oltre all’aspetto puramente visivo, la natura commerciale della serie si riflette nella scelta deliberata di non mostrare mai lo “sporco”, il dramma e il marcio che costituiscono il sottotesto fondamentale del libro. Un esempio emblematico di questo edulcoramento è rappresentato dall’introduzione del cane Barrabás, descritta con un tono dolce e incantato che contrasta nettamente con la versione più cruda e “mostruosa” presente nel romanzo. Questa tendenza a voler compiacere il pubblico generalista diventa ancora più evidente nella parte finale dell’opera, dove il periodo della dittatura viene affrontato con una certa leggerezza narrativa; per quanto il dramma sia presente, esso risulta privo della brutalità e della forza d’urto che caratterizzano le pagine di Isabel Allende. Difatti, sotto il profilo della scrittura, le ultime due puntate risultano le meno efficaci dell’intera stagione, palesando cambiamenti drammaturgici rispetto al testo originale che ne indeboliscono la potenza.

La serie ha prima di tutto il limite di non volersi “sporcare le mani” per davvero, una scelta che riduce il potenziale di un’opera che altrimenti sarebbe stata validissima, grazie anche a un apparato attoriale generalmente di alto livello. In questo contesto spicca la performance di Alfonso Herrera, capace di interpretare ottimamente la crudeltà del patriarca Esteban Trueba, così come risulta convincente Nicole Wallace nel ruolo della giovane Clara, a cui dona il giusto senso di leggerezza e “follia magica”. Risultano altrettanto valide le prove di Dolores Fonzi (Clara adulta e anziana), di Francesca Turco (Clara bambina) e di Fernanda Castillo nel ruolo di Férula. Altri interpreti offrono performance meno incisive, fino ad arrivare a Chiara Parravicini nel ruolo di Rosa del Valle, che appare come l’unica scelta di casting errata: per rappresentare Rosa sarebbe stata necessaria un’attrice diversa, dai tratti più angelici.

Eccesso femminista

Altra sbavatura della serie risiede nell’eccesso di femminismo che gli autori hanno voluto imprimere alla storia. Certamente l’opera originale è già intrinsecamente impregnata di una sensibilità femminista, seguendo le vicende di Clara, Blanca e Alba — ovvero tre generazioni di donne Trueba — ma la miniserie esaspera questa componente, trasformando quella che nasce come una complessa saga familiare in una cronaca quasi esclusivamente femminista. Questa scelta ideologica arriva a obliterare quasi del tutto le vicissitudini maschili, partendo da una scrittura decisamente carente riferita ai gemelli, che in questa versione non esistono neppure come entità duale. Nel romanzo, Jaime e Nicolás rappresentano due volti opposti ma complementari della famiglia: Jaime è il medico socialista dedito ai poveri, mentre Nicolás è lo spiritista superficiale ed eccentrico. La loro presenza nel testo della Allende garantisce un equilibrio narrativo che nella serie viene spezzato: Nicolás viene completamente tagliato, eliminando così tutta la sottotrama legata alle sue bizzarrie e ai suoi viaggi, mentre Jaime subisce un tale depotenziamento della personalità originale da ridursi a una mera figura di contorno, tanto che il suo epilogo non colpisce lo spettatore nel profondo, cosa che invece non avviene nella lettura del romanzo. Allo stesso modo, la figura di Miguel, che compare solo negli ultimi due episodi, lascia molto a desiderare. Nel romanzo, Miguel non è solo l’amante di Alba, ma è un leader rivoluzionario la cui esistenza funge da costante contraltare ideologico al patriarca Esteban; il loro legame, fatto di odio politico ma anche di un rispetto forzato mediato dall’amore per Alba, è uno dei pilastri della parte finale della saga. Nella miniserie, invece, questo rapporto rimane superficiale e Miguel viene ridotto a un personaggio funzionale alla trama, privo della carica carismatica e della centralità che gli appartengono.

