L'apparenza delle cose recensione film e scena

L’apparenza delle cose (2021): tra dramma familiare e storia di fantasmi

L'apparenza delle cose locandina film

L’apparenza delle cose

Titolo originale:  Things Heard & Seen 

Anno: 2021

Paese: Stati Uniti d’America

Genere: Horror, Drammatico

Produzione: Likely Story

Distribuzione: Netflix

Durata: 119 min

Regia: Shari Springer Berman, Robert Pulcini

Sceneggiatura: Shari Springer Berman, Robert Pulcini

Fotografia: Larry Smith

Montaggio: Louise Ford, Andrew Mondshein

Musiche: Evan Jolly

Attori: Amanda Seyfried, James Norton, Karen Allen, Rhea Seehorn, Natalia Dyer, F. Murray Abraham, Michael O’Keefe, James Urbaniak, Alex Neustaedter, Jack Gore, Michael Abbott Jr., Cotter Smith, Ana Sophia Heger

L'apparenza delle cose con Amanda Seyfried | Trailer ufficiale | Netflix
Trailer italiano de L’apparenza delle cose

Tratto dall’acclamato romanzo di Elizabeth BrundageAll Things Cease to Appear “, L’apparenza delle cose, distribuito dal 29 aprile 2021 su Netflix, è un horror movie sulle case infestate diretto e sceneggiato dai due coniugi  Shari Springer Berman e Robert Pulcini (Cinema Verite, Ten Thousand Saints). Come interpreti troviamo Amanda Seyfried (Mank, Twin Peaks 3, Mamma Mia! Ci risiamo) nel ruolo di Catherine, per George invece è stato scelto James Norton (Piccole donne, An Education), oltre a Natalia Dyer, resa celebre per la serie Stranger Things e Rhea Seehorn, conosciuta al pubblico per l’interpretazione di Kim Wexler in Better Call Saul.

Trama de L’apparenza delle cose

Catherine e George hanno una figlia, in apparenza la loro situazione sentimentale sembra essere rosea, in quel di Manhattan. Entrambi sono degli artisti, lei possiede il lavoro dei suoi sogni, lavorando come restauratrice di opere d’arte e disegnando nel tempo libero, mentre George ha smesso da svariato tempo di dipingere e i suoi unici quadri rimasti sono a tema marittimo, nel frattempo sta ultimando la sua tesi d’arte che si sofferma anche, in un capitolo, sul filosofo e medium Emanuel Swedenborg. Dietro la facciata di felicità però è ben visibile la tristezza di Catherine vittima di bulimia.

La loro vita muta completamente quando George ottiene il lavoro dei suoi sogni, divenire docente d’arte entro un prestigioso college, in un paesino sperduto nel nulla situato nella Hudson Valley. Ben presto però Catherine e la figlia si rendono conto che all’interno della nuova casa c’è una strana presenza spiritica. L’incontro con una setta ispirata al lavoro di Swedenborg aiuteranno Catherine a comprendere la natura e il senso della morte, ma l’ombra oscura e sinistra diventa sempre più pesante non solo nella casa ma soprattutto nel loro matrimonio.

Scena de L'apparenza delle cose
Scena de L’apparenza delle cose

Recensione de L’apparenza delle cose

Ciò che è certo è che le cose del cielo sono più reali di quelle che esistono al mondo