La serie, nel ricercare questo marcato approccio femminista, si fa portatrice di valori anti-patriarcali — una scelta di campo indubbiamente presente nel romanzo di Isabel Allende e coerente con lo spirito della saga — ma in questa operazione ideologica finisce per trascurare la necessaria tridimensionalità dei personaggi maschili. Sebbene l’opera originale sia già intrinsecamente focalizzata sulle figure femminili della famiglia Del Valle-Trueba, la miniserie esaspera questa componente, trasfigurando il racconto in una cronaca che appare quasi esclusivamente dedicata alle istanze delle donne. Questa precisa volontà autoriale porta a obliterare quasi del tutto le vicissitudini maschili, privando gli uomini del racconto di quella complessità psicologica e drammaturgica che possiedono nel testo letterario. In questa visione, le figure maschili tendono a perdere la loro profondità, diventando spesso funzionali solo in relazione ai caratteri femminili, i quali occupano invece l’intero spazio emotivo e narrativo della vicenda. In tale contesto di esaltazione della prospettiva femminile, la produzione sceglie inoltre di ergere e ampliare l’elemento LGBTQ+, rendendo la dinamica tra Clara e Férula molto più esplicita e manifesta rispetto alle sfumature più ambigue e velate presenti nel testo d’origine. Se nel romanzo il legame tra la moglie e la sorella di Esteban Trueba rimaneva confinato in una zona d’ombra fatta di devozione ossessiva e sentimenti taciuti, nella serie televisiva questo rapporto viene sviscerato con una chiarezza tale da trasformarsi in una linea narrativa portante, volta a sottolineare ulteriormente il messaggio di rottura con gli schemi patriarcali tradizionali.

Eccesso di rapidità

Altro errore riscontrato nella serie risiede nella sua eccessiva rapidità di racconto. Esatto, pur trattandosi di una miniserie e non di un film, anche in questo caso si avverte la presenza di operazioni di “taglia e cuci” che finiscono per ridurre inevitabilmente la potenza filmica dell’opera. Sorge spontanea una domanda critica: perché non decidere di strutturare il racconto su tre stagioni? Una scelta del genere avrebbe permesso di concedere una maggiore profondità non solo alle tre figure femminili protagoniste, ma anche a tutti quei personaggi secondari che ruotano attorno alle dinamiche di questa complessa famiglia. Entro questa ipotetica suddivisione, la prima stagione avrebbe potuto concentrarsi sulla prima parte della vita di Clara, includendo il matrimonio e la sua maturità; la seconda stagione avrebbe potuto focalizzarsi su Clara e Blanca, mentre la terza avrebbe trovato il suo fulcro narrativo in Alba e nel drammatico avvento della dittatura.

Il fatto che questa espansione non sia avvenuta rappresenta un vero peccato, poiché è evidente come la serie sia spesso costretta a saltare eventi fondamentali o a raccontarli con un eccesso di velocità, dovendo così ripiegare sull’espediente di una voce narrante onnipresente per tenere le fila del discorso. In tal modo, sebbene il formato della miniserie offra indubbiamente più opportunità di respiro rispetto a un singolo lungometraggio, un’articolazione su due o tre stagioni si sarebbe rivelata molto più efficace per restituire la complessità della saga.

In conclusione

La casa degli spiriti è una miniserie che, pur riuscendo a restituire parte dell’incanto, della magia e della forza emotiva del romanzo di Isabel Allende, sceglie una strada più commerciale e meno coraggiosa rispetto alla complessità dell’opera originale. La regia alterna momenti autoriali a scelte più didascaliche, mentre la fotografia fiabesca — affascinante nei primi episodi — finisce talvolta per smorzare la crudezza storica e politica del racconto. Le interpretazioni, soprattutto quelle di Alfonso Herrera e Nicole Wallace, sostengono con forza l’impianto drammaturgico, ma la scrittura sacrifica personaggi chiave e accelera eventi che avrebbero meritato maggiore respiro. Pur con limiti evidenti, la serie rimane un prodotto coinvolgente, elegante e capace di introdurre un nuovo pubblico alla saga dei Trueba‑Del Valle.

Note positive

  • Interpretazioni principali: Herrera, Wallace, Fonzi e Turco regalano personaggi intensi e credibili
  • Dialoghi solidi, scrittura efficace e rispettosa dello spirito del romanzo

Note negative

  • Eccesso di estetica fiabesca, talvolta in contrasto con la brutalità della storia
  • Personaggi maschili sacrificati, come Jaime quasi assenti e privati della loro profondità
  • Ultimi episodi deboli: accelerazioni narrative e tono troppo “leggero” sulla dittatura

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Review Overview
Regia
Fotografia
Sceneggiatura
Colonna sonora e sonoro
Intepretazione
Emozione
SUMMARY
3.5
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Stefano Del Giudice
Stefano Del Giudice

Laureatosi alla triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione e formatosi presso un accademia di Filmmaker a Roma, nel 2014 ha fondato la community di cinema L'occhio del cineasta per poter discutere in uno spazio fertile come il web sull'arte che ha sempre amato: la settima arte.