Emanuel Swedenborg

Un horror atipico quello realizzato dai coniugi  Shari Springer Berman e Robert Pulcini e dalla scrittrice del romanzo Elizabeth Brundage, in L’apparenza delle cose siamo lontani dal quel clima d’orrore tipico dei film o serie ambientate all’interno delle case infestate, non siamo immersi in una storia sanguinaria alla The Evil Dead o nello spavento tipico di pellicole come Sinister o The Orphanage ma entriamo in punta di piedi entro una storia dal sapore prettamente intimo e familiare che richiama alla mente pellicole come The Others, Storia di un fantasma o perfino quel Shining, nella follia finale che aveva, nel capolavoro di Kubrick, reso Jack Torrance un pazzo assetato di sangue. Onestamente L’apparenza delle cose non si avvicina come grandiosità a questi cult di genere ma porta allo spettatore una storia indubbiamente originale che fin dai primi momenti non pone i fantasmi come esseri pericolosi andando inversamente a realizzare una pellicola che ruota sul senso stesso di vita e di morte, del passaggio da una dimensione terrestre a quella spiritica. In questo senso, vengono riprese e sviluppate le teorie di Swedenborg, che divengono la base narrativa stessa del film in cui gli spiriti sono trattati inversamente come entità buone in grado di aiutare, nella vita mortale, gli individui a superare i loro momenti di sofferenza oltre ad attenderli lì nel momento del trapasso. Questa concezione spirituale lo distanzia in maniera importante dai classici film di genere e la stessa regia, se non in alcuni istanti narrativi, non va tanto a creare un atmosfera horror andando inversamente ad evitare proprio lo stile registico di genere eliminando l’uso di lunghe carrellate per mostrare gli ambienti domestici vuoti o evitando il classico elemento sonoro nel far sentire gli scricchiolii del legno o delle pareti, l’unico elemento tendente all’inquietante che viene mostrato ripetutamente è una lampada da clown che aumenta a dismisura, durante la notte, la sua luminosità. In questo senso L’apparenza delle cose, partendo proprio dalla fotografia e scenografia, che non rendono l’abitazione un luogo spaventoso, possiede una regia tipicamente da film drammatico a tinte thriller evitando di andare a spaventare il proprio pubblico, se non nella scena spiritica, preferendo inversamente farci empatizzare con Catherine e il suo dramma di dona solitaria vittima di un uomo che è solo falsamente un brav’uomo ma che nella sua stessa vita non fa altro che rubare e ingannare gli altri su chi lui sia veramente.

Amanda Seyfried in L'apparenza delle cose
Amanda Seyfried in L’apparenza delle cose

La sceneggiatura oltre ad entrare dentro tematiche prettamente religiose mostrate attraverso la spiritualità e i dipinti basati sulla corrente di pensiero di Emanuel Swedenborg si rifà all’attualità del dramma familiare trasportando il tutto entro quel senso di politicamente corretto del femminismo e della forza stessa delle donne e di violenza domestica, il tutto però appare privo di stonature e forzature narrative ma la narrazione si sviluppa in maniera continua e coesa per tutta la durata della visione. Se strutturalmente il tutto funziona dal punto di vista di storia lo spettatore può porsi qualche quesito all’interno della pellicola, quesito però che non troverà una reale risposta, ad esempio la tematica della bulimia di Catherine se nella prima parte drammaturgica risulta un elemento di forte caratterizzazione del suo personaggio ben presto questo elemento perde qualsiasi forza e la sua stessa bulimia non viene mai spiegata ma pare venire e scomparire durante la pellicola senza nessun motivo logico, medesimo discorso vale per il marito di cui scopriremo la sua vera natura di bugiardo e doppiogiochista ma senza che questa venga spiegata, noi non sappiamo il motivo del suo comportamento se è causa di follia o semplicemente di prepotenza caratteriale. Altro mistero riguarda la casa e i suoi spiriti, perché al suo interno avvengono sempre dei delitti? Esiste realmente una dannazione, come Catherine aveva trovato scritto in quella bibbia, oppure tutto è collegato alla propria essenza di essere buono o cattivo, rendendo dunque questa serie di omicidi interni all’abitazione semplicemente come casuali? La storia non risponde a tale domanda e dunque non sappiamo realmente cosa abbi spinto George a divenire folle, un po alla Jack Torrance.

Il pregio maggiore de L’apparenza delle cose risulta nel possedere un ottimo cast che ben impersonano i loro personaggi, come non citare la candidata agli oscar per Mank Amanda Seyfried, che si trova a padroneggiare il ruolo di una donna forte e allo stesso tempo fragile e che possiede una forte credenza cristiana come Catherine. La sua interpretazione appare impeccabile riuscendo a donare quelle emozioni allo spettatore soprattutto nel toccante dialogo tra lei e il docente/amico Floyd DeBeers. Interessanti risultano anche le altre due interpretazioni degne di essere nominate come quelle di Rhea Seehorn, di Alex Neustaedter e di James Norton

Note positive

  • Tematiche
  • Originalità narrativa
  • L’interpretazione di Amanda Seyfried

Note negative

  • Alcuni elementi non vengo spiegati e causano alcuni piccoli buchi narrativi

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